sabato 28 dicembre 2013

Il nome delle cose


“..Le parole sono il diavolo, noi lì a credere di lasciarci uscire dalla bocca solo quelle che ci convengono e, tutt'a un tratto, ce n'è una che si intrufola, non abbiamo visto da dove sia spuntata, nessuno l'aveva chiamata e, a causa di quella parola, che non di rado avremo poi difficoltà a ricordare, la rotta della conversazione cambia bruscamente quadrante, ci mettiamo ad affermare ciò che prima negavamo, o viceversa..”
Josè Saramago, L'uomo duplicato, Feltrinelli, p.178

“...Ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato.”
Dal rituale liturgico della Messa cattolica


Tra inconscio e coscienza, tra silenzio e parola, si estende un territorio infinito e sconosciuto, fatto di trame e dinamiche sotterranee che come le talpe scavano percorsi per arrivare infine alla luce diurna. Regno intermedio questo, mitica Terra di Mezzo, che può diventare anche un imprevedibile campo minato di involontarie allusioni, doppi sensi, lapsus, dove l'elemento intrinseco di sovversività che risiede nel nostro più profondo essere psichico oppone il suo spessore obliquo rispetto alla logica appianante della ragione.
D'altronde, non è forse l'inconscio 'strutturato come un linguaggio', come recita uno dei 'mantra' del Guru Lacan ?
La parola, in sé stessa, è innanzitutto definizione e identificazione, come anche rappresentazione, individuazione, contenimento, limite, cristallizzazione (di una cosa, di un concetto, di una emozione, etc..). Operazione magica che reifica e categorizza, inquadra, infine eternizza il fluire spazio-temporale scomponendolo e ricostituendolo nella rete impalpabile ma tenace dell'astrazione (la parola è l'Aufhebung della cosa, afferma Hegel, che utilizza il termine per indicare un negare, un sopprimere, per cui in definitiva il simbolo è l'assassinio della cosa reale).
Ma il processo della 'nominazione' (o potremmo definirlo, con immeritata licenza poetica, 'parol-azione', cioè il risultato della 'azione di parola', o della 'parola in azione') è altresì una vera e propria 'creazione' di nuovi mondi, l'epifania del neologismo divino, scoperta ed annessione di terre vergini ed estensione del potere dell'Io-coscienza (“In principio erat Verbum”, sentenzia San Giovanni, come d'altro canto la vertigine combinatoria e le permutazioni letterali e numeriche dei settantadue nomi di Dio della Cabala ebraica).
Noi 'conosciamo' solo se siamo in grado di distinguere ed identificare, di evocare un nome che racchiuda l'oggetto della conoscenza (“Nomen omen”, dicevano i latini); 'sappiamo' solo se riusciamo a dare un nome al nostro sapere, sentendoci poi appagati e tranquillizzati dal fatto che 'quel' nome rimanga, stabile e imperituro, a designare nel tempo una qualsiasi entità del nostro cosmo esistenziale, altrimenti soggetto a continui mutamenti e fluttuazioni di senso, morti e rinascite...
Proprio questa duplice valenza ad un tempo mortifera e creatrice insita nella parola, la sua virtù di delimitare e fissare nel tempo e quella al contrario di costruire la realtà e generare nuove connessioni di significato è ciò che ci permette di essere pienamente umani, di creare gerarchie di astrazioni e stabilire un confronto comunicativo con noi stessi e con gli altri.
Breve intermezzo semiserio (a mò di pausa pubblicitaria). Immaginiamo il naturalista ottocentesco che, di ritorno dalla spedizione in Africa equatoriale, infilzi al quadretto la variopinta e ancora sconosciuta farfalla catturata ivi col retino, per farne bella mostra nel proprio studiolo, non prima di averla 'battezzata' con un nome esotico altisonante (sovente unito al proprio cognome in versione latina: che so, per esempio la Marpesia Petreus..). Ecco; un 'pezzo di natura', fino allora sconosciuto e quindi di fatto 'inesistente' per lo scienziato, è stato così annesso alla realtà condivisa, arricchitasi adesso di questa 'nuova creatura', che pur morta (stecchita e infilzata com'è!) acquisisce solo ora una sua propria vita nel mondo umano...Si dirà: “Ma esisteva anche prima e svolazzava viva e vegeta!”. “Già, ma solo 'in natura'” – ribatterebbe lo scienziato, senz'altro erudito da vecchie letture berkeleyane (1) – poiché di fatto essa non esisteva ancora per il mondo scientifico, né tantomeno per il comune uomo della strada ...
Al di là del fatto che qualche indigeno africano dell'equatore possa – ben prima del nostro naturalista – aver battezzato quella specifica farfalla in un nome affatto diverso (che so, tanto per dire: tuc tuc, per rimanere nel linguaggio semplice delle popolazioni tribali!), questo siparietto d'antan ci introduce alla tematica del conosciuto/ sconosciuto e alla problematica del conoscibile/inconoscibile che interessa fin dall'inizio la disciplina psicoanalitica.
Tutta l'invenzione freudiana nasce infatti con la possibilità di nominare, far parlare i pensieri e i sentimenti attraverso la 'libera associazione' (“Talking cure” la definì in modo semplicemente perfetto una delle sue prime pazienti, la ormai 'mitica' Anna O.).Il soggetto si racconta e così facendo cerca e trova le parole per esprimere il suo mondo e portarlo a compimento attraverso un rapporto di significanza, cioè di un legame stabilito in profondità tra inconscio, coscienza e realtà esterna, così da poterlo condividere con un Altro-da-sè.
Peraltro, l'infinita possibilità di nominare e ri-nominare il mondo esterno ed interno attraverso la parola rimanda poi anche alla virtuale 'interminabilità' della cura psicoanalitica, delineando un processo in cui non si finisce mai di interpretare la realtà alla luce del cambiamento e delle trasformazioni del presente, consentendo così l'attribuzione di nuovi significati che aderendo alle costanti sollecitazioni del mondo affettivo-emotivo interno mantengono sempre aperto l'orizzonte di senso entro cui si muove l'individuo.
Ed è proprio quando la parola si fa dissonanza, quando rompe gli schemi consolidati dal 'già detto', quando esce cioè dal 'solito giro', dal centro delle abitudinarie associazioni e si avventura tra le periferie del senso, nel silenzio delle strade secondarie in bilico tra noto e ignoto, che essa acquista quel potere creativo ed evocativo che funge da tramite tra dentro e fuori e che può rimettere in discussione una ormai logora visione della realtà, giunta ad una necessaria ma quanto mai temuta esigenza di cambiamento.
E' allora che la farfalla magicamente riconquista la sua vita e con un solo battito di ali spezza lo spillo che la teneva immobile in cornice e si libra, voluttuosa, nell'aria.




