lunedì 28 marzo 2011

La via del dubbio



"Che non men che saper dubbiar m'aggrada." 
(Dante, Divina Commedia, Inferno, XI, 93) 


 “Il dubbio è l'origine della saggezza”
(René Descartes, Meditationes de prima philosophia)


Il primo fu Cartesio (lui, proprio quello del 'cogito ergo sum'). Il suo 'dubbio metodologico' rappresentò uno spartiacque nella filosofia del XVII° secolo, inaugurando il sistema concettuale di riferimento per la ricerca scientifica propriamente detta, quella – per intenderci – basata sui famosi tentativi ed errori (od 'orrori', in alcuni casi...ma si sa, la ricerca della Verità, come quella del Sacro Graal, non ammette debolezze o stomaci delicati).
In realtà, già quegli antichi greci che la storia ci ricorda come 'scettici', avevano abbracciato una posizione filosofica – appunto – 'scettica' un po' su tutto. Tanto per dire, essi si chiedevano cose del tipo: “posso realmente conoscere qualcosa per come essa è veramente?” - oppure - “le mie percezioni e sensazioni rispetto alle cose del mondo sono ad esse realmente corrispondenti ed adeguate o magari dipendono da fattori soggettivi che tradiscono le qualità proprie di quelle stesse cose?”. Alla fine, però, le loro risposte erano immancabilmente negative.
In altri termini, gli scettici erano tali rispetto alla possibilità stessa di avere una conoscenza veritiera della realtà e del mondo e il loro dubbio (filosofico) si estendeva non solo allo statuto delle cose ma finanche alla capacità dell'uomo di poter conoscere veramente qualcosa nella sua interezza.
Ma, tornando a noi, cioè a Cartesio, il suo dubbio (metodologico) differisce da quello degli scettici, perchè esso presuppone che invece una possibilità di conoscenza reale delle cose vi sia, che quindi il dubbio sia soltanto lo strumento che consente di superare l'ignoranza (nel senso, ovviamente, di ignorare..), e per mezzo della prova dei fatti di giungere infine alla verità indubitabile. Qui il dubbio, appunto, si fa metodo, pratica fondata sul fondata sulla verifica del contenuto delle affermazioni: siamo cioè alla esposizione filosofica di quel metodo scientifico che già Bacone e Galileo vanno diffondendo in quegli stessi anni.
Ora, tralasciando se vi sia un'una ed unica verità indubitabile (o piuttosto molte e diverse a seconda dei differenti punti di vista), il 'metodo' cartesiano basato sul dubbio aprioristico è utile anche nella stanza di analisi poiché inquadra la relazione terapeuta-paziente in una cornice di senso basata essenzialmente su 'fatti', che possono essere verificati e quindi considerati con una certa approssimazione concreti e reali (che poi siano anche 'veri', e quale sia lo statuto concettuale di tale verità, questo lo lasciamo alla disquisizione filosofica).
Contrariamente a quanto molti potrebbero pensare (detrattori e non dell'analisi, come anche della psicoterapia in genere), infatti, la psicoanalisi non consiste nell'andare a parlare semplicemente di 'problemi' propri (per usare un eufemismo!) con qualcuno, o a ribadire come il tal sintomo x ci rubi la pienezza del vivere, o a 'sfogarsi' rispetto a sentimenti compressi da una vita che non si riescono a evacuare altrimenti, o ancora a raccontare fantasie e sogni come un elenco delle stranezze che ci tocca subire da parte della nostra inaffidabile immaginazione. Questi elementi, pur sempre presenti in varia misura in terapia, rappresentano in realtà solo lo sfondo o il contesto relazionale di superficie entro cui si dinamicizza un processo ben più centrale e più propriamente terapeutico in quanto attivatore di modalità transferali tra passato e presente che possono essere osservate in seduta in tutta la loro vasta gamma ed estensione.
Ma, soprattutto, il paziente in analisi impara a dubitare, in modo potremmo dire sano e costruttivo, delle proprie idee e dei propri schemi di pensiero, finanche delle proprie sensazioni e percezioni che sorreggono il sistema centrato sul sintomo e le difese cristallizzate intorno ad esso, per consentire una apertura di senso che metta in discussione, o in crisi se vogliamo, la 'teoria' costruita da una vita intera e una certa visione del mondo, tutti quegli assunti, credenze e postulati di pseudo-verità che a volte ci ostiniamo a difendere nonostante i segnali provenienti da dentro e fuori di noi ci suggeriscano di cambiare poiché si avverte che si è giunti ad un punto di stallo del proprio percorso esistenziale. In tal senso il dubbio è un catalizzatore di cambiamenti a largo raggio, poiché consente per esempio di fluidificare quegli ingranaggi psicologici da troppo tempo cristallizzati attorno a figure, ruoli, doveri che non ci appartengono più ma che probabilmente continuiamo a mettere in scena quotidie per timore di non essere riconosciuti e accettati o di non riconoscerci noi stessi.
E se il primo dubbio il paziente lo sperimenta inizialmente rispetto ad una delle tante pseudo-verità del proprio mondo interno, cui poi nel procedere del percorso se ne aggiungeranno man mano altre, l'ultimo dubbio è rivolto al terapeuta, sul quale si sono concentrate nel tempo tutte le sue aspettative e proiezioni e bisogni transferali, che lo hanno fatto apparire onnipotente e onnisciente, il lacaniano 'soggetto supposto sapere' cui è destinata la domanda iniziale di qualsiasi psicoterapia (per cui egli dovrebbe sapere del paziente e del suo sintomo ciò che il paziente stesso non sa, quindi -miracolosamente- 'guarirlo'...).
La vera cura della terapia è dunque contenuta nell'azione del seguente paradosso. Che il paziente viene inizialmente in seduta per acquisire maggiori sicurezze e certezze rispetto alla sua vecchia 'teoria' preferita, cioè a come dovrebbe essere la sua vita, quindi a 'fortificarsi' rispetto alle paure antiche, alla sfiducia di sé, al timore degli altri, cercando di ricostruire con l'aiuto del terapeuta (il 'supposto sapere'... come si faccia!) un mitico, precedente stato di potenza e benessere ormai perduti o mai raggiunti (per effetto del 'sintomo'), quindi con il solito meccanismo di delega che tende a riproporre lo schema infantile bambino-adulto del dammi, fammi, insegnami, etc... Mentre si rende ben presto conto che tutto il percorso terapeutico passa invece attraverso il dubbio, metodologico, sistematico, su se stessi, su chi si è e chi si vuole essere, su ciò che si dice e ciò che si pensa, su quello scarto tra sé e sé che le nostre vecchie teorie preferite (siamo dei 'teorici' fin dall'infanzia!) tendono ad occultare e rimuovere in modo altrettanto sistematico e metodologico. In tal modo l'esercizio del dubbio può stimolare un pensiero nuovo, un cambiamento del sé, piuttosto che le stanche ripetizioni a memoria su quanto crediamo di sapere su noi stessi e sugli altri.
Per questo, con Cartesio, potremo dire che il dubbio, e non la certezza dogmatica o una qualche verità rivelata, è l'origine della saggezza e, spingendoci oltre, arrivare ad affermare, tra il serio e il faceto: “Dubito, ergo sum”.

