Psicoterapeuta di orientamento psicoanalitico. Iscritto Ordine Psicologi Regione Abruzzo. Riceve in Piazza Alessandrini 22 - Pescara cell. 339 3685845 sitoweb:www.fernandomaddalena.it
lunedì 26 giugno 2017
La Peste
Diciamo subito che il titolo non allude all'omonimo romanzo di Camus, ma al noto episodio in cui Freud, in viaggio per gli Stati Uniti, parlando con l'allora suo discepolo Jung lasciò trapelare un intenzione tutt'altro che pacifica verso il popolo americano...
Risale infatti al 1909 il viaggio di Freud in America, condiviso coi seguaci Jung e Ferenczi a bordo del piroscafo G.Washington. Ad invitarlo negli 'States' sopra tutti G. Stanley Hall, psicologo e presidente della Clark University nel Massachussets, nelle cui intenzioni era la diffusione del 'verbo' psicoanalitico nel nuovo continente. Fu poco prima di sbarcare che Freud stesso – con la sua acuta ironia unita ad una superiore perspicacia in termini di conoscenza dell'indole del popolo americano, che non stimava particolarmente – confidandosi con Jung disse, non senza un intento eversivo, che in realtà 'stavano portando loro la peste', intendendo con ciò che il metodo psicoanalitico avrebbe introdotto il virus di una visione della realtà basata sulla complessità, sull'alterità, sul dubbio – in sostanza sulla subalternità della coscienza all'inconscio – in una Paese già fortemente orientato in senso capitalista e incardinato sui parametri dell'utilitarismo pragmatico, dell'ottimismo aprioristico e narcisista, del mito della frontiera adattato in chiave espansionistica e commerciale (con le conseguenze che tutti conosciamo, a partire da quel tragico e sempre rimosso peccato originale, il genocidio dei nativi americani).
Nonostante la buona accoglienza complessiva da parte di uomini di scienza e di cultura, della stampa e del pubblico, l'esperienza non si rivelò il successo che soprattutto molti della vecchia guardia freudiana avevano pronosticato. Basti pensare che William James, psicologo americano autore nel 1890 del fortunato Principles of Psychology, di impostazione funzionalista-pragmatista, dopo aver conosciuto Freud scrisse: “Confesso che mi ha fatto personalmente l'impressione di un uomo ossessionato da idee fisse. Non posso fare niente nel mio caso con le sue teorie dei sogni e ovviamente il 'simbolismo' è un metodo alquanto pericoloso”.
Piuttosto, nell'ambiente americano si ingenerò una sorta di reazione anticorpale che finì per assorbire prima il potenziale virale della nuova scienza della psiche e poi per snaturarla trasformandola in una versione psicoanalitica riveduta e corretta assoggettata alla centralità del sistema dell'Io (la 'Psicologia dell'Io', appunto, propugnata soprattutto da Hartmann, Rapaport ed altri. Lo stesso Lacan, nella sua rilettura di Freud degli anni '50, scrisse pagine di fuoco contro questa che considerava una deriva del pensiero freudiano). In altri termini, il potenziale eversivo del messaggio freudiano centrato sullo statuto primario dell'inconscio nel sistema psichico venne abilmente ridimensionato, grazie anche alle contingenze storico-politiche che consentirono negli Stati Uniti, nel ventennio tra le due guerre mondiali, il passaggio da una economia di sussistenza ad una economia di consumo, che sfocerà nella società consumistica degli anni 'Cinquanta sottoposta al regime di iperproduzione industriale, modello presto esportato su scala planetaria dalla vincente potenza Usa. Ma soprattutto è il cambiamento intervenuto a livello dell'immaginario, sorretto dalla invenzione di una pubblicità mirata e onnipervasiva, a determinare una vera e propria mutazione antropologica modificando la stessa esperienza del piacere psichico: il piacere non è più dato dal soddisfacimento di un bisogno, o dalla realizzazione di un desiderio, ma dalla realizzazione di un desiderio 'attraverso' l’acquisto di un prodotto, proposto-imposto dalle logiche industriali. Queste 'strategie del desiderio', pianificate a tavolino dai professionisti della vendita (tra i quali gli psicologi non hanno mai mancato di dare il loro prezioso contributo) hanno negli ultimi 70 anni a tal punto cambiato l'esperienza del nostro quotidiano da introdurre una vera e propria 'etica' del consumo, dove tutto in sostanza viene decodificato in termini di acquisto (tutto è in vendita, tutto si può comprare) e immesso nella sequenza input-desiderio-acquisto-gratificazione (quest'ultima assai breve, secondo uno schema collaudato in cui il prodotto e quindi il desiderio corrispondente devono essere presto rinnovati e condurre ad un nuovo acquisto che rilancia il ciclo praticamente all'infinito). Come tutto ciò poi agisca a livello dei processi di strutturazione dell'identità soggettiva, di relazione e di socializzazione apre un ambito di riflessioni che inquadra uno scenario non futuro, ma presente ormai nella realtà del mondo globalizzato, dai risvolti a dir poco inquietanti.