(1)George Berkeley (1685-1753), filosofo empirista e teologo irlandese.La sua filosofia viene ricordata per la celebre formula «Esse est percipi», cioè "l'essere è essere-percepito", ossia: tutto l'essere di un oggetto consiste nel suo venir percepito e nient'altro. Quindi la realtà, per essere considerata esistente, deve essere percepita, grazie all'azione divina, dallo spirito umano.

lunedì 30 settembre 2013

Analisi finita ed infinita



Una signora di mezz'età arriva in studio per la prima volta. Piuttosto a disagio, sembra che abbia timore a lasciar trapelare troppo presto il motivo della sua visita dallo psicologo. Ci gira infatti molto intorno, finchè decide di affrontare il toro per le corna e descrive fin nei dettagli una situazione sentimentale rovinosa ed uno stato di salute compromesso da ansie continue e crisi di profonda angoscia. Non manca poi di informarmi che crede di sapere da cosa possa dipendere il suo crollo emotivo attuale e fa riferimento ad alcuni ricordi e vissuti antichi del rapporto coi genitori che avrebbero determinato nella sua psiche una ferita mai rimarginata.
La signora aggiunge quindi che io dovrei aiutarla a fare chiarezza su certi vissuti ed esprime il desiderio, anzi il bisogno che gliene renda al più presto una esplicita spiegazione, così che lei possa finalmente sapere con certezza ciò che l'ha fatta ammalare e guarire dalla sua angosciosa condizione attuale.
Possiamo immaginare che un simile quadretto clinico non sia affatto infrequente nella esperienza di tanti altri colleghi alle prese con simili richieste. Così come accade, anche più spesso, nei casi in cui la richiesta di un trattamento presuppone che il terapeuta 'sappia' fin dall'inizio – per esperienza o per particolari capacità intuitive (se non magari per doti paranormali, in casi particolari) – sulla sola base di informazioni fornitegli dal paziente, cosa ci sia nella sua mente che non va e che deve allora essere 'aggiustato', senza porre tempo in mezzo, ovviamente, poiché il tempo è denaro.
Queste richieste impossibili, che sono oggi quasi la norma, sono avallate da una cultura psicologica sempre più centrata sul benessere e sugli stessi orientamenti della psicologia accademica, sempre più ancella della psichiatria e inquadrata in logiche di derivazione medicalistica (basti pensare alla sempre maggiore influenza di insegnamenti organicistici e di fisiologia dell'apparato mentale, ed alla scarsa o nulla attenzione dedicata invece in sede di formazione universitaria (ma spesso anche dopo) ad uno studio di tipo 'umanistico' in cui dare la dovuta importanza alla mitologia, alla storia delle religioni, alla antropologia comparata, alla storia della filosofia, etc..
Non stupisce quindi che la cultura della medicalizzazione forzata abbia prodotto negli ultimi decenni quei cataloghi della malattia mentale che sono i vari DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 'ovviamente' di importazione Usa), bibbia degli psichiatri organicisti e libro rosso delle industrie farmaceutiche che su tali classificazioni costruiscono i loro enormi guadagni, dove ognuno può scegliersi in anticipo la psicopatologia che gli spetta (magari quella più trendy, che fa tendenza..), così da non perdere tempo a conoscersi un po' meglio e magari capire il senso più profondo di certi sintomi e di certi malesseri di cui soffriamo.
Il risultato, paradossale per una psicologia che si pretende figlia delle scoperte di Freud e Jung, è che l'oggetto stesso dell'indagine, ciò che non sappiamo, quindi in questo caso ciò che per definizione è inconscio, sparisca dalla scena, spodestato da un sedicente 'già saputo', una sorta di a-priori kantiano della conoscenza di sé sorretto sulla dimensione dell'Io onnipotente – atto di fede: 'Credo in un solo (D)Io, Signore del cielo e della terra..', etc etc.. – che in realtà è una modalità di chiusura alla possibilità di una reale scoperta di sé stessi in un orizzonte esteso alla concezione di un proprio Sè (considerato quest'ultimo quale risultante della compresenza di Io e non-Io, cioè parti della mente che non identificano un particolare Io cosciente e non rispondono a logiche chiaramente egoiche, ma ad un progetto più vasto, 'sovraordinato' potremmo dire, di realizzazione della propria personalità).
Ma torniamo al quadretto clinico iniziale ed alla signora in attesa metaforica che le venga rivelato dallo psicologo l'arcano del suo stare male. Qui, oltre ad una impostazione di pensiero per cui il sapere è qualcosa di preordinato, un 'già accaduto' che deve essere tuttalpiù verificato e sancito dal 'tecnico' della psiche, c'è anche il suo esatto contrario, che risponde tuttavia alla stessa logica di fondo: lo psicologo sa a priori ciò che il paziente non sa di se stesso (il mitico 'soggetto supposto sapere' lacaniano), quindi sarebbe necessaria (e sufficiente) una operazione di 'travaso' del sapere dell'uno nel non-sapere dell'altro, affinchè – come per un effetto di vasi comunicanti – si raggiunga un livello adeguato di conoscenza. Si tratterebbe così di un'esperienza in cui il paziente deve essere istruito su se stesso da chi ne sa 'evidentemente' più di lui.
In realtà, l'esperienza analitica tratta di un sapere che, ab initio, i due partners analitici non possiedono ma che nonostante ciò è presente 'in potenza', cioè nell'inconscio dell'uno e dell'altro. E' però fondamentale che si apra un processo di conoscenza reciproco che consenta di mantenere aperta nel tempo questa dimensione conoscitiva senza premature chiusure di senso, senza forzare cioè il senso della scoperta in un sapere definitivo su se stessi, una specie di dogmatico e conclusivo 'Io sono così', scolpito nelle tavole della Legge (il parallelo per contrasto con la religione non è casuale: qui non è questione di fede in ciò che si sa, quanto piuttosto in ciò che 'non si sa ancora' di sapere).
In realtà, è proprio questa continua 'apertura di senso' che incarna la dimensione vitale dell'esperienza analitica, che determina quindi che il relativo sapere sia sempre e solo aperto ad una ulteriore trasformazione di significato. Per cui potremmo definire il paziente come colui che acquisisce progressivamente la capacità di poter attuare una dinamica trasformativa con la propria 'ignoranza' permanendo in un processo di conoscenza virtualmente infinito su se stesso. Per contro l'analista deve garantire che l'interrogazione su di se del paziente non si chiude prematuramente in un sapere 'pret a porter', pre-confezionato (la logica del Dsm di cui sopra..) e mantenere aperta la dimensione di insaturazione e la sua stessa capacità di tollerare l'ansia del non sapere e dell'indefinito, in attesa fiduciosa che l'ignoranza generi conoscenza...
Non è un caso che la parabola di Freud si compia con uno degli ultimi suoi scritti (del 1937, due anni prima della sua morte), dal titolo: Analisi terminabile ed interminabile (la traduzione più corretta dal tedesco sarebbe in realtà Analisi finita ed infinita, che da maggiormente il senso della infinitezza 'strutturale' della esperienza analitica), dove viene ribadita la consapevolezza che il processo analitico operi nel senso di una tensione costante verso l'alterità costitutiva dell'essere e quindi lavori necessariamente contro tutte le certezze dogmatiche e le illusioni prefabbricate dal nostro Io a scopo protettivo e autorassicurante. Se dunque la psicoanalisi non da risposte definitive né certezze assolute, poiché adotta la visuale del nostro inconscio piuttosto che le ristrette logiche del nostro Io, insegna però a saper valorizzare e convivere meglio con i nostri limiti e le nostre incertezze, traendone un elevato potenziale di conoscenza su di sé. Ciò che, in un ottica aperta sul divenire più pienamente se stessi, può essere una scelta di gran lunga preferibile.