giovedì 24 febbraio 2011

Nel nome del Padre




“Ma il racconto di questo eterno modo
non si può fare a orecchi in carne e sangue.
Dunque ascoltami attento, Amleto. Ascolta!
Se mai tu amasti il tuo diletto padre...”

da Amleto di W.Shakespeare (Atto I, scena V)


“..Oh, uccidere un padre simile...Ma non è neppure possibile pensarlo!
Signori giurati, che cos'è un padre, un vero padre?”

da I fratelli Karamazov di F.Dostoevskij



“Padre nostro che sei nei cieli [...] sia fatta la tua volontà...” Fin da bambini, l'esortazione della preghiera cristiana per eccellenza ci ha posti al cospetto di un padre celeste e di un avvenimento di là da venire, di una storia da compiersi nel tempo, di una realizzazione su questa terra profana di un progetto divino in nome di una implicita autorità dello Spirito sulla Materia. Attesa e fede nell'evento hanno strutturato quindi l'esistenza degli uomini in un orizzonte di senso costruito sulla 'verticalità' della gerarchia Dio-Patria-Popolo, parallela a quella 'terrena' rappresentata dalla triade padre-madre-figlio.
Oggi, nell'era di Internet e della globalizzazione, viviamo in un mondo in cui la dimensione 'orizzontale' ha avuto il sopravvento su quella 'verticale', in cui lo spazio e le distanze annullano il tempo, quest'ultimo ridotto a semplice accumulazione di istanti successivi cui difetta anche solo 'un' senso definito, oltre quello relativo ad una fideistica attesa. Tutto è nell'immediato, tutto esiste nel momento stesso in cui il pensiero si attualizza, per perdere di significato appena un istante dopo, travolto dalle successive scansioni di fotogrammi esistenziali scaricati, senza soluzione di continuità, sulle nostre coscienze. Basterebbe per esempio pensare un attimo a cosa ne è delle notizie delle infinite morti che assorbiamo dai nostri televisori in modo totalmente acritico e ormai assuefatto alle esigenze del timing multimediale, tra lo spot di un deodorante per ascelle e l'espressione atona dello speaker. Ma ciò vorrebbe dire fermarsi a riflettere, e cioè interrompere quella sequela di notizie cantilenate che, nonostante tutto, ci rassicura almeno nella forma come una gradevole ninna -nanna. Oppure pensare ad un altro simbolo della 'orizzontalità' della nostra epoca: la progressiva estensione dei rifiuti urbani, la sterminata accumulazione di pattume che minaccia sempre più le nostre città in un assedio velenoso e asfissiante. L'oggettificazione 'selvaggia' delle nostre vite produce infatti una cronica indigestione di tutti quei prodotti 'usa e getta' che non sappiamo adeguatamente trasformare e riciclare in modo virtuoso, andando così ad occupare porzioni di mondo sempre più estese, in superficie come in profondità, fin dentro nella terra...
Ma lasciamo (apparentemente) questi scenari di sociologia post-atomica e restringiamo il campo sull'individuale e sul famigliare: l'idea stessa di una 'progettualità' insita nella propria esistenza deve fare i conti oggi con le inquietanti incertezze della vita moderna: adolescenze iper-protratte, mancanza di orizzonti rispetto al lavoro, concezione consumistica dell'esistenza (con Z.Baumann, parafrasando Cartesio diremmo: 'Consumo, dunque esisto'), crisi dell' identità soggettiva e crisi della famiglia e dei ruoli genitoriali...
Ce n'è abbastanza, anzi anche troppo, per non rendersi conto nel frattempo della scomparsa di una categoria, quella dei padri, che già nei decenni precedenti era stata oggetto di un'accorata quanto disperata attenzione della cultura in genere, in verità a partire dalla nascita stessa della psicoanalisi, che com'è noto è sorta sulla 'scoperta-invenzione' del famigerato complesso di Edipo.
Che la figura paterna abbia avuto un ruolo predominante nella vita dello stesso Freud è cosa nota, come anche il fatto che la ricerca analitica su se stesso sia iniziata subito dopo la morte del padre (avvenuta nel 1896: tre anni dopo Freud avrebbe avrebbe dato alle stampe L'interpretazione dei sogni, in cui larga parte è dedicata all'analisi di sogni relativi al rapporto con la figura paterna).