D'altra parte, l'assedio quotidiano dei media alle nostre menti, con il suo carico ingestibile e indigeribile di morte, violenza, distruzioni e ingiustizie ha originato un' alterazione della genetica psichica del nostro approccio alla vita che si risolve solitamente in uno sterile atto di compunzione ed una meccanica alzata di spalle, aventi la funzione di regolare il transito delle sempre ultimissime “news” senza che intacchi oltre la superficie delle cose e possa così venire evacuata in tempi rapidi, mantenendo aperto lo spazio di ricezione per quelle che a breve seguiranno. In breve, all'etica del consumismo illimitato si è via via affiancata, con un effetto amplificante assai potente e reattivo rispetto alle dinamiche , quella della deresponsabilizzazione sistematica, dell'edonismo sfrenato, della fuga dalla realtà (consumo di droghe e alcol ai livelli massimi, ma anche ideologie deliranti che promettono 72 vergini nell'aldilà a chi ammazza un congruo numero di infedeli). Il 'libera nos a malo' – dovunque e comunque – oggi infatti non fa solo parte dello strascico di un certo corredo religioso occidentale, ma sempre più inteso laicamente come posizione aprioristica del pensiero globalizzato postmoderno, un ingenuo ma pervicace atteggiamento mentale di purificato edonismo, ramificato ed esteso a tutti gli aspetti del quotidiano e che è divenuto il leit motiv dell'uomo contemporaneo e cardine della sua prassi esistenziale, costretta a schivare le innumerevoli minacce cresciute in una società globale ormai molto prossima al collasso (non solo ecologico, come vediamo). In un simile scenario complessivo, anche il discorso sulle forme di intervento psicologico ha risentito negli ultimi decenni di una profonda trasformazione, divaricandosi sempre più in un approccio 'esperienziale-conoscitivo', sulla linea dell'ideale psicoanalitico, ed in uno 'pratico-curativo', secondo un'impostazione più propriamente psicoterapeutica, sempre più variegata in una moltitudine di approcci più o meno differenziati ma comunque sempre più declinati nel senso di offrire un surrogato, quindi una gratificazione sostitutiva, al desiderio: migliore gestione – o talora 'scomparsa'(!) – dei propri sintomi, miglior adattamento a contesti famigliari, sociali, lavorativi, aumentata sensazione di 'benessere', etc.. In sintesi, diremmo cioè che laddove le varie psicoterapie perseguono l'ideale della 'guarigione dalla malattia' (o più spesso dal sintomo, inteso sostanzialmente quale deviazione e degenerazione di uno stato di presunta normalità) e del 'benessere' come livellamento a regola o norma sociale, la psicoanalisi si pone invece in termini di conoscenza, di 'sapere su' quel singolo individuo, unico, irripetibile, la cui vita è un unicum di vissuti e fantasie non sovrapponibili a quelle di qualsiasi altro. Sapere psicoanalitico, inoltre, che sa che 'il male' e la malattia sono aspetti del vitale e in quanto tali connaturati con l'esperienza di 'essere un essere umano', e dove 'il sintomo' non è visto come l'ostacolo allo stare bene con se stessi o con gli altri, bensì come la porta per accedere ad un discorso di verità, cioè di maggiore conoscenza su e di sé stessi. E questo in quanto il discrimine fondamentale tra i due approcci risiede proprio nella diversa ottica con cui osservare il soggetto: l'individuo con le sue peculiarità, la sua storia, i suoi legami, la sua esperienza soggettiva di essere nel mondo, oppure l'individuo la cui mente assomiglia ad un elaboratore di informazioni, in cui allo stimolo segue necessariamente 'la' risposta e che valuta sé stesso, gli altri e il mondo – almeno ipoteticamente – in modo sempre razionale, logico e consequenziale. Ma è probabilmente soprattutto rispetto ad una specifica dimensione che le strade degli approcci 'analitici' e 'cognitivi' divergono inesorabilmente; quella che si riferisce alla centralità dell'esperienza di un'alterità soggettiva, di quell' “essere stranieri a sé stessi” – in sostanza al riconoscimento e ridimensionamento del proprio sistema Io-Coscienza tanto caro a tutto il pensiero occidentale – che Freud seppe legare mirabilmente al concetto stesso di Inconscio costruendoci sopra tutto l'edificio psicoanalitico. Potremmo allora dire che l'intenzione di diffondere 'la peste' di una certa visione dell'uomo ha avuto successo solo in quanto fenomeno culturale (a proposito, Woody Allen continua ad andare dallo psicoanalista..?), trovando nella realtà capitalistica e consumistica del nuovo mondo occidentale una insormontabile barriera i cui anticorpi hanno svolto in modo eccellente il loro programma genetico: trasformare il desiderio umano in prodotto seriale e creare la nuova etica del consumo-ergo-sum, impedendo di conseguenza il pensiero critico e facendo assurgere il progresso scientifico-tecnologico a unica indiscussa divinità suprema. Ma la psicoanalisi ha questo dalla sua: sa prendersi carico e parlare delle miserie dell'uomo, delle sue paure, dei suoi desideri, delle sue speranze, senza doversi sentire in obbligo di offrirgli una qualche ricompensa o gratificazione immediata per lenire le sue ferite, poiché questa è già racchiusa nel raggiungimento di una migliore conoscenza di sé.
venerdì 24 febbraio 2017
Fors'anche sognare...
“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e le nostre piccole vite sono circondate dal sonno.”
(W.Shakespeare, La Tempesta, atto IV)
“Somnio, ergo sum.”
(convinzione soggettiva dello scrivente)
Che rapporto abbiamo con i nostri sogni? Che importanza concediamo oggi – presi da una ipertrofia del quotidiano che sempre più ci appiattisce in modalità di rapporto 'orizzontali', stereotipate e modellate ormai su canali mediatici, con l'altro come anche con noi stessi – a quella cosiddetta 'attività onirica' che, nonostante l'abituale nostra incuria, incessantemente sembra riproporci, notte dopo notte, l'esigenza di un confronto con le dimensioni abissali della nostra psiche, che affonda le radici in quell'Onphalos irraggiungibile, che lo stesso Freud ipotizzava quale oscuro ed originario punto germinale del sogno?
Potremmo, sub specie onirica, delineare uno spartiacque fondamentale tra le persone, una loro primaria distinzione in senso tipologico. Esistono infatti 'in natura' persone che sognano, e che traggono dai loro sogni elementi di interesse, o di autoconoscenza, quando non di veri e propri segni, segnali, messaggi, comunicazioni insomma che provengono da una qualche parte di sé, così come persone che non sognano – almeno secondo la loro stessa esperienza (di veglia, ovviamente..) – e che considerano i sogni più che altro come bizarrie della mente e l'argomento di un loro eventuale senso ulteriore viene chiuso in partenza. Possiamo però sempre notare in entrambe le categorie almeno le tracce di una antica attività onirica, risalente solitamente al periodo infantile, di certi sogni che rimangono poi come scolpiti nel ricordo; attività che in seguito per alcuni ha continuato a crescere e svilupparsi col tempo (ci sono ad es. sognatori così abili che sembrano veri artisti nel rievocare dettagli e scenografie dei loro sogni), mentre per altri si è come gradualmente impoverita e infine quasi disseccata, finendo per convincerli di quanto sia inutile e dispendioso per le loro energie mentali il cercare di 'capirci qualcosa' ...
La questione non è, mi pare, di lana caprina. Poiché dalla maggiore o minore importanza che attribuiamo ai nostri sogni, così come in certi casi dal trascurarli in modo assoluto o dal ritenerli meramente superflui, consegue l'importanza che attribuiamo nella nostra vita al concetto ed all'esperienza stessa di Inconscio, al confronto che stabiliamo con esso, al modo in cui ne siamo vissuti attraverso e al di là dell'esperienza cosciente. Dare non solo uno spazio ai sogni, ma ospitarli con tutti gli onori favorisce inoltre una maggiore 'verticalizzazione' della nostra esperienza soggettiva collegandola allo psichismo profondo e quindi un più saldo senso di continuità ed identità, che sempre più latita nelle odierne esistenze frammentate e scandite dai ritmi ossessivi della pubblicità.
Chi si accosta, per desiderio o necessità, ad un percorso psicoterapeutico di tipo analitico, impara molto presto quanta attenzione ed impegno vengano in questa sede solitamente riservati ai sogni (a differenza da quanto accade in altri orientamenti psicoterapeutici che prediligono un lavoro centrato sulla modificazione di convinzioni e schemi mentali disfunzionali e di comportamenti) al punto di sentirsi spesso quasi 'in dovere' di produrne di sempre nuovi e di particolarmente significativi.
In realtà, è lo stesso processo analitico che una volta avviato sembra dinamicizzare e arricchire la dimensione onirica, anche in quei soggetti solitamente impermeabili ai sogni (o forse piuttosto al ricordo di essi), che così progressivamente sembrano recuperare uno spazio onirico – o anche in certi casi accedervi per la prima volta – attingendo ai materiali del loro passato, a fantasie semicoscienti o del tutto inconsce, ad elementi sparsi carichi di affettività ed emozioni che possono così essere riuniti in una struttura di significato ed espressi attraverso quella forma narrativa tipica del sogno fatta di simboli, allusioni, distorsioni, aggiunte, mancanze, etc...