sabato 25 maggio 2013

Il Nuovo Mondo



Il presente è un estratto di due brani dello scritto omonimo, che comparirà prossimamente in versione integrale nella sezione 'Scritti' del sito web www.fernandomaddalena.it



Un aneddoto popolare racconta che Cristoforo Colombo, di ritorno dal secondo viaggio in quelle che egli credeva fossero 'le Indie', venne invitato da un certo cardinal Mendoza, che aveva allestito una sontuosa cena in suo onore. Alcuni ospiti di alto lignaggio – forse più invidiosi di altri dei grandi onori riservati al navigatore genovese - non mancarono di sminuire la sua impresa dicendo che chiunque, in fondo, sarebbe stato capace di scoprire il Nuovo Mondo. A questa osservazione Colombo non si scompose e li sfidò ad un' altrettanto facile impresa: far rimanere un uovo dritto sul tavolo. Dopo i più disparati tentativi, nessuno tra i blasonati detrattori riuscì nell'operazione e infine, convinti che si trattasse di un problema insolubile, pregarono Colombo stesso di risolverlo. Questi allora prese l'uovo e lo ammaccò senza romperlo con un colpetto nella parte inferiore, riuscendo così a farlo stare dritto sul tavolo. Quando i gentiluomini protestarono dicendo che avrebbero potuto farlo benissimo anche loro, Colombo placido rispose: «La differenza, cari signori, è che voi avreste potuto farlo, io invece l'ho fatto!». E da allora – continua l'aneddoto – l'uovo di Colombo è rimasto quale espressione per definire una soluzione insospettatamente semplice ad un problema all'apparenza irrisolvibile.
Al di là della palese inautenticità dell'episodio (l'aneddoto nel tempo fu attribuito anche ad altri contesti e a varie altre figure storiche) rimane il fatto che esso esprima in modo lampante il concetto popolare che nei secoli è stato associato alla 'scoperta' di Colombo, che identifica la sua impresa come una quasi ovvia conseguenza logica del fatto di voler raggiungere una parte di mondo da un lato (verso Occidente) anziché dall'altro (verso Oriente).
Ma l'aneddoto sembra anche voler suggerire che Colombo dovesse essere un uomo non comune, avere delle particolari proprietà di pensiero e ragionamento, come quella affatto scontata di riuscire a vedere, appunto, l'ovvio, ciò che si ha sotto gli occhi; e poi soprattutto fare in modo di realizzare concretamente quella 'ovvietà', che così tanto più sarà oggetto di stupore e riconoscimento tra gli altri uomini.
Ciò che in realtà accadde nello svolgersi dei ripetuti viaggi verso il Nuovo Mondo mostrerebbe invece come proprio l'evidenza dei fatti e delle circostanze, che si andava progressivamente disvelando agli occhi del navigatore man mano che proseguiva l'opera di esplorazione di quel vasto territorio prospiciente le coste dell'America centrale, fosse stata sistematicamente rimossa – diremmo oggi – allo scopo di mantenere la visione ufficiale e consolidata del mondo fino allora conosciuto, impostata sui soli tre grandi continenti (Europa, Asia e Africa) anziché quattro. Aprofondiremo questo aspetto più oltre, mentre adesso guardiamo ai fatti storici (piuttosto che ascoltare gli aneddoti, peraltro riadattati nei secoli!): torniamo quindi per un momento con la memoria sui banchi di scuola, quando incontrammo per la prima volta la figura del navigatore genovese e fummo sedotti dalle sue imprese...
Marinaio sin dall'età di 14anni su navi mercantili, Colombo maturò nel tempo il progetto di raggiungere le terre d'Oriente da ovest. Basandosi sulle carte geografiche dell'epoca e su alcune nuove teorie (in quegli anni anche il fisico fiorentino Paolo Toscanelli riteneva percorribile una rotta verso ovest per raggiungere l'India), Colombo si convinse della fattibilità dell'impresa e nel 1483 incontrò il re Giovanni II di Portogallo chiedendogli la somma necessaria, ma dopo aver consultato i suoi esperti il Re rifiutò la proposta.
Il progetto del genovese infatti, sulla carta, era ambiziosissimo, ed incontrò prima, durante e dopo i quattro viaggi da lui guidati verso 'Le Indie', notevoli resistenze anche da parte della corona spagnola. Il viaggio per mare avrebbe dovuto infatti aprire nuove rotte commerciali con il Catai e Cipango (gli attuali Cina e Giappone) al posto delle vecchie vie carovaniere, accelerando notevolmente il transito delle merci e prospettando un lauto incremento dei profitti da parte degli armatori, ma i rischi connessi all'impresa e le difficoltà relative alle condizioni generali del lungo viaggio ne ritardarono la realizzazione. Fu solo nella primavera del 1492, dopo circa dieci anni di tentativi, che Colombo ottenne il finanziamento dell'impresa, e solo per la decisiva intercessione della regina Isabella di Castiglia, moglie del sovrano spagnolo Ferdinando II [segue...]