Ma questo episodio non è stato probabilmente che un'ulteriore spinta sull'urgenza dello Zeitgeist, dello spirito dei tempi, che erano allora evidentemente maturi affinchè certi aspetti e problematiche della dinamica dei rapporti umani fossero posti in luce e fatti oggetto di studio analitico. Come ci ricorda R. Girard, infatti, il Freud psicoanalista nasce insieme ai Fratelli Karamazov, l'opera dostoevskijana che più di ogni altra mette a nudo tali alterazioni intervenute nella modernità nel rapporto tra padri e figli. E Freud stesso scriverà un penetrante saggio sullo scrittore russo (in Dostoevskij e il parricidio, 1927), ricollegandosi alla evidente tematica edipica di altre opere celebri: “Non è certo un caso che tre capolavori della letteratura di tutti i tempi trattino lo stesso tema, il parricidio: alludiamo all’Edipo Re di Sofocle, all’Amleto di Shakespeare e ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij. In tutte e tre le opere è messo a nudo anche il motivo del misfatto: la rivalità sessuale per il possesso della donna.”
Se tuttavia la declinazione freudiana insiste sul triangolo edipico in quanto fenomeno universale secondo lo schema classico del desiderio sessuale per la madre e della rivalità verso il padre (e quindi della angoscia di castrazione come secondaria alla colpa per il desiderio 'proibito'), è solo con Lacan che la figura paterna viene investita di tutto il suo intrinseco spessore simbolico, al punto di identificare l'Edipo come la metafora paterna per eccellenza. In particolare, le tendenze infantili che Freud vede all'opera in quanto espressione della naturale spinta evolutiva della vita psichica - l' attaccamento alla madre e l'ambivalenza verso il padre – rappresentano nell'economia freudiana due forze complementari ma in certa misura autonome e ben distinte: l'una avente come base la madre in quanto oggetto anaclitico, d'appoggio, l'altra presentando come elemento propulsivo il padre in quanto modello-rivale (che quindi sollecita nel bambino i processi di identificazione con la figura maschile).
Riprendendo una nota tesi di Lacan in proposito, in Les Complexes familiaux dans la formation de l'individu (1938), viene sottolineato come nella nostra società sia intervenuta una vera e propria degradazione del fenomeno edipico e che sia stata in realtà proprio questa alterazione strutturale del complesso a favorirne oltre cento anni fa la scoperta: “Forse è a questa crisi – scrive Lacan - che bisogna ricondurre l'apparizione della psicoanalisi stessa. Non è forse solo per un caso fortuito e sublime che proprio a Vienna - allora centro di uno Stato che era il melting pot delle più diverse forme familiari, dalle più arcaiche alle più evolute - un rampollo del patriarcato ebraico è riuscito a immaginare il complesso di Edipo..”.
Ma qual'è questa degradazione cui sarebbe stato soggetto nell'ultimo secolo e mezzo l'Oedipuscomplex, tale da rendere necessaria la sua cura attraverso la psicoanalisi? Come ribadisce Lacan, l'emersione della nevrosi nella sue forme attuali andrebbe collegata ad una certa alterazione strutturale della famiglia e al declino del patriarcato, con una conseguente carenza nella regolazione sessuale da parte dell'Ideale dell'Io.
Siamo dunque al punto: il declino del patriarcato, cioè della figura del padre tradizionalmente intesa come espressione di potere, autorità e baricentro della famiglia, e il conseguente offuscamento di una funzione paterna in termini di modello di identificazione, avrebbe determinato l'emergenza di una condizione di progressivo squilibrio nell'assetto famigliare sfociando nella patologizzazione delle relazioni tra i suoi membri. Ora, pur lasciandosi un debito margine critico rispetto alla semplice linearità della tesi lacaniana nella nostra epoca della complessità, abituata a una causalistica multidimensionale e plurideterminata, sembra ormai condiviso dalla opinione generale il fatto, peraltro storicamente evidente, per cui una progressiva esautorazione del riferimento paterno e una certa conseguente trasformazione dei rapporti all'interno della cellula famigliare abbiano sempre più influito sulle dinamiche interne della famiglia occidentale nell'ultimo secolo ponendone in luce numerosi aspetti problematici, che spesso oggi vediamo riflessi nelle manifestazioni più attuali del disagio psicologico soprattutto delle generazioni più giovani.
Ma, come fa Lacan, occorre vedere in modo più approfondito questa crisi della paternità e operare una distinzione preliminare a proposito della figura di padre. Ciò che qui è fondamentale è la funzione paterna, cioè il 'ruolo' più o meno adeguato svolto da quello specifico padre all'interno di un preciso e insostituibile spazio di significazione, e non la persona in quanto tale. Come sottolinea anche Joel Dor, la nozione di padre che interviene nel campo concettuale della psicoanalisi riveste il ruolo di 'operatore simbolico a-storico': "..Per poco che lo vogliamo considerare come un essere, si tratta meno di un essere in carne e ossa che di un’entità essenzialmente simbolica che prescrive una funzione."