Stabilito dunque che sognare sia pur sempre un'attività universale (checchè ne dicano i supposti non-sognatori!), quotidiana e 'democratica' , non possiamo non rilevare quale importanza il sogno abbia da sempre per gli uomini, fin dalle prime manifestazioni di civiltà organizzate intorno a modelli culturali. Le culture antiche anzi prevedevano un settore specifico della terapeutica medica interamente dedicato alla guarigione di corpo e anima attraverso i sogni.
Nell'antica Grecia, ad es., erano famosi gli asclepiei, i santuari dedicati ad Asclepio (Esculapio per i romani), dio della medicina, presso Epidauro, Pergamo e Coo, dove si praticavano trattamenti terapeutici basati su rituali e cerimoniali in cui il paziente veniva sottoposto ad una accurata preparazione e purificazione che prevedevano il digiuno e l'assunzione di acqua attinta da fonti sacre (probabilmente addizionata con sostanze allucinogene che favorivano stati oniroidi). In alcuni passaggi particolarmente significativi e suggestivi, il paziente beveva l'acqua della 'fonte dell'oblio' e poi della 'fonte del ricordo'; ma il momento centrale dell'intera cerimonia era rappresentato dalla 'incubatio', in cui il paziente, indossata una speciale veste ornata di strisce color porpora e una corona sul capo, veniva condotto in una camera sotterranea del tempio (l'abaton), le cui pareti erano solitamente coperte da iscrizioni che descrivevano precedenti guarigioni e miracoli avvenuti nel luogo e lì, in una condizione di relativa deprivazione sensoriale, al buio e nel silenzio, trascorreva la notte disteso sul kline, un divanetto che rendeva più comoda la sua permanenza (unica concessione 'moderna' della successiva cultura tardo-greca, poiché nei tempi arcaici, prima che fossero costruiti i templi, la incubatio veniva praticata in luoghi naturali, solitamente caverne sacre, e il malato giaceva direttamente sulla nuda terra). Accadeva così che durante il sonno il paziente avesse particolari visioni, apparizioni, oracoli, oppure incubi, o più in generale sogni, che costituivano per lui una infallibile indicazione terapeutica in risposta alle proprie problematiche psichiche o fisiche, aiutato in ciò dai sacerdoti del tempio, che il giorno seguente ponevano il paziente sulla 'sedia della memoria', perchè potesse riferire ciò che aveva visto in sogno...
Duemilacinquecento anni dopo gli psicoterapeuti continuano a chiedere ai propri pazienti (e a sé stessi), distesi sul lettino o seduti in poltrone, cosa abbiano sognato nelle notti precedenti, e discorrono ampiamente e approfonditamente su di essi, forse per ribadire che c'è pur sempre un filo, invisibilmente sottile ma tenace, che lega passato e presente e che ci lega anche gli uni agli altri.
(Nel riquadro, mosaico raffigurante Ippocrate, sul pavimento dell'asclepieion di Kos, con Asclepio al centro).
(Reminder giugno 2010)
(W.Shakespeare, La Tempesta, atto IV)
“Somnio, ergo sum.”
(convinzione soggettiva dello scrivente)
Che rapporto abbiamo con i nostri sogni? Che importanza concediamo oggi – presi da una ipertrofia del quotidiano che sempre più ci appiattisce in modalità di rapporto 'orizzontali', stereotipate e modellate ormai su canali mediatici, con l'altro come anche con noi stessi – a quella cosiddetta 'attività onirica' che, nonostante l'abituale nostra incuria, incessantemente sembra riproporci, notte dopo notte, l'esigenza di un confronto con le dimensioni abissali della nostra psiche, che affonda le radici in quell'Onphalos irraggiungibile, che lo stesso Freud ipotizzava quale oscuro ed originario punto germinale del sogno?
Potremmo, sub specie onirica, delineare uno spartiacque fondamentale tra le persone, una loro primaria distinzione in senso tipologico. Esistono infatti 'in natura' persone che sognano, e che traggono dai loro sogni elementi di interesse, o di autoconoscenza, quando non di veri e propri segni, segnali, messaggi, comunicazioni insomma che provengono da una qualche parte di sé, così come persone che non sognano – almeno secondo la loro stessa esperienza (di veglia, ovviamente..) – e che considerano i sogni più che altro come bizarrie della mente e l'argomento di un loro eventuale senso ulteriore viene chiuso in partenza. Possiamo però sempre notare in entrambe le categorie almeno le tracce di una antica attività onirica, risalente solitamente al periodo infantile, di certi sogni che rimangono poi come scolpiti nel ricordo; attività che in seguito per alcuni ha continuato a crescere e svilupparsi col tempo (ci sono ad es. sognatori così abili che sembrano veri artisti nel rievocare dettagli e scenografie dei loro sogni), mentre per altri si è come gradualmente impoverita e infine quasi disseccata, finendo per convincerli di quanto sia inutile e dispendioso per le loro energie mentali il cercare di 'capirci qualcosa' ...
La questione non è, mi pare, di lana caprina. Poiché dalla maggiore o minore importanza che attribuiamo ai nostri sogni, così come in certi casi dal trascurarli in modo assoluto o dal ritenerli meramente superflui, consegue l'importanza che attribuiamo nella nostra vita al concetto ed all'esperienza stessa di Inconscio, al confronto che stabiliamo con esso, al modo in cui ne siamo vissuti attraverso e al di là dell'esperienza cosciente. Dare non solo uno spazio ai sogni, ma ospitarli con tutti gli onori favorisce inoltre una maggiore 'verticalizzazione' della nostra esperienza soggettiva collegandola allo psichismo profondo e quindi un più saldo senso di continuità ed identità, che sempre più latita nelle odierne esistenze frammentate e scandite dai ritmi ossessivi della pubblicità.
Chi si accosta, per desiderio o necessità, ad un percorso psicoterapeutico di tipo analitico, impara molto presto quanta attenzione ed impegno vengano in questa sede solitamente riservati ai sogni (a differenza da quanto accade in altri orientamenti psicoterapeutici che prediligono un lavoro centrato sulla modificazione di convinzioni e schemi mentali disfunzionali e di comportamenti) al punto di sentirsi spesso quasi 'in dovere' di produrne di sempre nuovi e di particolarmente significativi.
In realtà, è lo stesso processo analitico che una volta avviato sembra dinamicizzare e arricchire la dimensione onirica, anche in quei soggetti solitamente impermeabili ai sogni (o forse piuttosto al ricordo di essi), che così progressivamente sembrano recuperare uno spazio onirico – o anche in certi casi accedervi per la prima volta – attingendo ai materiali del loro passato, a fantasie semicoscienti o del tutto inconsce, ad elementi sparsi carichi di affettività ed emozioni che possono così essere riuniti in una struttura di significato ed espressi attraverso quella forma narrativa tipica del sogno fatta di simboli, allusioni, distorsioni, aggiunte, mancanze, etc...