[…] Ma la realtà, come sappiamo, è ciò che disconferma sempre in qualche misura i nostri propositi, desideri, speranze: vi si oppone come quello smisurato nuovo continente sconosciuto si oppone al passaggio di Colombo diretto verso le Indie. L'intenzione consapevole di Colombo, come sappiamo, non era certo quella di scoprire l'America. La scopre invece malgrè soi, mentre insegue l'oggetto del desiderio, le coste del Catai, e in questo movimento di avvicinamento ad esso si scontra col nuovo, con l'imprevisto, il non pensato ed anzi con ciò che non avrebbe dovuto esserci (ma che invece era lì, da sempre...ad aspettare di essere scoperto!).
Possiamo però ragionevolmente pensare che, più o meno consapevolmente, nel suo 'sub-cosciente', una simile evenienza dovesse esserci già stata, da sempre, nella sua mente. Che cioè accanto (o sotto, o sopra) all'idea preponderante della nuova via per le Indie vi fosse la possibilità concreta di poter anche sbarcare su territori vergini e ancora sconosciuti. Resta allora il fatto che una tale più che plausibile evenienza sia stata invece coscientemente così a lungo rifiutata, addirittura fino alla sua morte, e che solo i successivi navigatori-esploratori abbiano potuto riconoscere la verità del nuovo continente.
Anche ribadendo il fatto che per una mentalità come la sua – formata ad una visione tutta compresa tra le Sacre Scritture e il doveroso ossequio ai sovrani dell'epoca – la scoperta dei nuovi territori fosse da considerare non soltanto come una assai vantaggiosa operazione imprenditoriale, una strategica annessione di territori confinanti con la Cina che potevano dunque fornire preziosissimi punti di appoggio e di rifornimento per i traffici con l'Europa, ma anche come quell'atteso evento di natura spirituale che avrebbe unito i popoli della terra sotto la guida di sovrani illuminati, una tale massiccia e prolungata rimozione della verità merita una più attenta lettura dei fatti. Come anche dell'uomo Colombo, posto di fronte al dilemma tra l'ansia di realizzazione del suo desiderio cosciente (che come abbiamo visto è in realtà il portato di un desiderio collettivo ben più vasto e potente) e il riconoscimento di una realtà imprevista e dirompente, che muterà il corso della storia e ridisegnerà il nuovo volto del pianeta [segue...].






sabato 23 febbraio 2013

Segni sulla sabbia



Io sapevo che la terra stava ruotando, e io con essa, e Saint Martin des Champs e tutta Parigi con me, e insieme ruotavamo sotto il Pendolo che in realtà non cambiava mai la direzione del proprio piano, perchè lassù, da dove esso pendeva e lungo l'infinito prolungamento ideale del filo, in alto verso le più lontane galassie, stava, immobile per l'eternità, il Punto Fermo.
Il Pendolo di Foucault, U. Eco, Bompiani 2001.

...Cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente.. 

da Centro di gravità permanente, canzone di F.Battiato.

Il mondo è nel supporto della coscienza, ma la coscienza non ha bisogno di supporto. 
 La cosa e lo spazio, E.Husserl, Rubbettino 2009.



Immagino conosciate il pendolo di Foucault. Qualcuno dirà di averlo letto, ma quello è un libro di Umberto Eco (che tuttavia pure ci riguarda in questa occasione per i riferimenti inerenti l'argomento di cui vogliamo trattare). Il pendolo in carne ed ossa è invece – lo ricordo per i meno curiosi – quello strumento creato dal fisico francese Jean Bernard Leon Foucault nel 1851 per dimostrare scientificamente la rotazione della terra sul proprio asse.
Per fare questo Foucault costruì un enorme pendolo costituito da un peso, una enorme sfera di metallo sospesa ad una fune di oltre 60 metri, ancorata alla sua estremità superiore ad una architrave della cupola del Pantheon di Parigi e fatta oscillare nel vuoto in modo che la parte inferiore della sfera, dotata di un punteruolo, potesse incidere una superficie di sabbia sottostante ed imprimervi così la traccia del suo movimento oscillatorio (la cui figurazione sulla sabbia non è una semplice linea retta ma diviene - in base alla rotazione terrestre - un complesso tracciato sinusoidale in cui si identificano un centro e dei raggi concentrici).
Al di là del fatto che il movimento di un siffatto arnese incontri nella realtà concreta delle forze contrarie (forza di gravità, attrito dell'aria, etc..) che prima o poi ne costringono lo spegnimento progressivo delle oscillazioni, per cui tutti i pendoli simili hanno bisogno di un meccanismo ad elettromagnete che permetta loro di continuare il moto indefinitamente, una fantasia sorge spontanea (ed è la stessa del protagonista del libro di Eco): come è possibile misurare scientificamente il fenomeno di rotazione terrestre con questo pendolo se esso stesso è soggetto, in quanto ancorato ad un determinato punto dell'edificio terrestre che lo ospita, all'azione di rotazione (poiché - è ovvio - se il mondo ruota tutto ciò che appartiene al mondo ruota con esso)?
 In altri termini, è come se fossimo di fronte alla pretesa di rimanere immobili mentre tutto intorno a noi è soggetto a movimento, o ancora voler vedere un determinato oggetto nella sua completezza rimanendo confinati ad una sua visione ravvicinata e frontale, cioè senza distanziarcene in modo da poterne cogliere l'esatta dimensione e senza spostarci nello spazio circostante e retrostante per coglierne i diversi lati. Per eliminare l'incongruenza dovremmo quindi pensare – come anche ragiona il protagonista del suddetto romanzo – di ancorare il pendolo ad un 'gancio' che non stia sulla Terra, ma in un punto inamovibile dell'universo posto sul prolungamento ideale del filo, un centro perenne che non sia soggetto a sua volta alla dinamica di rotazione terrestre né a quella di qualsiasi altro pianeta o sistema stellare...
 Questa fantasia ci porta a pensare come la nostra mente necessiti di poter sempre fare affidamento su un punto fermo, ad una dimensione inalterabile, incorruttibile, ad una qualche certezza che funga da ordinatore e garante delle sue logiche interne, in sintesi ad un Cosmos che si opponga al Caos. Finora, nella storia dell'uomo, le religioni e le filosofie, con i loro credo e le loro fedi, hanno assolto e in parte assolvono ancora questo compito. Esiste l'Uno, esse dicono, eterno e immutabile. A questa fede originaria nel Divino il cosiddetto progresso scientifico ha in seguito affiancato la fede nella Verità della Scienza, giungendo tuttavia al relativismo ed agli imponderabili buchi neri ed alla ricerca – che si prospetta infinita – dell'esistenza del più piccolo elemento in cui la materia è scomponibile (dall'iniziale tripartizione subatomica in protoni, neutroni ed elettroni, fino al neutrino, al quark e più recentemente al famigerato bosone di Higgs, definito – almeno per il momento e magari fino alla prossima ulteriore scomposizione dello stesso – la particella di Dio...).
Anche la psicoanalisi, al pari delle altre scienze dell'uomo (anzi di più, poiché in realtà lo statuto scientifico non le è mai stato riconosciuto, trattandosi di una scienza indimostrabile – dogmatico ossimoro – oltre che di un mestiere impossibile, come scriveva lo stesso Freud), con i suoi presupposti pulsionali e le sue formule di riferimento, vive di quella sostanziale parzialità che è il risultato del necessario restringimento del campo di osservazione, tipico di ogni approccio conoscitivo alla realtà, quindi di ogni teoria. Dimenticare questa precondizione significa attribuire ad una teoria (che sia più o meno condivisa e/o condivisibile), cioè ad un modo di guardare il mondo, una indebita preminenza su tutte le altre, confidando in una pseudo-obiettività fondata su pretese onnicomprensive e di universale potere terapeutico.
Psicoanalisi quindi non come sistema di osservazione esterno, distaccato ed idealmente oggettivo – fa un po' tenerezza oggi pensare all'immagine dell'analista come 'specchio riflettente' e sedicente 'neutrale' che andava così di moda fino a qualche decennio fa – ma pratica e processo eminentemente duale (o diremmo meglio 'plurale' vista la molteplicità delle nostre sub-identità costitutive) che permette al soggetto di osservare se stesso attraverso il diverso punto di vista di uno specifico altro, il terapeuta, il cui sguardo è a sua volta sensibilmente diverso da quello di ogni altro terapeuta (una analisi, lo sappiamo, non è mai simile ad un'altra). Psicoanalisi tuttavia anche come 'punto di fissaggio' virtuale che consente di osservare i fenomeni in base ad un artificio-stratagemma (l'invenzione freudiana del 'setting') e della creazione di 'segni' (come il disegno finale tracciato dal moto del pendolo sulla sabbia), che pur rimanendo espressioni di una dinamica interiore svolgentesi nel mondo soggettivo, vengono tuttavia idealmente proiettati in una dimensione oggettiva di condivisione che li rende così meglio internamente esperibili e comunicabili all'esterno.
 E forse è proprio la maggiore consapevolezza di questa precarietà costitutiva, di questo vulnus strutturale dell'intero edificio culturale psicoanalitico, che lo rende sostanzialmente diverso dalle scienze ufficiali e che impone ad esso un costante lavorio di assestamento e rifacimento, che tuttavia consente anche la sua costante rigenerazione e la possibilità di continuare a creare nuovi spazi di pensabilità per l'uomo post moderno.