Brano tratto da "Nel nome del Padre", saggio breve di prossima pubblicazione nella sezione 'Scritti' del sito web: www.fernandomaddalena.it

giovedì 20 gennaio 2011

Prima delle parole




Prima nasce il bambino, solo molto tempo dopo nascono le sue parole.Questa consequenzialità
ci ricorda come sia esteso il periodo temporale che divide la nascita fisiologica dell'individuo da quella psicologica e al contempo quanto in-dicibile sia contenuto in quel piccolo universo compreso tra gestazione e primi anni di vita.
Se è vero che l'attenzione rigorosa alla parola in qualità di medium è un tratto peculiare della pratica psicoanalitica, è vero altresì che esiste un universo di segni non verbali la cui funzione espressiva è di primaria importanza per la comprensione del mondo interno di un individuo. Le varie forme di espressione somatica delle emozioni, la prossemica, la cosiddetta comunicazione del corpo (il 'body language' della cultura anglosassone) ne rappresentano le modalità più conosciute in quanto facilmente riscontrabili da chiunque presti un'attenzione più focalizzata a certi aspetti esteriori dell'altro.
Vi sono però anche altre forme di comunicazione tra le persone cui la psicoanalisi ha da sempre dedicato ampio spazio, nella teoria come nella pratica, che rimangono confinate all'interno di un discorso più propriamente tecnico-conoscitivo, oltre che ovviamente in quello strettamente professionale. Esse fanno parte cioè di un sapere ristretto alla cerchia di cultori e studiosi del campo, anche se per alcune – come è il caso del 'transfert' – c'è stata, fin dall'inizio, una certa notorietà, dovuta sicuramente all'importanza centrale del concetto all'interno della concezione teorica psicoanalitica. Già meno noto al 'pubblico', infatti, è il concetto di 'contro-transfert' (di cui però si può intuitivamente ipotizzare che sia qualcosa che ha a che fare col terapeuta più che col paziente, e in una modalità 'reattiva' rispetto al transfert). Oggi è tuttavia comune ascoltare persone che mai sono state in analisi (e che probabilmente mai vorrebbero trovarcisi!) parlare di rimosso e di rimozione in senso propriamente psicologico, come qualcosa relativo cioè al nascondere alla propria consapevolezza, al mettere da parte e non considerare (volutamente o meno).
Al di là di questo primo ambito di pubblicizzazione, che come vediamo coincide ormai con una certa cultura di base globalmente intesa, permane invece un retroterra concettuale che potremmo definire specialistico, paragonabile per certi versi alle varie terminologie delle scienze mediche, o ingegneristiche, o informatiche, che costituisce una sorta di linguaggio codificato della propria branca (scientifica o non) di appartenenza.Termini allora come 'proiezione', 'identificazione proiettiva', 'empatia', 'reverie', 'holding', 'fiducia di base', 'acting' ('out' e 'in') o 'enactment' etc., rappresentano dinamiche psichiche ben definite nella teoria psicoanalitica che caratterizzano modalità di interazione primitiva tra parti nascenti dell'unità sé/oggetto e tra soggetto e mondo esterno poi.
Queste costruzioni concettuali individuano infatti movimenti psicologici profondi di natura affettiva ed emotiva che, non essendo supportati dal codice simbolico della parola, possono venire espressi e compresi solo sulla base di una reciprocità percettiva, affettiva e sensoriale tra paziente e terapeuta all'interno di più ampie configurazioni di interazione, in una processualità solitamente inconscia che solo a maturazione consente al terapeuta di comprendere, riconoscere e quindi verbalizzare quanto sta avvenendo 'in profondità' nel rapporto col paziente.
In questa operazione di trasformazione da una comune matrice percettiva-sensoriale alla possibilità di codificazione linguistica – e quindi di condivisione sul piano verbale di un contenuto tra i due – si riattualizza (o a volte si realizza ex-novo) in realtà l'intero passaggio dalla dimensione pre-simbolica a quella simbolica del rapporto dell'individuo con se stesso prima e con l'altro poi, in una circolarità fondante la capacità stessa di stabilire relazioni significative con parti del sé e con l'altro-da-sè.
In questo senso l'attenzione si sposta allora dal 'che cosa' viene detto in seduta, quindi dal contenuto verbale manifesto o latente del paziente rispetto al proprio universo vissuto, esperienziale e percettivo, al 'come', cioè alla particolare modalità di espressione di contenuti interni variamente mentalizzati che esula dal contesto della verbalizzazione diretta e si esprime invece attraverso la sollecitazione di quella dimensione di rapporto intra- ed inter-personale in cui si evidenziano forme prototipiche di espressione e comunicazione.
Questo 'proto-linguaggio' viene recepito per mezzo di elementari processi di natura affettiva che riattualizzano modalità primarie di rapporto, come quello tra madre e neonato, in cui lo scambio di informazioni tra i due avviene interamente a livello extralinguistico. Qui infatti sono altri i canali coinvolti nell'interazione duale e li possiamo individuare innanzitutto nella dimensione corporea dei cinque sensi, quindi nella rete associativa (neurale e mnestica) che si sviluppa a partire dalle prime esperienze di rapporto con l'altro. Inoltre, sappiamo quanto sia fondamentale il ruolo della pelle quale primo contenitore delle prime esperienze somato-psichiche, ancor prima della comparsa di un vero e proprio contenitore psichico-mentale che possa funzionare nell'ordine della rappresentazione, così come in precedenza il ruolo connettivo del cordone ombelicale tra utero materno e feto, che si fa carico di un travaso di 'informazioni' (intese queste nel senso ampio di sostanze vitali concrete ed elementi sensoriali) tra l'uno e l'altro che rimangono incistate in una memoria del corpo destinata a sopravvivere alle successive evoluzioni dell'individuo verso la sua condizione separata e infine adulta.
E' su questo terreno estremamente ricco di stratificazioni esperienziali che affonda le sue radici la psicoanalisi, il cui dispositivo semiotico di traduzione-decodificazione non è quindi ristretto all'ambito pur infinito della parola (Lacan docet!), ma si allarga alla possibilità di costruire significati condivisibili a partire da quell'universo sensoriale primitivo, senza voce né parole, che occupa un posto centrale nella vita di ogni individuo.
Quindi la psicoanalisi, concepita e fondata sulla parola che nella metafora freudiana apporta consapevolezza ed illumina le tenebre dell'inconscio, potrebbe ben definirsi altresì come la disciplina del non-dicibile, in quanto cioè non-ancora dicibile in una prospettiva temporale ed evolutiva, o anche in-dicibile come esperienza ed espressione di un limite di senso, il limite della pensabilità o perfino del limite estremo della morte.
A livelli così primitivi del funzionamento psichico, che sappiamo essere presenti in ognuno ma centrali e prevaricanti nell'esperienza del bambino piccolo come anche nel vissuto soggettivo di adulti con gravi problematiche di tipo psicotico, il discorso psicoanalitico si rovescia rispetto alla antica prassi ortodossa e ormai demodè della cosiddetta 'interpretazione classica' - estremizzando con ironia: il campanile equivale al pene, la borsetta alla vagina..! - poiché in tal caso il paradigma epistemico non è più quello della contrapposizione tra ordine manifesto e latente del discorso: non c'è in altri termini un contenuto affettivo 'nascosto' sotto un contenuto manifesto inserito in una catena associativa di immagini-ricordi-parole- concetti etc., ma si tratta invece di costruire un possibile scenario che funga da contenitore ed attivatore per ciò che definiamo col termine di 'inconscio', affinchè questo 'risponda' producendo ulteriori elementi, inizialmente schemi primari di risposta (interesse, avvicinamento, allontanamento, evitamento, incorporazione, rifiuto, etc..) e connettendo progressivamente aree sempre più estese di consapevolezza, in una processualità semantica che si sviluppa necessariamente 'a posteriori' (la Nachtraglickeit freudiana, ancora una volta).
Una tale estensione della portata epistemica della disciplina psicoanalitica, e la relativa necessaria attenzione alle configurazioni dinamiche profonde del funzionamento mentale, consentono a questa prassi terapeutica di poter condividere col paziente aspetti del proprio essere nel mondo difficilmente riconoscibili altrimenti, offrendo al contempo la possibilità di dare una forma meno precaria e più autenticamente vitale al proprio mondo interno in una modalità anche esteticamente significativa, quando la creatività interiore riesce ad essere sollecitata ed alimentata attraverso l'interazione terapeutica.