Stabilito dunque che sognare sia pur sempre un'attività universale (checchè ne dicano i supposti non-sognatori!), quotidiana e 'democratica' , non possiamo non rilevare quale importanza il sogno abbia da sempre per gli uomini, fin dalle prime manifestazioni di civiltà organizzate intorno a modelli culturali. Le culture antiche anzi prevedevano un settore specifico della terapeutica medica interamente dedicato alla guarigione di corpo e anima attraverso i sogni.
Nell'antica Grecia, ad es., erano famosi gli asclepiei, i santuari dedicati ad Asclepio (Esculapio per i romani), dio della medicina, presso Epidauro, Pergamo e Coo, dove si praticavano trattamenti terapeutici basati su rituali e cerimoniali in cui il paziente veniva sottoposto ad una accurata preparazione e purificazione che prevedevano il digiuno e l'assunzione di acqua attinta da fonti sacre (probabilmente addizionata con sostanze allucinogene che favorivano stati oniroidi). In alcuni passaggi particolarmente significativi e suggestivi, il paziente beveva l'acqua della 'fonte dell'oblio' e poi della 'fonte del ricordo'; ma il momento centrale dell'intera cerimonia era rappresentato dalla 'incubatio', in cui il paziente, indossata una speciale veste ornata di strisce color porpora e una corona sul capo, veniva condotto in una camera sotterranea del tempio (l'abaton), le cui pareti erano solitamente coperte da iscrizioni che descrivevano precedenti guarigioni e miracoli avvenuti nel luogo e lì, in una condizione di relativa deprivazione sensoriale, al buio e nel silenzio, trascorreva la notte disteso sul kline, un divanetto che rendeva più comoda la sua permanenza (unica concessione 'moderna' della successiva cultura tardo-greca, poiché nei tempi arcaici, prima che fossero costruiti i templi, la incubatio veniva praticata in luoghi naturali, solitamente caverne sacre, e il malato giaceva direttamente sulla nuda terra). Accadeva così che durante il sonno il paziente avesse particolari visioni, apparizioni, oracoli, oppure incubi, o più in generale sogni, che costituivano per lui una infallibile indicazione terapeutica in risposta alle proprie problematiche psichiche o fisiche, aiutato in ciò dai sacerdoti del tempio, che il giorno seguente ponevano il paziente sulla 'sedia della memoria', perchè potesse riferire ciò che aveva visto in sogno...
Duemilacinquecento anni dopo gli psicoterapeuti continuano a chiedere ai propri pazienti (e a sé stessi), distesi sul lettino o seduti in poltrone, cosa abbiano sognato nelle notti precedenti, e discorrono ampiamente e approfonditamente su di essi, forse per ribadire che c'è pur sempre un filo, invisibilmente sottile ma tenace, che lega passato e presente e che ci lega anche gli uni agli altri.
(Nel riquadro, mosaico raffigurante Ippocrate, sul pavimento dell'asclepieion di Kos, con Asclepio al centro).
(Reminder giugno 2010)
lunedì 17 ottobre 2016
Iudicium Dei
Anticamente, esisteva una modalità 'infallibile' per provare l'innocenza o la colpevolezza di un accusato, poiché esercitata direttamente da Dio. Era chiamata 'ordalia' (dal longobardo ordaïl che significa appunto "giudizio di Dio") ed era una procedura giuridica basata sulla premessa che Dio avrebbe aiutato l'innocente nel caso in cui fosse stato davvero tale. L’imputato era dunque costretto a sottostare pubblicamente ad una prova durissima, l'esito della quale era la dimostrazione evidente della sua innocenza – se sosteneva la prova senza subire forti danni – o viceversa della sua colpevolezza.
Tale pratica, presente originariamente soprattutto tra le popolazioni germaniche e longobarde del centro Europa, si diffuse in tutto il mondo medievale dopo il crollo dell'impero romano d'oriente, ciò che portò ad un sostanziale regresso anche in campo giuridico, fino ad allora sostenuto dal riferimento ai princìpi del diritto romano. La magistratura del periodo classico operava infatti in modo simile al nostro attuale, basato su tesi accusatorie, prove fattuali e testimonianze, mentre il sistema ordalico delegava il momento del giudizio ad una questione di pura fede religiosa, chiamando a testimone e giudice ultimo la divinità stessa.
In realtà, la pratica dell'ordalia sembra risalire a molto più indietro nel tempo ed avere una diffusione universale. Se ne hanno prove fin dalla stesura del codice di Hammurabi in Babilonia nel XVIII sec. a.C. Nella religione indiana, nel celebre Ramayana (IV-III sec. a.C.), la moglie di Rama, Sita, affronta la prova del fuoco per dimostrare di non essere stata disonorata da Ravana, da cui era stata rapita. Nell'Antigone di Sofocle (V sec. a.C.) si cita un episodio in cui alcune guardie devono provare la loro innocenza maneggiando un ferro arroventato e camminando sui carboni accesi. Presso gli Ebrei, come riportato nella Torah, era conosciuta una forma di ordalia dell'acqua (la Sotah), in particolare nei confronti di donne accusate di adulterio, che consisteva nel consumo di "acqua amara" senza subire danno. Un' altra testimonianza ce la offre lo storico Strabone (I sec. d.C.), che riferisce delle sacerdotesse di Diana che, per dare prova della loro castità, camminavano sui carboni ardenti senza bruciarsi. In particolare, in epoca etrusca e poi in quella romana, erano conosciute forme di ordalia singolari denominate con il termine di poena cullei (da culleus, cioè sacco), che consisteva nell'armare di una spada corta il presunto colpevole legato per i polsi e chiuso poi in un sacco assieme ad un gallo, un cane, un serpente e una scimmia (o una capra). Il sacco veniva quindi immerso nelle acque di un fiume: se la persona sottoposta a questo rito riusciva a liberarsi, dimostrava di avere il consenso degli dei ed era dunque ritenuta innocente.
Come si vede, vi erano diverse tipologie di ordalia, a seconda dell'elemento scelto per il rituale dimostrativo: soprattutto però – in special modo nel medioevo – quelli più frequenti erano il fuoco e l'acqua, nelle forme della prensione di un ferro rovente con le mani (la 'gestatio ferri') e dell'immersione in acqua con mani e piedi legati ('iudicium acquae frigidae').
Se dunque per i popoli barbari del nord Europa l'ordalia rappresentava un effettivo progresso culturale, poiché consentiva di limitare le continue e sanguinose faide tra clan, per quanto rimaneva dell'antico impero romano, dilaniato dalle invasioni barbariche, tale usanza fu un evidente regresso in campo giuridico, appena temperato dall'intervento della Chiesa romana, che ebbe in merito un atteggiamento ambivalente (la Chiesa non poteva infatti condividere appieno la pratica dell'ordalia nelle sue forme più cruente, ma non poteva neanche avversarla, col rischio che le faide dilagassero). Col tempo, essa finì quindi per applicare sistematicamente questo tipo di giudizio, prima come un mezzo per ribadire i diritti di chiese e monasteri, poi per schiacciare qualsiasi forma di dissenso religioso e politico (i Tribunali dell'Inquisizione contro gli eretici e la stregoneria, che si protrassero fino a tutto il XVII sec., ne sono una drammatica testimonianza).