lunedì 3 dicembre 2012

Storie che curano


Prendiamo a prestito questo titolo – essenziale, pregnante, esaustivo nella sua concisione – di un noto libro di James Hillman, per ribadire alcuni elementi centrali dell'attuale discorso e prassi psicoanalitici e della costante evoluzione del progetto freudiano, testimonianza di una sua perdurante vitalità che contraddice i tanti, troppi, detrattori odierni della psicoanalisi, che la vogliono relegata ormai ad una pratica antiquata ormai agonizzante se non già bell'e sepolta...Al di là della declinazione archetipica propria della visione hillmaniana, che qui non prenderemo in considerazione, le 'storie che curano' evocano infatti in modo diretto il ruolo fondamentale che riveste nel processo terapeutico l'azione del racconto, il raccontarsi, il narrare la propria esperienza soggettiva inserendola in un 'testo', scritto o parlato che sia, comunque condivisibile e quindi storicizzabile.In opposizione ad una accezione denigratoria del termine 'storie', intese anche, almeno nella lingua italiana, come argomentazioni fantasiose o poco convincenti ('..le tue sono tutte storie!') – suggerendo che la psicoanalisi in definitiva non sia altro che un modo per 'raccontare/inventare storie al fine di costruire una pseudo-realtà condivisa del presente e del passato del paziente, o nel peggiore dei casi addirittura 'impostagli' dall'analista attraverso le sue teorie ed interpretazioni – il senso che si vuole qui ribadire è quello invece di una narrazione di sé sostenuta da fatti, sentimenti ed emozioni vissute che cercano nella parola una naturale possibilità di espressione, di comunicazione e, talvolta, o spesso nel caso di sedute terapeutiche, di liberazione.
La possibilità di riscrivere la propria storia non deve essere quindi considerata come un tentativo onnipotente di cambiare le carte in tavola rispetto ai fatti ed al proprio passato, quanto piuttosto un modo nuovo di osservarli e di trarne ulteriori rimandi e significazioni, che possano essere utilizzati per una più comprensiva e consapevole rappresentazione di sé. Non si tratta cioè di ricostruire il 'testo' storico, secondo una certa deformata visione della prassi freudiana (la 'metafora archeologica' della ricomposizione pezzo per pezzo del mosaico del proprio tempo vissuto è stata fin troppo utilizzata ed intesa quasi alla lettera), quanto di costruire ex novo per mezzo della parola uno scenario più realistico in cui far convergere anche tutto quanto non ha né ha mai avuto accesso alla propria consapevolezza, o lo ha avuto solo parzialmente attraverso le deformazioni del sintomo nevrotico o in modo implicito attraverso il corpo e le sue patologizzazioni.
Il processo di 'soggettivazione', che conduce l'individuo ad essere sempre più coincidente con la propria parabola esistenziale, in una continua riappropriazione di sé e della propria storia, presuppone che si inneschi una dinamica di continuo scambio tra passato e presente ma in cui il primo termine non sia una forma meramente predeterminata, stabilita in illo tempore e una volta per tutte, quasi fosse una specie di 'versione ufficiale' della propria vita, dogmatica e immodificabile, o un racconto cristallizzato della 'fiaba' della propria infanzia e adolescenza.
L'esistenza, in altri termini, si storicizza a partire dal movimento di apertura che il tempo presente, nel suo incessante declinarsi al futuro, imprime alle nostre vicende anagrafiche: il risultato è una continua ri-significazione di ciò che è stato (che si contrappone per esempio a ciò che Lacan intende con il 'limite del reale', che non consente alcuna ulteriore trasformazione simbolica).
E' invece proprio questa possibilità di trasformare il passato in una nuova conoscenza di sé operante nel presente a mantenere aperto il proprio orizzonte esistenziale, e questo fatto ci consente di stabilire anche un diverso significato della temporalità del nostro vissuto, che non è quella di uno sviluppo uniforme e progressivo ma è un avvicendarsi di movimenti complessi e contrastanti, di epifanie e riordinamenti, di morti e rinascite e di continue vicissitudini del proprio essere nel mondo. Potremmo dunque dire che il soggetto individuale si realizza e giunge a compimento (ma sempre e solo relativo, poiché non c'è fine al modo di essere se stessi) soltanto nella perenne attività di soggettivazione di ciò che è stato, e tutto questo accade grazie e attraverso la parola. 
E' lo strumento della parola che permette infatti di ricongiungere passato e presente di volta in volta da un vertice differente, da un diverso punto di osservazione, che ora è rappresentato da un sentimento, ora da un ricordo, ora da un'emozione che stiamo vivendo, qui ed ora. In ogni caso la parola (e/o la sua scrittura, ovviamente) interroga il nostro passato e in tal modo lo resuscita e lo conduce a nuova vita. In questo ciclico riaprirsi dello spazio/tempo soggettivo la parola 'condivisa' (quella cioè che viene concepita e scambiata dagli interlocutori analitici) introduce di volta in volta i semi che porteranno ad una nuova fioritura di senso e di significato su di sé e sul proprio mondo. E questo al di là e oltre il discorso degli obiettivi terapeutici, che soprattutto oggi vengono rincorsi e sbandierati da troppe psicoterapie come indubitabili indicatori di 'guarigione del paziente' (rinforzo dell'Io, aumento della stima di sé, miglioramento delle relazioni sociali e altri adattamenti più o meno conformistici alla realtà, etc..), queste sì 'storie' nel senso inferiore del termine, in quanto espressione di una totale adesione a certi moderni modelli sociali e di pensiero prevalenti o imperanti in cui ogni divergenza dalla norma prestabilita viene vista come alterità o patologia.
Ma le storie che curano, quelle vere, non si lasciano irretire dalle mode culturali e dai condizionamenti sociali, seppure forti e dilaganti come in questi nostri tempi, poiché hanno a che fare con l'unicità della persona, e con la sua intima alterità costitutiva, che esige un confronto autentico all'interno dello scenario del proprio Sè, lontano dai paludamenti del benessere per tutti e a costi popolari... Esse 'curano' in quanto storie e narrazioni di sé sempre aperte alla possibilità di un proprio superamento e di una nuova riscrittura nel presente, e a patto che siano sentite di volta in volta più vere e definitive rispetto a tutte le altre precedenti che pure integrano, arricchiscono e poi sostituiscono, lasciandosele infine alle spalle. 
Come se, storia dopo storia su e intorno a noi stessi, ci si avvicinasse sempre più alla nostra vera storia, a quello che siamo diventati, poiché in ognuno di noi sembra esserci il bisogno, a volte la improrogabile necessità, di raccontarci a noi stessi, magari alla presenza di un testimone benevolo.