venerdì 24 dicembre 2010

I volti del tempo




Tempus fugit, dicevano gli antichi. Il tempo fugge, o scorre, in ogni modo si perde, si consuma. Non solo; esso 'ci' consuma, in un rapporto reciproco di causa-effetto in cui essere e tempo (Sein und Zeit, scriveva qualcuno) risultano quasi sinonimi. Il grande Virgilio, nel libro terzo delle Georgiche, ci lascia una sua felice espressione: Sed fugit interea fugit irreparabile tempus (Ma fugge intanto e s'invola il tempo irrevocabile). Ma c'è tempo e tempo... Parliamo dunque del tempo, della temporalità, di questa 'entità' immateriale in cui siamo immersi dalla nascita (e prima di essa), di ciò che ci rende l'unica specie vivente, noi umani, soggetta alla consapevolezza dello scorrere inesorabile della propria esistenza e della propria durata, quindi dell'idea del limite, della fine di sé.Questo tempo che ci avvolge dall'inizio alla fine, e poi ci lascia (..per andare dove?), è come una corrente elettrica che, finchè dura, ci anima e ci tiene in vita; entriamo in un 'flusso' temporale e non ne usciamo che alla nostra fermata, come quando si prende un metrò. Se non possiamo nulla sul passato, perché non esiste più, e non possiamo nulla sul futuro, perché non esiste ancora, il discorso del nostro esistere si riduce al presente. Anzi, all'adesso. Ma se questa affermazione appare secondo logica indubitabilmente vera, essa sembra d'altro canto contraddire le diverse sfaccettature che la categoria di temporalità possiede.
In primis il fatto che tutti noi abbiamo una percezione chiaramente distinta della differenza tra il tempo cosiddetto 'reale', oggettivo, scientifico e misurabile (abbiamo inventato apposta gli orologi, che rappresentano lo strumento sul quale è costruita tutta la cosiddetta civiltà moderna), e quello interiore, vissuto, la cui estensione non riguarda lancette e ingranaggi ma soltanto emozioni, sensazioni, memorie,'vissuti' appunto che costellano la sostanza psichica di cui siamo fatti. O potremmo anche dire che esistono un tempo 'corporeo' (il modo oggettivo in cui il nostro corpo subisce il confronto-scontro con il tempo e ne rivela lo scorrere in termini di invecchiamento: “La lotta contro il tempo è l'unico vero problema dell'uomo, oltre a quello del suicidio”, scriveva Camus) ed uno 'psichico' (la rappresentazione interna di un fenomeno in termini affettivi, dunque il ricordo), se questo non ci facesse tornare in mente troppo puntuali distinzioni sulla rex cogitans e la rex extensa di cartesiana memoria, che in questa sede tralasciamo volentieri. Non tralasceremo invece la nouvelle vague filosofica del secolo addietro (Husserl, Heidegger, Bergson..), quando ci descrive l'opposizione tra tempo e durata; uno dei punti nodali di tale visione filosofica gira proprio intorno a questa distinzione, che vede da una parte un tempo astratto-oggettivo e dall'altra una durata concreta-soggettiva, o per altri versi un tempo eternizzato e impersonale di contro a un tempo intimo e personale, quasi fosse una contrapposizione tra una vuota forma contenente e una sostanza materiale in essa contenuta.
Secondo Bergson, la vera realtà della nostra coscienza si esplica nel tempo vissuto, nella durata soggettiva delle esperienze, che non corrisponde affatto al tempo meccanico scandito dall'orologio, ripetitivo, uniforme, quantitativo. Il tempo vissuto, egli dice, è invece qualcosa di più reale, simile ad una sostanza in continuo cambiamento qualitativo, cioè in perenne, intima trasformazione.Ovviamente, sono sempre gli artisti, in questo caso poeti e scrittori, ad aver per primi colto ed espresso in modo universalmente diretto ed efficace i molteplici volti del tempo di cui facciamo esperienza. Ne ricordiamo due, per tutti: Marcel Proust e Virginia Woolf, che alla dimensione interiore e vissuta del tempo riservarono una particolare attenzione, se non una vera e propria venerazione (o forse, anche, ossessione). Il primo infatti, nella Recherche, ricostruisce alchimisticamente un universo vivente attraverso il tempo perduto e poi ritrovato della propria memoria, laddove la seconda ricerca convulsamente dentro di sé, in tutta la sua opera letteraria, quella peculiare forma narrativa che possa esprimere la cangiante vitalità del mondo interiore che si interseca senza soluzione di continuità in una temporalità molteplice e stratificata (nel racconto Mrs Dalloway, per esempio, che si comprime nella durata di un solo giorno, fatti e situazioni hanno peso solo in quanto scenari di fondo in cui si agitano emozioni e stati d'animo del soggetto, che si succedono, si alternano e si trasfondono reciprocamente in una temporalità magmatica e sospesa, specchio intimo dell'avvicendarsi delle ore del tempo 'di fuori', scandito dal rintocco del Big Ben, o ancora dell'altro tempo, ciclico e universale, che la protagonista del racconto osserva dalla sua finestra nelle movenze abitudinarie di una anziana signora che abita nella casa di fronte). Se filosofia e letteratura ci hanno dunque parlato già un secolo fa di una diversa concezione del tempo, e se la fisica della relatività ha avuto in tutto questo un ruolo primario, potremmo dire che la psicoanalisi non è stata da meno, arrivando anzi ad estremizzare il discorso nel sostenere che nell'inconscio non c'è tempo, o meglio ci sono tutti, poiché lì convivono senza distinzione di sorta tutti i differenti tempi della nostra vita (e secondo la psicoanalisi junghiana anche quelli dei nostri progenitori su su fino all'origine della specie). O per altri versi, come dice Lacan,la morte (come la donna) non esiste.
Diviene allora fondamentale - e fondante la possibilità di un nuovo e condiviso processo temporale - il costruire ad hoc uno scenario (come fa la psicoanalisi mediante la creazione del setting, cioè la ripetizione dell'esperienza delle sedute all'interno di una cornice di senso, offerta dalla stanza e dall'ora di analisi) che possa costituire l'altra faccia, o anche, come si dice oggi, l'interfaccia, di quel tempo intimo, soggettivo, privato, che il paziente vive, spesso dolorosamente, solo in modo frammentato o cronicizzato, attraverso l'emergenza del sintomo ossessivo, la riemersione disturbante del rimosso in forma di ansia diffusa, o un'angoscia serpeggiante che infine dilaga sommergendolo. Un tempo 'della cura', o 'del dialogo', se si preferisce, che ricuce narrativamente in un percorso dotato di senso quella che era una disarticolata accumulazione di fatti, volti, cose, emozioni, pezzi di vecchie identità, in un processo di significazione potenzialmente senza limiti (l'analisi è sempre 'interminabile', se intesa nella sua dimensione etica di confronto dell'individuo con la propria alterità costitutiva), reso ora reversibile dalla possibilità del ricordo e dalla funzione della memoria, finalmente liberata dalle catene della rimozione.
Il tempo così 'ricomposto' (o ritrovato direbbe Proust) da al soggetto una nuova prospettiva, che può essere ora finalmente osservata senza troppe distorsioni ottiche. E' un tempo insieme intimo e condiviso che ridà un ritmo e una forma alla fine del tempo della catastrofe psicotica, o che spezza la circolarità chiusa della coazione e della ripetizione cieca e sorda della nevrosi ossessiva - che desidera l'arresto del tempo e l'illusione della eternità del quotidiano, secondo la sua paradossale, mirabile sintesi dei contrari - o ancora, che apre un possibile varco al senso di esistere nella patologia depressiva.
Egli può così riappropriarsi del suo proprio tempo, declinandolo in molteplici rappresentazioni di sé in rapporto con sé stesso e con gli altri, tra passato e presente, e con lo sguardo finalmente rivolto al futuro.



lunedì 22 novembre 2010

Lo straniero che è in noi


Homo sum, humani nihil a me alienum.
(Sono un uomo, nulla che sia umano mi è estraneo)
Publio Terenzio Afro, Heautontimoroumenos (165a.C.)