Certamente, l'ordalia del medioevo svolgeva una precisa funzione, quella di assolvere ad una idea di giustizia sociale ed agli obblighi dell'applicazione di una legge comunitaria in assenza di una efficace struttura legislativa che perpetrasse i principi dell'ordinamento giuridico romano. Uno strumento che, si capisce facilmente, costituiva anche un facile e sbrigativo mezzo a disposizione dei 'poteri forti' – diremmo oggi – dell'epoca, per sancire senza appello la condanna di chiunque non rientrasse nei dettami dell'establishment, spesso in forma di semplice calunnia da cui non potersi difendere che assoggettandosi al(supposto) giudizio divino. Un'istituzione così antica nella storia dell'umanità deve avere tuttavia un correlativo nella stessa struttura psicologica dell'essere umano. La necessità di delegare, da parte del gruppo sociale, ad una istanza superiore il giudizio di vita e morte di un individuo ha cioè probabilmente un corrispettivo ab origine nello stesso funzionamento psichico del singolo, se consideriamo la psiche stessa nei termini di una 'gruppalità interna', di un aggregato cioè di parti e figurazioni aventi precise e diversificate funzioni (spesso in contrasto tra loro, sul modello che poi sarà reso universalmente noto dalle 'topiche' di Freud, in particolare la tripartizione Es-Io-SuperIo). Il meccanismo psicologico alla base dell'ordalia, dunque – questa sorta di ragionamento circolare per cui si rimette alla divinità il giudizio sul singolo e che gravita intorno alla dimensione della colpa – è pensabile come un primitivo modello psichico-comportamentale, inscritto nel patrimonio culturale della specie Sapiens, che si salda alla dimensione esperienziale delle prime cure ricevute dal bambino, poi all'educazione impartita dai genitori, quindi alla graduale introiezione di una morale individuale e sociale. Soprattutto le prime identificazioni, che fin dall'inizio dell'esistenza legano il bambino agli altri significativi del suo ambiente, stabiliscono le condizioni che portano ad un prolungamento indefinito del legame neotenico con le dimensioni materna e paterna (declinate rispettivamente in termini di protezione-cura e socialità-condotta morale), attraverso la interiorizzazione dei loro modelli psico-socio-comportamentali. Legame che va a costituire quello sfondo di significato culturalmente condiviso, quell'ordine simbolico che, come il fondale mobile di una scena teatrale, di volta in volta contestualizza e funge da cornice all'azione del singolo immerso nel suo contesto sociale. Nel nostro quotidiano, la 'fenomenologia ordalica' sembra rendersi ancora più visibile in un certo tipo di pensiero sia psicotico – in cui il divino è spesso caratterizzato in termini di persecutore esterno-interno (viene qui in mente il famoso caso clinico del Presidente Schreber, di cui Freud scrisse nel 1911 a proposito della genesi dei meccanismi psichici della paranoia) – che nevrotico, per cui il sentimento di colpa 'soggettivo' (quale elemento 'strutturale' e a priori dell'esperire del soggetto, ancorato alle vicissitudini dell'Edipo) precede il meccanismo della supposizione di colpevolezza 'oggettiva' e contingente che la prova ordalica dimostra pubblicamente. A differenza del 'semplice' sentimento soggettivo della colpa, infatti – che potremmo definire come 'più evoluto' strutturandosi progressivamente dalle prime identificazioni con l'altro e poi dalla introiezione di modelli sociali e dalla educazione, laica o religiosa che sia, e che mette in moto un processo di elaborazione sostanzialmente attraverso il riconoscimento e la riparazione del danno arrecato – nell'ordalia siamo di fronte ad un giudizio su di sé 'sospeso' e delegato ad una istanza, quella divina, che è ancora sentita come esterna a sé e il cui potere sul soggetto si esplica in una modalità essenzialmente giudicante e sanzionatoria che sembra potersi identificare con quella centrale figura psicoanalitica che va sotto il nome di SuperIo, ma declinato nella sua versione primitiva di istanza giudicante interiore rigidissima, anzi inflessibile quando non proprio 'spietata', tanto da poter apparire ad un occhio esterno come una pura manifestazione di masochismo (Freud parlò in proposito anche di 'masochismo morale', per distinguerlo dalle perversioni sado-masochistiche di natura sessuale).
Questa istanza superiore si identifica dunque per il soggetto con il luogo stesso della Verità, da cui promana la suprema auctoritas che non può mai, per definizione, essere messa in discussione. Esso rappresenta pure, in modo proiettato, il 'Grande Altro' lacaniano(1): l'ordine simbolico che struttura l'universo di senso dell'uomo, lo sguardo dell'altro-da-sè che funge da continuo sfondo relativizzante al nostro esperire soggettivo.
Ciò che ribadisce come il giudizio divino non sia un motivo limitato alla sfera religiosa o riservato al popolo dei credenti, ma possa rivelarsi in varie forme, comunque riconducibili tutte al medesimo meccanismo di base, anche attraverso esperienze e contesti inusitati. E' solo infatti ad uno sguardo superficiale che potremmo stupirci di come personaggi affatto lontani da una certa morale cristiana o religiosa in genere facciano ricorso sistematico ad una qualche forma di giudizio divino. E' ad esempio il caso letterario, celebre, del peraltro ateissimo marchese De Sade, noto per il suo libertinaggio e le sue perversioni sessuali, che perpetra sovente le sue nefandezze con lo scopo non dichiarato di provocare Dio, inducendolo così a punirlo e quindi a manifestarglisi: finezze della perversione!