mercoledì 12 settembre 2012

Uno, due, tanti Io





«Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due.»
R.L.Stevenson - Lo strano caso del dottor Jeckyll e del signor Hyde, Einaudi tascabili, 1996

«Nell’età odierna, siamo giunti a comprendere come i nostri sé siano compositi, spesso contradditori, persino internamente incompatibili. Abbiamo capito che ciascuno di noi è molte differenti persone. I nostri sé più giovanili differiscono dai nostri sé più anziani; possiamo essere spavaldi in compagnia di chi ci ama e timorosi di fronte ai nostri impiegati, di sani principi quando educhiamo i nostri bambini e corrotti quando ce ne venga offerta qualche segreta tentazione; siamo seri e frivoli, chiassosi e silenziosi, aggressivi e facilmente turbati. La concezione del diciannovesimo secolo di un sé integrato è stata rimpiazzata da questa folla sgomitante di “Io”. E tuttavia, a meno che noi non siamo danneggiati, o squilibrati, abbiamo di solito un senso relativamente chiaro di chi siamo. Concordo coi miei molti sé per chiamarli tutti "me".»
  
S.Rushdie, India at five-O. Time Magazine, 11.8.1997




Probabilmente, la prima domanda che gli uomini si sono posti – dopo aver stabilito di essere qualcosa e poi qualcuno – è stata 'Chi sono io?'. La domanda fu subito oggetto di interesse di alcuni tra essi che intravidero in questa (apparentemente) innocente interrogazione la possibilità di dare il loro contributo al gruppo sociale (ma spesso anche per esercitarvi una forma di potere e di controllo: vedi 'il buon pastore e le pecorelle smarrite' per quanto riguarda il versante religioso o in seguito il mito della 'normalità' su quello delle scienze psico-sociologiche ..). Vennero così prima gli sciamani, poi i sacerdoti, poi i filosofi dell'antichità, quindi quelli dell'età moderna e in ultimo psichiatri, psicologi e psicoanalisti che ne stanno ancora discutendo. Ad oggi tuttavia la risposta è ancora incerta e la storia dell'umanità procede in attesa che si riesca finalmente un giorno a trovarla. Alla voce 'io', per esempio, così recita il vocabolario (1) : […] Come s.m., l'uomo in quanto ha coscienza di se stesso e del proprio mondo. (estens.) La persona in quanto egoisticamente circoscritta […]. Nella filosofia moderna: la coscienza e la personalità umana in quanto soggettività. Nella psicoanalisi: L'Io (con iniziale maiuscola) è l'organizzazione più coerente dei processi psichici: è la parte della psiche che si mette in relazione sia con l'ambiente esterno che con il proprio inconscio e permette al soggetto di adattarsi alla realtà nel miglior modo possibile, valutando le percezioni, gli aspetti spazio-temporali, e interpretando i fatti in senso critico..1Per il senso comune, ne sortisce l'idea di una comunione indissolubile tra l'io e la soggettività dell'individuo, ciò che è più propriamente sé stesso, che gli appartiene e lo distingue da tutti gli altri. Potremmo anche dire che così come l'inconscio ci rende 'tutti uguali' (primo esempio di principio personificato di democrazia della natura umana!), la coscienza – e l'Io che ne è l'espressione diretta – ci fa diversi, ci 'identifica', ci separa da tutti gli altri e ci costringe in una rappresentazione di noi stessi, in un ruolo, in un modo particolare – unico anzi – di essere e di sentire. Che cosa infatti ci rende differenti gli uni dagli altri, se non il nostro Io, costruitosi nel tempo giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza, ricordo dopo ricordo, pezzi di vita che si accumulano nella coscienza incastrandosi in irripetibili opere uniche?
.. Ma che fine ha fatto oggi l’io? Intanto, come visto, si è duplicato, anche concettualmente, dall'avvento della psicoanalisi, che lo ha titolato in maiuscolo (forse per 'risarcirlo moralmente' in qualche modo dopo averlo ridotto a semplice comprimario di Es e SuperIo: ..una specie di nobile decaduto!). Ma soprattutto si è passati dalla iniziale domanda dell'umanità: 'chi sono io?', a quella ben più complicata: 'che cos'è l'Io', che apre un vuoto abissale sotto i piedi della coscienza storicamente intesa come centro della soggettività raziocinante e autoconsapevole.
Un passo indietro. Fino a un secolo fa avevamo lasciato l'io, ancora integro, nelle mani di Cartesio, che pose il 'cogito' a fondamento della sua costruzione filosofica: 'penso, dunque sono' diceva, sottintendendo chiaramente un 'io' all'inizio della frase e/o tra la seconda e la terza parola. E questo 'io', conchiuso e definito in sé stesso, aveva viaggiato per secoli, simile ad un veliero sul mare infinito, sfidando onde e tempeste. Ma qualcosa deve essersi cominciato a rompere già sul finire del '700, quando la rivoluzione francese, portando all'estremo la fiducia nel 'lume della Ragione' , tagliò le teste regali e dimostrò che esse potevano tutto sommato essere sostituite da altre teste, affatto regali, ma ugualmente raziocinanti (dall'assolutismo della monarchia a quello della ragione..). Tra Sette ed Ottocento, la filosofia occidentale, con Kant prima ed Hegel poi, ha tessuto le lodi della Ragione autocritica che riesce a sottoporre ad esame la sua stessa capacità di conoscere, pervenendo ad un ideale di conoscenza che passa attraverso un approdo 'trascendentale' alla problematica