[...] Tutta l'arte del Novecento ha dato voce ad un intimo e lacerante grido di dolore, per ribadire attraverso le più svariate forme espressive la condizione dell'uomo moderno e le sue ferite mortali: l'alterità, l'estraneità, la vacuità, la perdita di senso, la solitudine, lo spaesamento. L'Urlo di Edvard Munch (1893) ne è forse la prima rappresentazione moderna attraverso il medium pittorico (così come, mezzo secolo dopo,le tele di Francis Bacon ritraggono una umanità deformata, mostruosa, in cui prevale la cifra di una estraneità aliena ed alienante). Il teatro pirandelliano e quello 'dell'assurdo'(Beckett, Ionesco), la letteratura esistenzialista di Sartre e Camus e, nel campo musicale, il progressivo utilizzo della dissonanza e poi l'avvento della musica dodecafonica, che ribalta canoni estetici millenari; tutte testimonianze di una drammatica emorragia di senso che ha minato agli albori del secolo appena trascorso la moderna coscienza umana. Opere divenute icone universali della condizione esistenziale dell'uomo moderno – o dovremmo oggi piuttosto definirlo 'post-moderno', in assonanza con una certa recente terminologia di matrice sociologica – e di quella insopprimibile vertigine della mente di fronte all'angoscia di una alterità che qui sembra proporsi come una assenza stessa di forma e di sostanza, un progressivo svuotamento di senso del mondo e delle cose fino ad esaltare la propria inconsistente corporeità e vacuità, in uno scenario piegato, alterato, distorto, quasi liquido – corrosivo - che minaccia di penetrare dal di fuori, invadere il 'soggetto', e infine discioglierlo, annullarlo [...]
In tale scenario la psicoanalisi si è posta fin dal principio, un secolo fa, l'arduo compito di accelerare quella svolta epistemica che potesse condurre l'individuo ad una visione integrale di se stesso, obiettiva e realistica, sganciata dai retaggi della trascendenza religiosa e filosofica, attraverso l'assunzione del discorso con l'altro-da-sè e con tutto quanto eccede rispetto ad un assetto identitario delimitato e racchiuso nella propria lucida coscienza morale e razionale. Essa si è proposta quale strumento conoscitivo ed operativo della ferita di senso dell'uomo moderno, impegnandosi di suturarla attraverso la “cura” del sintomo e con il ricorso ad una dia-logica in cui venisse privilegiata proprio la dimensione problematica ed estraniante del soggetto, quindi in certo senso -e qui sta la novità rispetto alle pur molteplici forme di trattamento psicologico-psichiatrico dell'epoca - facendo affidamento su quella regione interdetta della psiche che fino allora si era cercato soltanto di tenere a bada e di rendere meno devastante col ricorso alla farmacologia, a periodiche cure idroterapiche in stazioni termali e nei casi più gravi alla contenzione manicomiale.
Così, quando al principio del suo lavoro di psicoanalista, presta attenzione ai 'vaneggiamenti'delle isteriche oltre che alle loro mirabolanti contorsioni 'ad arco riflesso' osservate nelle cliniche psichiatriche del tempo; quando pubblica L'interpretazione dei sogni (1899) e cede completamente il campo all'immagine onirica – l'alterità per eccellenza nel pensiero positivista di fine Ottocento- e alla sua potente capacità espressiva, tematica che sarà poi ripresa dai movimenti dadaista e surrealista degli anni Venti; oppure quando, ne Il perturbante (1919), individua nell'Unheimlich quel sentimento di attonita inquietudine di fronte al'non familiare', Freud sta dando voce e corpo a questa oscura dimensione parallela della psiche che si manifesta attraverso le pieghe occulte della ragione e della vita di veglia.
A proposito di quest'ultimo scritto, dove le dimensione dell'alterità e della estraneità dell'inconscio e del rimosso emergono in maniera nuova ed originale vestendo i panni del 'doppio' e del 'sosia', il carattere perturbante (unheimlich) dell'esperienza attuale è strettamente associato alla sua pregressa familiarità (heimlicheit) che ha però nel tempo subito un processo di rimozione, fino al punto di perdere l'aggancio con la memoria cosciente e la tonalità intima e rassicurante del già noto. Il risultato, come sappiamo, è una esperienza ambigua ed inquietante, di turbamento soggettivo per la difficoltà o l'impossibilità di codificare affettivamente lo stimolo esterno (oggetto, situazione o persona) dotato di una tale caratteristica.
Questa ambivalenza perturbante, in cui il fondamentale sentimento di una chiara identità soggettiva viene momentaneamente oscurato, si presta infatti alla perfezione nel delineare in maniera viva e palpitante il profilo di una dimensione inconscia che si esprime attraverso una intima estraneità, di una alterità intrapsichica e 'strutturale' che è specchio di ogni successiva attribuzione di alterità verso il mondo esterno e verso gli altri. E tale meccanismo è il prototipo – diremmo – di quell'atteggiamento fondativo della coscienza razionale che consiste nella distinzione tra un dentro e un fuori, tra un me e un non-me, tra soggetto e oggetto.
Anche C.G.Jung introduce nelle sue teorizzazioni il concetto di una alterità costitutiva della psiche – che può essere in parte progressivamente integrata in un processo di 'individuazione' – distinguendola in inconscio personale e collettivo. La sua poetica ed alquanto incisiva definizione di “Ombra” ben rappresenta in termini archetipici la dimensione inconscia personale caratterizzata dalla somma delle sue 'negatività' costitutive (rappresentazioni rimosse, elementi sfavorevoli e funzioni psichiche non sviluppate della personalità).
Possiamo quindi pensare alla psicoanalisi nei termini di una scienza della alterità – se di scienza si può parlare, oggi che le declinazioni della 'verità narrativa' e del post-costruttivismo hanno progressivamente spostato il baricentro psicoanalitico verso il piano ermeneutico, oppure se sia meglio considerarla al pari di una professione di fede in chiave laica – i cui cardini concettuali, da sempre, si sono primariamente articolati sul binomio identità/alterità e sul riconoscimento della funzione centrale di legame svolta dalla coscienza nel tentativo di una migliore integrazione possibile dei contenuti inconsci.
Dal registro interno a quello esterno la funzione psicoanalitica rimane intatta, in quanto alla base di qualsiasi processo conoscitivo si riscontra un rapporto e, se vogliamo, un incontro di identità tra loro diverse, nella accezione ampia del termine (quindi non solo soggettive, ma culturali, sociali, etc..) all'interno di una peculiare esperienza emotiva.
Il tema portante dell'identità e del suo rapporto con l'alterità si snoda attraverso tutto il percorso della riflessione psicoanalitica per approdare alla metafora bioniana del 'cambiamento catastrofico', cioè dell'implosione di un precedente assetto del pensiero che può generare nuove forme di pensabilità sia soggettive che epistemologiche o scientifiche. Momento cruciale di tale passaggio è la possibilità per la mente di tollerare il disorientamento e il disancoramento da posizioni consolidate nel tempo ma ormai isterilite e prive di una prospettiva 'aperta' e interagente col mondo circostante, e al contempo una spinta autenticamente conoscitiva che consenta di accostarsi al'altro-da-sè ma soprattutto all'Altro che risiede in noi [...]



Il presente è un estratto dal saggio breve: Identità e/è Alterità, di prossima pubblicazione nella sezione 'Scritti' del sito www.fernandomaddalena.it

Nella foto in alto: Francis Bacon, Portrait of Michel Leiris (1976)



venerdì 22 ottobre 2010

A teatro


La Figliastra (facendosi avanti al Capocomico, sorridente, lusingatrice)
Creda che siamo veramente sei personaggi,
signore,interessantissimi! Quantunque, sperduti.
Il Padre (scartandola)
Sì, sperduti, va bene!
Al Capocomico subito:
Nel senso, veda, che l'autore che ci creò, vivi, non volle poi, o non potè materialmente, metterci al mondo dell'arte. E fu un vero delitto, signore, perché chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più! Morrà l'uomo, lo scrittore, strumento della creazione; la creatura non muore più! E per vivere eterna non ha neanche bisogno di straordinarie doti o di compiere prodigi. Chi era Sancho Panza? Chi era don Abbondio? Eppure vivono eterni, perché - vivi germi - ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire, far vivere per l'eternità!
Il capocomico
Tutto questo va benissimo! Ma che cosa vogliono loro qua?
Il padre
Vogliamo vivere, signore!
Il capocomico (ironico)
Per l'eternità?
Il padre
No, signore: almeno per un momento, in loro.
Un attore
Oh, guarda, guarda!
La prima attrice
Vogliono vivere in noi!