Su tutt'altro versante, nel nostro quotidiano, riconosciamo altresì lo stesso motivo di fondo soprattutto in quelle gravi forme nevrotiche, un tempo definite 'melanconiche', in cui tra SuperIo ed Io si instaura un rapporto come tra carnefice e vittima. Come è anche evidente, ad esempio, in certi comportamenti 'a rischio' degli adolescenti, solitamente visti solo come esperienze della 'ricerca del limite' e della dimostrazione delle proprie capacità di giovani adulti, in una replica aggiornata delle antiche prove iniziatiche tribali (le prove di forza, o le guide spericolate in stato di ebbrezza). Anche qui, pur se in termini di esperienza soggettiva l'atto è eseguito affinchè un certo 'status' personale passi ad un livello superiore liberando così il giovane dalle paure infantili, è innegabile la componente di 'provocazione' insita nell'atto e rivolta, se non al Dio dei cieli, ad un altrettanto sconosciuto Dio interiore, cioè in definitiva alla vita stessa in quanto 'Grande Altro'. E' tuttavia proprio sul terreno della colpa, vera o presunta, o meglio del senso soggettivo di colpevolezza, che si gioca la partita del (e col) SuperIo primitivo, che può durare tutta una vita (“..e oltre!” - direbbe questi, sadicamente) a meno che non ci si impegni in un percorso di conoscenza di sé che ci porti a saper vedere e riconoscere le molteplici forme che esso assume nelle nostre vite, spesso inibendole pesantemente, a volte annullandole del tutto, comunque sempre impoverendole di quell'apporto fondamentale per la salute psichica che è una ragionevole fiducia in sé stessi e negli altri. Un tale lavoro richiede una faticosa elaborazione del sentimento interiore di colpevolezza, spesso collegato alle vicissitudini di un processo edipico dall'esito fallimentare, il cui peculiare trattamento consente di individuare una fondamentale distinzione in seno alle stesse prassi curative. Laddove infatti la psicoterapia in genere, declinata nelle sue molteplici forme ed applicazioni, porterebbe ad un atteggiamento terapeutico incentrato sulla relativizzazione del sentimento di colpa, ma in fondo anche sulla sua svalorizzazione e fors'anche banalizzazione, un più accorto approccio di tipo psicoanalitico non commetterebbe questo grave errore, che potrebbe compromettere irrimediabilmente l'esito di un'intera analisi. Non bisogna de-colpevolizzare alcunchè – ciò che equivarrebbe in sostanza a 'rimuovere' – poiché è solo dalla elaborazione consapevole e dal superamento del sentimento di colpa, con le sue vicissitudini intime ed implicazioni relazionali, che è possibile giungere gradualmente ad un diverso equilibrio interiore, in cui le valenze superegoiche primitive e tiranniche risulteranno attenuate e potranno così essere meglio integrate, private di quelle connotazioni sadiche che hanno reso in passato il proprio vivere una continua sofferenza. E' così che lo sguardo di Dio diventa più benevolo, più mite il suo giudizio.
(1) - Grande Altro di cui, come sappiamo, esiste anche la 'versione transferale' nell'attribuzione del paziente all'analista del titolo di 'soggetto supposto sapere', dell'analista cioè percepito come onnipotente ed onnisciente.
Illustrazione:
L'Ordalia del Fuoco(1470), Dierick Bouts il Vecchio, Musée Royal des Beaux-Arts, Bruxelles.
La contessa di Modena, che in ginocchio sostiene nella destra il capo reciso del marito mentre con la sinistra stringe una barra di ferro rovente, affronta la prova della 'gestatio ferri' di fronte all'Imperatore Ottone III, assiso in trono.
mercoledì 13 luglio 2016
Gradiva, quando la pietra si anima
“...L'immagine riproduceva, a un terzo delle dimensioni naturali, una completa figura femminile nell'atto di camminare: una donna ancor giovane, ma non più bambina, piuttosto una virgo romana, appena oltre la soglia dei vent'anni. Nulla in lei ricordava molto diffusi e ben conservati bassorilievi di Venere, di Diana o di altre dee olimpiche, nulla faceva pensare ad una Psiche o una ninfa. La figura aveva qualcosa di umano, di quotidiano, non però in senso negativo: qualcosa, per così dire, di 'attuale', quasi che l'artista, invece di buttar giù uno schizzo con la matita (come accade ai giorni nostri), già per la strada avesse fissato nel modello d'argilla la viva impressione del momento in cui ella gli era passata davanti.Una figura slanciata e snella, la cui capigliatura lievemente ondulata era quasi completamente stretta da una sciarpa leggera. Non vi era alcuna civetteria nell'espressione del volto sottile; i suoi tratti raffinati esprimevano piuttosto una serena indifferenza per quanto si svolgeva intorno, l'occhio era tranquillamente rivolto davanti a sé e lo sguardo non appariva turbato né da cose materiali né da complicazioni interiori. Così la giovane donna non colpiva tanto per una sua bellezza plastica; piuttosto possedeva una grazia naturale, semplice, virginale, che sembrava infondere vita all'immagine di pietra. Vi contribuiva notevolmente il movimento in cui la giovane donna era rappresentata. Col capo lievemente reclinato, tratteneva la veste assai ampia che scendeva dalle spalle alle caviglie, così che erano visibili i piedi nei sandali. Il piede sinistro era avanti, e il destro sul punto di seguirlo toccava appena con le punte delle dita il terreno, mentre la pianta e il calcagno si alzavano quasi verticalmente. Questo movimento dava una doppia impressione: soprattutto quella di una lieve agilità nel passo, ma insieme anche quella di una stabilità. Questo librarsi in volo, congiunto alla sicurezza dell'incedere, conferiva all'immagine la sua grazia specifica. Da dove veniva e dove si sarebbe diretta? In realtà, in questo bassorilievo il dottor Norbert Hanold, docente di archeologia, non aveva trovato nulla che la sua scienza potesse considerare degno di nota. Non si trattava di un rimarchevole esempio di arte plastica antica, in fin dei conti era solo un quadretto di genere dell'età romana, ed egli non sapeva spiegarsi cosa mai avesse richiamato la sua attenzione: sapeva solamente di essere stato attrattto da qualcosa e che dal primo sguardo quest'effetto si era mantenuto inalterato. Per dare un nome all'immagine se l'era chiamata 'Gradiva', 'colei che avanza' , etc...”
Così inizia 'Gradiva', racconto che il medico-scrittore tedesco Wilhelm Jensen compose nel lontano 1903 e di cui Freud si appassionò, scrivendone a sua volta qualche anno più tardi (“Il delirio e i sogni della Gradiva di W. Jensen”, 1906).Il protagonista, Norbert Hanold, è un giovane archeologo che in una visita ad un museo di Roma è colpito da un bassorilievo che ritrae la figura di una giovane donna nell'atto di incedere, ma in un modo così particolare ed aggraziato che l'immagine di pietra sembra prendere vita, al punto da determinare in lui un'emozione che supera l'interesse meramente professionale per il reperto archeologico. Norbert sente infatti una progressiva attrazione per l'immagine (di cui nel frattempo ha fatto un calco per poterlo portare con sé di ritorno in Germania) e le dona il nome di 'Gradiva' (dal verbo latino gradior che richiama appunto l'incedere, l'avanzare della figura).
Si instaura così in lui un turbamento profondo che si protrae nel tempo, dando origine a una serie di sogni e stati emotivi alterati che sembrano preludere ad un vero e proprio delirio, in cui la 'donna di pietra', Gradiva, prende corpo e si materializza dinanzi al sempre più confuso e sconcertato Norbert, in un inestricabile miscuglio di realtà e fantasia nello scenario di una Pompei appena prima della eruzione distruttiva del Vesuvio del 79 d.C.