soggetto-oggetto. Come al solito però fu l'arte a farsi carico di mettere alla portata di tutti un certo cambiamento nel modo di considerare il proprio 'io'. Quando nel 1886 R.L.Stevenson pubblica il suo 'Lo strano caso del dottor Jeckyll e del signor Hyde', e pochi anni dopo Oscar Wilde pubblica Il ritratto di Dorian Gray, il mondo culturale ha già da tempo ingerito il virus che porterà la coscienza dell'uomo moderno ad una progressiva destrutturazione e allo sfaldamento di assetti consolidati sotto la spinta dei cambiamenti radicali apportati dal progresso scientifico e dalla nascente tecnologia industriale. L’io che Freud si ritrova tra le mani sul finire del secolo scorso è quindi una entità già minata da una profonda scissione interna, ed il compito della psicoanalisi nei decenni successivi è stato appunto quello di mostrarne il reale funzionamento tra meccanismi difensivi di adattamento, compromessi nevrotici e rotture psicotiche. Ed è soprattutto nella sua concezione del sogno, come rappresentazione della conflittualità della mente in una sorta di 'teatro interiore', che Freud per primo ci mostra in dettaglio come funziona il nostro io e a quale profondità arrivino le sue radici, evidenziandone la struttura composita ed assegnando ai personaggi del sogno ruoli e funzioni diverse all'interno della complicata dinamica relazionale tra i diversi aspetti del proprio sè .
L'io di Freud (l'Io della seconda topica, per intenderci) ha subito anch'esso una trasformazione sostanziale rispetto alla sua iniziale concezione dei sistemi psichici differenziati in Conscio-Preconscio-Inconscio. In questa prima formulazione, propugnata fino agli anni '20 del Novecento, l'io freudiano coincideva con la personalità totale e in sostanza con l’aspetto cosciente del funzionamento mentale; qui la nevrosi ed il conflitto psichico è originato dal rapporto tra l'Io e la sessualità (intesa nel senso di una sessualità infantile 'perversa e polimorfa', secondo la definizione delo stesso Freud), ciò che determina il fenomeno centrale della rimozione ed il rimosso. Con la pubblicazione di Introduzione al narcisismo (1914) questa visione comincia a subire un primo cambiamento e l'Io viene considerato non più come il semplice censore delle rappresentazioni attinenti la sfera sessuale ma piuttosto come esso stesso strutturato ed alimentato dalla componente libidica (le fasi orale, anale e fallico-genitale corrispondenti alla attivazione libidica sequenziale di specifiche zone erogene). Qui tuttavia l'Io è ancora espressione di un sistema 'pulsionale' interno-soggettivo che si contrappone all’investimento oggettuale, cioè all’investimento nei confronti di un oggetto esterno. Intorno agli anni '20, la svolta del pensiero freudiano giunge a una rappresentazione della struttura psichica in termini di 'istanze', cioè l’Io, l’Es ed il Super-Io ed alla differenziazione delle pulsioni fondamentali in pulsioni di vita e di morte. In questa nuova visione emerge da un lato tutto il potere smisurato dell'Es, da cui lo stesso Io trae energia, e dall'altro la funzione censoria del Super-Io, che costringono l'Io ad un ruolo di perenne mediazione e compromesso rispetto alle sempre mutevoli esigenze della realtà esterna. A questo drastico ridimensionamento dell'autonomia dell'Io rispetto alle prime concettualizzazioni si devono poi aggiungere altri aspetti relativi alle dinamiche primarie di relazione oggettuale quali l'imitazione, l'introiezione, l'identificazione, dinamiche approfondite da Freud proprio in quegli anni, che rendono ancor più complesso il quadro e portano ad una concezione del ruolo e della funzione dell'Io in senso sempre più relazionale e dipendente dalle precoci identificazioni con l'oggetto genitoriale. Questo nuovo scenario, e le molteplici dinamiche alla base dei meccanismi di formazione del sistema dell'Io, rendono quindi sempre più complessa la sua struttura ed al contempo anche più fragile e sottoposta al rischio potenziale di una 'destrutturazione', o di una 'frattura', in concomitanza di momenti e circostanze della vita particolarmente carichi di valenze e significati emotivi ed affettivi. In una famosa metafora, Freud parla di 'linee di frattura' della struttura dell'Io paragonandole a quelle che si osservano nei cristalli, che si verificano invariabilmente sulla base delle loro dinamiche strutturali di formazione. L'io, dunque, in determinate situazioni si 'romperebbe' secondo linee precostituite, rintracciabili nelle strutturazioni più deficitarie della nostra psiche e in determinati 'punti di fissazione' o di patologica deviazione dello sviluppo evolutivo. Ciò che emerge con evidenza da questa nuova concezione, che verrà più tardi ampliata e ribadita da Freud in La scissione dell'Io (1938), è dunque l'aspetto strutturalmente diviso e frammentato, ab origine, dell'Io, un sistema che funziona solo in quanto sintesi più o meno armonica di elementi eterogenei, integrati in una struttura complessa e sottoposta a forze spesso soverchianti che possono provocarne in qualsiasi momento l'indebolimento e lo sfaldamento...(continua


Il presente brano è tratto dal saggio breve dal titolo omonimo, di prossima pubblicazione nella sezione 'Scritti' del sito web: www.fernandomaddalena.it