(Tratto da : Sei personaggi in cerca di autore di Luigi Pirandello, a cura di C.Simioni, Oscar Mondadori)


Se volessimo rappresentare il funzionamento della psiche umana nel suo aspetto dinamico e interattivo, nel suo continuo relazionarsi ad oggetti interni ed esterni attraverso il lavorìo mentale del quotidiano - quella specie di brusìo di fondo che occupa gran parte del nostro pensiero cosciente - forse l'immagine più indicata sarebbe quella di un proscenio teatrale, dove su una scena allestita all'uopo si sta svolgendo un copione cui partecipano figure-personaggi diversi. Un teatro psichico dove si sta appunto 'rappresentando' un testo, in un perenne proporsi, farsi, decostruirsi e ricomporsi nel qui ed ora del momento vissuto.
La metafora teatrale si presta infatti particolarmente bene ad inquadrare icasticamente il discorso 'muto' ma inarrestabile della mente (pensiamo anche nel sonno: anzi lì pensiamo di più e, diremmo, a trecentosessanta gradi!) che si articola in un intimo dialogo a più voci, in una temporalità sottratta all'oggettivazione seriale delle ore (un tempo 'sospeso' in uno spazio virtuale e puramente allusivo, come quello appunto di una scena teatrale). A fornirle cioè quella cornice concettuale, quella messa in parentesi della realtà, entro cui poter fare emergere le sue sensazioni, le emozioni e la passione, le sue ferite, le sue contraddizioni insanabili, la sua follia.
Che il medium teatrale-scenico sia uno strumento privilegiato e naturale per esprimere in modo elettivo le passioni e i travagli dell'animo gli uomini devono averlo capito subito; tutte le culture umane hanno sentito l'esigenza di creare all'interno del loro ambiente vitale un 'luogo della rappresentazione'. Nei primi aggregati di tipo nomade questo luogo era lo scenario naturale stesso, di volta in volta ridefinito e circoscritto in uno spazio d'azione intorno ad un focolare, che potesse illuminare ciò che quei primi attori dell'umanità cercavano di comunicare ai loro simili. Poi vennero le prime antiche grandi città del medioriente e quindi le poleis greche, le urbs romane, con quegli splendidi gioielli architettonici, gli anfiteatri, che possiamo ancora oggi ammirare. La storia del teatro ci rende visibile la sua traiettoria attraverso epoche e culture fino ad oggi: generi teatrali in origine schematici e ripetitivi si sono nel tempo modificati, arricchiti, diversificati, seguendo la stessa evoluzione del pensiero e del costume umani. Fino ad arrivare – come sappiamo – al teatro moderno ed al cosiddetto teatro 'dell'assurdo', quel genere sorto a metà del secolo scorso, che riflette la trasformazione di una società, quella moderna, in cui sono elementi costitutivi la tragicità della condizione umana privata delle sue certezze, come l'inautenticità e la sostanziale incomunicabilità tra le persone.
Quella teatrale è dunque creazione artistica per eccellenza, se con ciò si intende la possibilità di esprimere la verità attraverso la finzione rappresentativa, che mette in scena, in una accezione pienamente 'democratica'; finzione che fa da tramite e da amplificazione per una pluralità di voci interiori che tendono a realizzare una maggiore pienezza espressiva e comunicativa.
Ma se quella teatrale è in fondo solo una finzione, la psiche ha bisogno di una tale finzione scenica per poter funzionare. Ha bisogno di creare una storia, di metterci delle figure, delle emozioni, di dare cioè un senso alle cose dentro e fuori di sé, di produrre quindi attraverso la sua stessa messa in scena il racconto di una ordinata e almeno verosimile, se non veritiera, successione di fatti. Così facendo ci si accosta abbastanza a quel nucleo di autenticità che muove tali esigenze espressive e rappresentazionali secondo una modalità catartica e liberatoria che restituisce all'individuo l'accesso alle radici profonde dell'esistere.
Se la psiche è per sua natura teatrale, ciò che accade in una psicoterapia non si sottrae ad una tale suggestione, laddove la scena è la stanza di analisi, il luogo deputato dagli autori-attori (paziente e terapeuta) e dai vari personaggi ed interpreti (dell'uno come dell'altro) ad incontrarsi in tante repliche successive (mai però uguali a se stesse, pena la conclusione delle rappresentazioni. Qui si recita infatti come fosse sempre una 'prima').
Le poche o tante parti rappresentate, i personaggi centrali e quelli secondari, le semplici comparse, quelli in ombra o rimossi (la cui mancanza però aleggia nell'aria), tutto questo viene messo in scena nella seduta. Gli attori fanno vivere (e talora ri-vivere) i loro molteplici personaggi ora nella commedia, ora nel dramma o nella tragedia, prestando attenzione affinchè ognuno di essi possa esprimere con la propria voce ciò che ha da dire, come anche ciò che non può essere detto a parole e solo vagamente percepito con un'emozione o una sensazione.
E' allora in questa funzione-finzione trasformatrice che gli elementi reietti o anche impensabili della nostra mente possono addivenire ad una forma, ad un primo abbozzo vitale che se adeguatamente sostenuto e nutrito potrà giungere ad una esistenza riconosciuta con consapevolezza.



lunedì 20 settembre 2010

Quando si dice 'Inconscio'