Il racconto si scompone a questo punto su una duplice linea temporale e scopriamo che la trama delirante, i sogni e le allucinazioni del protagonista si sono costruiti via via attorno alla figura di un'amica d'infanzia di Norbert, non più frequentata in seguito ma sempre sua discreta vicina di casa, certa Zoe Bertgang (il cui nome è sinonimo in greco di 'vita', mentre il cognome tedesco allude, non a caso, all'atto del camminare), che – grazie al riemergere di antichi ricordi d'infanzia fino a quel momento sepolti nella memoria di Norbert – viene così gradualmente a sovrapporsi all'immagine scolpita fino alla sua completa 'incarnazione'. E' così che la 'donna di pietra' si trasfigura nella 'donna viva' ed attraverso il recupero dei ricordi e delle emozioni connesse il protagonista può infrangere la spirale alienante del delirio, che il 'ritorno del rimosso' – direbbe Freud - coincidente con la visione della particolare scultura, aveva originato...
Astraendo dalle innumerevoli specificazioni e interpretazioni di ordine psicoanalitico che il racconto di Jensen ha stimolato, in Freud e negli esegeti dopo di lui, è in questa sede il meta-racconto di Freud che ci interessa di più, cioè quella riscrittura di un testo narrativo che mostra il tentativo di applicare l'indagine e il vertice della psicoanalisi alla letteratura e all'arte in generale. Il fatto cioè che nel racconto emergano contenuti e dinamiche tipiche della concettualizzazione psicoanalitica (il rimosso, il fallimento della rimozione, la dinamica delirante che si propone come ricostruzione di un senso possibile in base ad elementi del passato ibridizzati con aspetti del presente, etc..)ha chiaramente colpito l'attenzione di un vorace e acuto lettore, quale Freud era, portandolo ad approfondire il legame intimo tra arte e psicoanalisi e l'esperienza della creatività, proseguito poi attraverso successivi scritti (Il Mosè di Michelangelo, Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci, etc..).
A proposito del racconto di Jensen e nel complesso dell'opera poetica-letteraria Freud cosi' si esprime: “Probabilmente, noi e lui (lo scrittore, o l'artista in genere) attingiamo alle stesse fonti, lavoriamo sopra lo stesso oggetto, ciascuno di noi con metodo diverso; e la coincidenza dei risultati sembra costituire una garanzia che abbiamo entrambi lavorato in modo corretto”.
Concetto ampiamente ribadito nello scritto “Il poeta e la fantasia” del 1907, mentre nel discorso tenuto in occasione del suo settantesimo compleanno è ancora più chiaro rispetto alla preminenza dell'artista: “I poeti e i filosofi hanno scoperto l'inconscio prima di me; quel che ho scoperto io e' il metodo scientifico che consente lo studio dell'inconscio”. In altri termini, l'artista non farebbe altro che esprimere in una veste intuitiva-poetica cio' che nella psicoanalisi e' espresso in forma scientifica; arte e letteratura occuperebbero quindi una posizione privilegiata, a metà strada tra realtà e fantasia, tra coscienza e inconscio, laddove risiede il mistero della creatività.
(reminder Luglio2010)
venerdì 11 marzo 2016
Una piccola dimenticanza, anzi decisiva.
Premetto che guardo poco la tv, limitandomi a qualche buon film (purtroppo massacrato sistematicamente dagli orribili e sempre più aggressivi spots pubblicitari) e alcuni programmi di cultura e di informazione, che tuttavia non sempre riescono a tenermi sveglio nelle ultime ore della giornata preparandomi invece con discrezione – e con mia sincera riconoscenza – alla quotidiana resa a Morfeo.
Mi ha però incuriosito una sera, di recente, tanto da strapparmi di colpo al meritato oblio, l'esordio di un 'conduttore' (in realtà il noto filosofo M. Ferraris) di un format in onda regolarmente su una delle neonate reti Rai, che rivolgeva a bruciapelo – come solo i filosofi sanno fare – all'ignaro e semicosciente spettatore, fino allora mollemente adagiato in poltrona, nientemeno che la seguente, fatidica domanda: “..La psicoanalisi è morta?”
Ripresomi a fatica dallo spavento per l'eventuale improvvisa dipartita, continuavo ormai completamente ridestato nella visione del programma che in questi termini poi introduceva nel vivo della discussione: “E’ passato un secolo dalla nascita della psicoanalisi ed è il momento di chiedersi se goda ancora di buona salute. C’è chi la dà per finita, chi ne apprezza l’evoluzione, chi è convinto che Freud abbia ancora tanto da dire. Ma forse la domanda ultima è: la psicoanalisi fa (ancora) stare meglio le persone? Guarisce? O i suoi metodi sono ormai obsoleti? Insomma, la psicoanalisi è viva o è morta?...”
In ansiosa attesa del responso, ora affidato dal conduttore-filosofo ad un primo ospite (un medico-psicoterapeuta di palese inclinazione neuro-biologista) che elencava gli aspetti desueti ed ormai insostenibili della teoria freudiana classica (alla ineffabile luce delle solite ed ennesime 'scoperte della scienza moderna', etc etc..) - tra i quali l'immancabile riferimento al troppo mitico e mitizzato complesso di Edipo, alle imperdonabili 'topiche' freudiane, alle immaginarie fasi libidiche, ad insostenibili narcisismi e vari altri residui dell'armamentario psicoanalitico ortodosso, con puntuale rigore snocciolati dall'esimio esperto intervistato – riflettevo tra me come da tempo in realtà la psicoanalisi venga data per spacciata, per quasi-morta o defunta del tutto con tanto di cippo commemorativo da detrattori, critici, fautori di altri indirizzi teorici e clinici in campo psicologico e medico e altri soggetti a vario titolo interessati a demolire la costruzione freudiana in quanto vecchia e inutile, ma come essa altresì 'risorga' dappertutto nella nostra cultura, scientifica e non, qualora si voglia andare più a fondo nella comprensione di certi accadimenti e se solo si cambi modalità di osservazione sui fatti del mondo, visti cioè non più solo attraverso la piattezza desolante delle moderne etichettature pseudo-scientifiche del disagio psichico, dei paradigmi di validazione scientifica per le pratiche terapeutiche, dei circuiti neuronali attivati in associazione a specifici comportamenti, dell'azione ubiquitaria e onnipotente dei mediatori neurochimici, etc..
Intanto, nella discussione in tivvù, era stata data la parola anche 'alla difesa' (lo psicoanalista e storico D.Meghnagi), che di fronte all'offensiva 'iconoclasta' dell'avversario cercava di contestualizzare il discorso, da un lato ricordando come Freud fosse figlio del positivismo ottocentesco e come non potesse in definitiva che servirsi anche di certi strumenti di pensiero della sua cultura, dall'altro suggerendo come una interpretazione attuale della psicoanalisi debba in sostanza necessariamente riconoscerle uno status di teoria in evoluzione, che si serve di ipotesi e metafore operative che seppure formalmente 'classiche' possano comunque avere una loro declinazione attuale ed una perdurante efficacia esplicativa e terapeutica.