1Dizionario della lingua italiana Devoto-Oli

lunedì 21 maggio 2012

Il simbolo tra presenza e assenza



Non si darà mai troppa importanza, nella psicoanalisi come in tutte le altre discipline che hanno al centro del loro interesse l'uomo ed il suo funzionamento mentale, al potere del simbolo e del simbolico, inteso questo come l'universo di significati che fungono da cornice ad un dato accadimento psichico.
In ambito psicologico potremmo definire il simbolo (dal greco sym-ballein, che sta per legare, collegare, mettere insieme) come il risultato della complessa operazione psichica di attribuzione di un senso ad un dato oggetto (mentale o fisico), in attesa di un significato più pienamente condiviso in termini logico-scientifici e socio-culturali.
Il simbolo si caratterizza allora in questa accezione come uno stato di tensione o di 'gravida' sospensione tra dimensioni psichiche non omogenee, cioè non appartenenti ad una stessa matrice di significato (per esempio la struttura di coscienza) e pertanto tra loro solitamente non rapportabili e di cui una non altrimenti conoscibile, se non per il tramite di quel sottile 'ponte' che la congiunge alla terraferma della ratio logica.
Il simbolo infatti non indica, ma 'allude', non definisce, ma suggerisce, non conclude, ma apre. Esso tende ad una verità 'altra' rispetto alla ferrea concatenazione dei fatti della nostra mente cosciente, e in tal senso promuove una sorta di 'alterità controllata', una immersione o ascensione – a seconda dei punti di vista – in una dimensione presente solo in potenza e che in tal modo, attraverso questo dispiegamento di senso, può essere almeno in parte meglio integrata nel nostro abituale sistema di pensiero.
Se infatti il nostro pensiero razionale utilizza una modalità analitica in cui percezione e cognizione 'frantumano' l'oggetto e ne traggono gli ingredienti di base, per poi riassemblarli eventualmente in nuove configurazioni di significato costruite consensualmente ad un dato codice culturale di appartenenza, quindi una modalità essenzialmente 'dissociativa' che separa e distingue, il pensiero simbolico utilizza invece un codice eminentemente affettivo – potremmo dire un 'pathos' al posto del 'logos' – che unisce, comprende e include l'oggetto in una più ampia esperienza cognitiva ed emotiva insieme, esperienza che non de-finisce in base al già acquisito, ma che istituisce una tensione in grado di stimolare un nuovo campo semantico, in cui possono trovare spazio fertile nuove interpretazioni senza per questo concludere e saturare di senso (il simbolo è di per sé un'oggetto 'insaturo', che vive finchè è attraversato da molteplici significati e muore quando lo si riduce ad un oggetto concreto o ad un concetto definito).
Potremmo dire che ogni nuovo oggetto che si forma nella nostra mente, quindi ogni 'cambiamento mentale' (ed è di questo che, come sappiamo, tratta in particolare la psicoanalisi), risenta delle vicissitudini proprie di un processo di simbolizzazione in cui si ripete – ogni volta con le dovute diversificazioni – una dinamica, una trama o un percorso, che in un tempo antico, anzi ab initio, ha già avuto luogo in noi nel mentre che il nostro universo prendeva forma e dimensione sull'immagine dei nostri 'primi oggetti', cioè le nostre prime figure di riferimento: i nostri genitori...
In 'Al di là del principio di piacere' (1920), S.Freud inserisce la descrizione di una scena del suo quotidiano che, da acuto osservatore qual'era, trasfigura in un esempio 'vivente' di simbolizzazione quale avvenimento centrale per la vita psichica del bambino. E' il famoso episodio del 'rocchetto', in cui il nipotino di un anno e mezzo gioca con un rocchetto di filo, dipanandolo e riavvolgendolo ripetutamente, mentre al contempo pronuncia in successione due distinti fonemi, 'o-o-o' e 'da', che Freud identifica nelle parole tedesche 'fort' e 'da', che stanno per 'via, lontano' e 'qui'. L'attenzione di 'nonno' Freud si concentra soprattutto sulla modalità giocosa ma molto coinvolta in cui il bambino allestisce la sequenza dei gesti e delle parole pronunciate, infine sulla visibile soddisfazione che sembra ricavarne, dopo aver lanciato il rocchetto, in concomitanza della fase di recupero dello stesso attraverso il filo, sottolineata dall'esclamazione 'da'.
L'intuizione freudiana interpreterà la scena come la messa in atto da parte del bambino di un tentativo di padroneggiamento della assenza della madre, che quando non è stata presente percettivamente per il bambino ha fino a quel momento ingenerato in lui un sentimento di perdita, che il gioco 'inventato' dal bambino stesso ha il compito di trasformare in una esperienza meno dolorosa, producendo così in lui una sensazione di potenza soggettiva ed affermazione di sè. In altri termini il bambino sta trasformando un'esperienza di perdita che vive in maniera totalmente passiva in una condizione 'attiva' in cui attraverso l'azione volontaria riesce a simboleggiare la possibilità di un controllo dell'oggetto perduto, che può così far riapparire egli stesso 'a volontà'...
In questa piccola scena domestica – dice Freud – sta avvenendo un'esperienza fondamentale di simbolizzazione che consentirà al bambino, con le sue proprie forze e risorse (nessuno infatti gli ha mai insegnato il gioco, e in ogni caso ovviamente nessuno al suo posto ha caricato quel gioco di una tale significazione) di compiere un salto enorme nel suo sviluppo psicologico, poichè a partire dalla ripetizione di quelle semplici sequenze egli sta in sostanza affrontando e portando a compimento una operazione psichica di incalcolabile importanza, centrale affinchè egli possa affrontare la vita futura che lo attende con una almeno sufficiente capacità di adattamento ed intraprendenza.
Diremmo che l'episodio del rocchetto magistralmente descritto da Freud potrebbe quindi essere identificato quale metafora centrale non solo del processo di simbolizzazione che si dispiega nel bambino a partire dal primo anno e mezzo di vita (l'acquisizione della capacità linguistica è solo il punto di arrivo di un processo ben più complesso dal punto di vista psicologico), bensì del processo evolutivo globale della mente infantile che riesce ad affermare se stessa nel mondo a partire da una condizione di dipendenza totale dalle proprie originarie figure di accudimento.
Ma la stessa metafora potremmo applicarla in realtà anche a ciò che accade nel profondo del processo psicoterapeutico, dove il sintomo nella sua accezione più ampia non è che un 'simbolo' che ha perduto in parte la sua funzione originaria e si è bloccato nel suo potenziale trasformativo: simbolo depotenziato in cui il paziente ha malgrè soi circoscritto, senza peraltro definire né conoscere nella sua essenza, una sua intima sofferenza, un certo male di vivere di cui si fa portatore e che permane come una ferita aperta che non riesce a rimarginare.
Sarà allora la possibilità di ripristinare appieno questa primaria capacità di simbolizzare e di generare ulteriore senso e significati nuovi – e questa volta non più da soli ma con l'aiuto del terapeuta – che potrà far progredire in direzione di una maggiore capacità di dinamicizzare ed integrare contenuti psichici più problematici, consentendo così una migliore comprensione di sé stessi e anche di stabilire relazioni più autentiche e gratificanti. E nel corso della terapia verrà infine un momento in cui il paziente, come il bambino col rocchetto, potrà finalmente affrontare in modo nuovo e creativo le proprie angosce e non sentirsi più disperatamente solo, ma insieme a se stesso e così anche unito agli altri.