L'immagine che sorge spontanea in tutti noi quando si pensa all'inconscio è probabilmente quella di un luogo nascosto, oscuro, un sotterraneo dove si rintanano i fantasmi del passato, ricordi cancellati, pulsioni e desideri rimossi, o abbozzi di pensieri mai pensati. Una sorta di cantina dei nonni, dove nel tempo è finito di tutto, pentole e piatti sbreccati, culle in disuso, bici arruginite, fino ad ingombrare tutto lo spazio disponibile, lasciando solo un passaggio angusto in direzione dell'unica finestrella, troppo in alto e troppo piccola e opaca di sporco rappreso per lasciar filtrare più che un incerto chiarore dall'esterno...
La nozione di “un inconscio”, di un 'entità cioè definita e dotata di una sua realtà fisica e fenomenica e non solo concettuale o virtuale, è cosa relativamente recente nella storia della cultura umana (perlomeno intesa nei termini della cultura dominante, o 'di massa' come si dice oggi) e coincide con l'apparizione - appena cento anni fa - e la diffusione della psicoanalisi ad opera di Sigmund Freud prima e dei suoi seguaci e sostenitori poi. Freud per primo, nel suo saggio sull'inconscio del 1915, ne aveva messo in risalto il carattere di 'sistema' autonomo, articolato su specifiche modalità di funzionamento quali la condensazione, lo spostamento, l'assenza di reciproca contraddizione, l'atemporalità e la sostituzione della realtà esterna con quella interna-psichica, come potè rilevare anche dal lavoro analitico sulla formazione dei sogni e sulla loro interpretazione. La sua sottolineatura poi di 'processi psichici primari' contrapposti ad altri 'secondari', sancisce al contempo la complementarietà e la diversità dei due sistemi psichici di Inconscio e Coscienza, che soltanto interrelati ed integrati permettono la vita psichica ed un funzionamento mentale adeguato.
Talmente recente tutto ciò, dicevamo, che una tale 'scoperta' - che potremmo definire copernicana per l'influenza avuta sul pensiero umano - non sembra ancor oggi essere patrimonio di tutti noi, nel senso di una effettiva acquisizione di conoscenza; anche se il termine 'inconscio' circola nei discorsi di qualunque caratura, più spesso nelle frasi fatte (“Sì, ma inconsciamente tu invece volevi dire che etc etc..”), la sua reale valenza rimane limitata alla consapevolezza ed all'interesse di coloro che per vari motivi sono entrati in contatto con certe tematiche, studiosi o cultori della materia e/o persone che per loro particolari bisogni e vicende personali si sono accostati alla psicoanalisi per un percorso di conoscenza di sé.
L'idea che l'inconscio sia un aspetto fondamentale della nostra mente e del suo funzionamento, che sia cioè rappresentabile in termini di un sistema-processo sempre attivo, parallelo ma ben più vasto (anzi 'infinito',per dirla con I. Matte Blanco) rispetto a quello riferibile all'Io-coscienza, non sembra ancora essere 'patrimonio dell'umanità', e viene da chiedersi se lo sarà mai, in futuro...Prevale infatti nel senso comune una visione parziale e al contempo rigida dell'inconscio, caratterizzato esclusivamente dal ricorso a similitudini spaziali; appunto, una specie di luogo delle cose dimenticate (un 'dimenticatoio', diremmo..), o una 'parte' o 'zona' della mente dove far confluire certi contenuti scomodi o secondari. Insomma, una specie di grande pattumiera dove si accumulano rifiuti, 'scarti' prodotti dalla nostra mente, laddove poi quest'ultima viene ad essere identificata col solo aspetto cosciente, razionale, logico...
Pare indubbio e anche ben comprensibile che uno dei motivi, o forse 'il' motivo, di questa concezione semplicistica dell'inconscio sia attribuibile all'inquietudine che tutti ci prende allorquando sentiamo vacillare le nostre pseudo-certezze costruite su una supposta razionalità, quando cioè percepiamo di essere attraversati e spesso agiti da forze ben più potenti di quelle gestibili dal nostro piccolo (ma eroico, gliene va dato merito!) Io. D'altronde, l'illusione del 'controllo assoluto' sul proprio mondo interno, oltre che esterno, è anzi necessaria, almeno in una fase iniziale del proprio sviluppo psicologico, quando abbiamo bisogno di costruire certezze più o meno durature che ci permettano di consolidare e rafforzare una sufficiente 'fiducia di base' in noi stessi.
Vero è anche però che i casi della vita ci portano a volte, o meglio sempre, sotto la spinta di un continuo adattamento alla realtà di per sé instabile e mutevole, a dover rimettere in discussione, anche radicalmente, quelli che credevamo essere dei 'punti fermi' e dei riferimenti inamovibili del nostro vivere. Viene a delinearsi ad un certo punto una crescente esigenza di cambiamento, unitamente alla percezione che certe modalità di controllo sul proprio mondo interno non hanno più effetto e il rapporto con noi stessi inizia a declinarsi in senso sintomatico, attraverso il disagio e la sofferenza. E' in questi casi, solitamente, che ci si rivolge a qualcosa o 'a qualcuno'; come 'allo psicologo', per esempio...
La richiesta di una psicoterapia è innanzitutto richiesta fatta ad un 'altro' di un ascolto attento e partecipe alle proprie vicissitudini e nel contempo possibilità di trovare un senso ed un significato alla propria sofferenza. Si può rispondere in modi diversi a tale richiesta, come diversi e molteplici sono gli orientamenti teorico-clinici in campo psicoterapeutico.
Potremmo dire che il compito principale, la 'missione' di una psicoterapia analiticamente orientata – e ciò che la differenzia da altre forme di psicoterapia – è primariamente quello di far prendere 'coscienza' al paziente che appunto esiste un inconscio (ma stavolta in carne ed ossa, diremmo, e non per frasi fatte; in un modo tale che ne possa sentire cioè l'effettiva presenza operare da dietro le quinte dello scenario psichico), che la sua mente è eterogenea e complessa, che la sua coscienza razionale non ha il monopolio della situazione e che è anzi 'ospite' in un tutto più grande, quindi che il suo Io non è che un piccolo guscio di noce sull'immenso mare ignoto del Sè. Quindi, paradossalmente, una tale visione apporta all'individuo anche la consapevolezza di una intrinseca alterità e di essere per certi versi strutturalmente, ontologicamente, irreparabilmente scisso, separato, distante. Straniero a sé stesso. Ma proprio su questa rottura, su questa faglia intima che lacera la continuità del quotidiano sentimento di essere un individuo, la psicoanalisi ha costruito la sua visione dell'uomo, ponendone in luce le contrastanti pulsioni, le contraddizioni talora insanabili di una solo apparente razionalità, i lati oscuri della mente, la sua distruttività.
Se nonostante ciò il paziente, sorretto dal rapporto terapeutico, non perde la speranza e la fiducia di poter operare un cambiamento evolutivo nel proprio modo di essere e di 'stare' al mondo, e se questa visione, per certi versi terrifica, non lo costringe a rigettare la realtà, a rifugiarsi in agiti o in vane illusioni, ma permette al desiderio di conoscere la 'sua' verità conoscendo meglio il proprio mondo interno, allora potremo senz'altro dire che la psicoterapia ha avuto successo e il terapeuta, compagno di un lungo e faticoso viaggio in terra straniera, può esserne soddisfatto e intrinsecamente ripagato. Infine, il 'massimo dono' che un paziente può ricevere dal terapeuta, dopo la scoperta in sé stesso di una vita inconscia sullo sfondo del suo stato di veglia, è imparare ad entrare in un rapporto nuovo e diverso con una tale dimensione, in una modalità più evoluta e meno conflittuale, quanto più possibile creativa e arricchente per l'individuo.