Considerando il siparietto di un certo interesse – forse soprattutto riguardo al tenore non sempre pacato e 'di parte' del dibattito culturale e scientifico sull'argomento (almeno qui da noi, in Italia) – invito il benevolo lettore a prenderne visione e trarne, se può, le sue conclusioni. Questo il link:
http://www.rai5.rai.it/articoli/lo-stato-dellarte-la-psicoanalisi-è-morta-24022016/32376/default.aspx
Mi riservo di aggiungere a questo punto una semplice postilla, a mio parere doverosa e imprescindibile, nel classico tentativo di non buttare il bambino con l'acqua sporca da un lato e di ribadire dall'altro la centralità di un concetto elementare, semplice semplice, che però, mi pare, in questa sede non sia stato affatto ricordato (..o forse è stato 'rimosso'? O piuttosto decisamente 'forcluso'?) e che sembra peraltro ormai essere diventato, in questa epoca di circuiti neuronali esteriorizzati e di farmacologie futuristiche che quasi promettono la vita eterna, paragonabile al mitico Unicorno bianco dei racconti dei cavalieri medievali: l'Inconscio.
Ciò che nel confronto televisivo tra le parti non si è minimamente sfiorato è infatti l'aspetto non solo teorico, ma pratico e concreto, di 'inconscio', su cui si basa in realtà tutto l'edificio teorico-clinico freudiano e il discorso psicoanalitico vecchio, presente e sicuramente anche futuro. La psicoanalisi - questo ci ha insegnato Freud – è infatti primariamente credere (ma a ragion veduta, potremmo aggiungere, cioè sulla base di 'fatti' e non di semplici supposizioni ed ipotesi) nella presenza dell'inconscio nella nostra vita, nella sua misconosciuta azione e manifestazione sui nostri pensieri, emozioni, affetti, sentimenti. E' questa dimensione che rende la psicoanalisi non solo uno strumento di conoscenza dell'uomo ed un metodo terapeutico, ma una specifica visione del mondo che la differenzia da forme di conoscenza centrate sulla contrapposizione soggetto-oggetto, come quelle della scienza moderna, o delle metafisiche filosofiche tradizionali.
Se non ci si richiama a questa dimensione inconscia della mente, tendendo per esempio a sostituirla oggi con nozioni di tecno-bio-fisiologia del funzionamento cerebrale che niente hanno a che fare con il suo originario significato, si 'rimuove' la vera essenza della psicoanalisi e la 'novità' che essa ha rappresentato non solo per il mondo di fine Ottocento come anche per la nostra stessa civiltà.
La visione di una dimensione inconscia della mente umana, da cui quella cosciente si struttura e si distingue gradualmente, è espressione di una concezione dell'individuo considerato quindi nella sua alterità costitutiva, nella sua complessità e molteplicità, nella sua storia e nelle sue specifiche particolarità, comunque nel solco della tradizione di un pensiero umanistico e non disumanizzato o parcellizzato, sintetizzato da diagrammi di flusso e contatti sinaptici, come scienza e tecnica per loro stessa intrinseca natura e vocazione perseguono e oggi tendono ad imporre.
Finchè ci sarà una visione dell'uomo in cui una certa 'consapevolezza dell'inconscio', cioè la sapienza dell'intima alterità di sé, è conoscenza acquisita, valorizzata e praticata, la psicoanalisi certamente non morirà e rimarrà viva e utilmente aperta alla ulteriore conoscenza della mente dell'uomo ed alla 'cura' delle sue più intime sofferenze. Auguriamocelo, per una futura società di uomini più consapevoli e forse migliori.
lunedì 28 dicembre 2015
Trama e ordito

Quando Freud, dopo le esperienze di terapia 'catartica, basata essenzialmente sull'ipnosi, ebbe l'intuizione di far associare liberamente i suoi pazienti e di porsi in un ascolto assorto, ma pur liberamente fluttuante, di quanto emergeva da quei soliloqui apparentemente incongrui e distanti dai vincoli di logica che il comunicare tra persone solitamente impone, deve aver avuto subito l'impressione che fosse nato qualcosa di nuovo nella pratica terapeutica, un modo nuovo di recepire le varie argomentazioni del 'parlante' e al contempo di intendere il contesto entro cui collocare certi discorsi, cioè lo spazio-tempo della seduta (tecnicamente 'setting') che allestito ad arte li contiene in modo significativo.
Nella psicoterapia odierna questa ripetuta messa in parentesi di frammenti spazio-temporali della propria vita continua ad accadere, come una quotidiana epifania: ecco che le parole del paziente seguono un ritmo ed una intonazione particolari, dietro un ricordo improvviso o una voce antica che dal passato torna alla memoria; ecco che le parole del terapeuta fanno eco incardinate in un ordine invisibile eppure preciso, che segue a ruota e non si sottrae alla necessità di un rimando di senso, o forse solo a ribadire una necessaria presenza, che quelle parole accolga e preservi da un nuovo oblio. E gli elementi sparsi, le ripetizioni, le aggiunte o le sottrazioni, sempre devotamente raccolti tra le pieghe del discorso e ricomposti in forme più ampie e significative.
Ascoltare e restituire, prendere e dare; l'immagine della spoletta che corre sul telaio, nel veloce alternarsi di trama e ordito, in un dinamismo inesausto che si sostenta di modi e tempi nuovi per dire e pensare; sorta di gioco ad incastro tra il dire dell'uno e il dire dell'altro che svela, con pazienza e sagacia di entrambi, una nuova trama di senso, invisibile inizialmente, ma che pian piano sembra emergere, sempre più nitidamente, come una superficie in cui si stagliano i punti e contrappunti di una segreta tessitura, che dapprincipio si limitano in zone di differenti colori e motivi, infine si mescolano in un'unica composizione dove pian piano si impone un tema centrale, una figura che acquista rilievo e risalta infine sullo sfondo.
La psicoterapia, come oggi in genere la intendiamo e come lo stesso immaginario collettivo tende a riprodurla, nasce da quella felice intuizione di oltre un secolo fa:la possibilità di costruire artificialmente uno spazio di pensabilità, fisico, concreto, che rimandi ad un analogo spazio mentale, in continua costruzione, per ciò che è stato a lungo rimosso, respinto, represso, negato. Un luogo che ospiti finalmente gli scarti apparentemente inservibili delle nostre vite di ieri e di oggi e che doni loro il senso perduto.
Questa funzione 'maieutica' della psicoterapia, il far venire alla luce una struttura 'altra' di discorso su di sé e una nuova trama di senso profondo, il restituire ad uno sguardo comune o condividere ex novo con l'altro un mondo privato fatto di coordinate intime e uniche, derivano da lì, da quell'intuizione freudiana gettata come un trave, leggero e tenace, tra le due strette ma altissime sponde delle nostre separate individualità.
mercoledì 30 settembre 2015
Ma il giovane Holden sarà poi diventato uno psicoanalista?
«Io abito a New York, e pensavo al laghetto di Central Park, vicino a Central Park South. Chi sa se quando arrivavo a casa l'avrei trovato gelato, mi domandavo, e se era gelato, dove andavano le anatre? Chi sa dove andavano le anatre quando il laghetto era tutto gelato e col ghiaccio sopra. Chi sa se qualcuno andava a prenderle con un camion per portarle allo zoo o vattelappesca dove. O se volavano via.»
(tratto da: J.D. Salinger, Il Giovane Holden, Einaudi 1977).
Mi sono spesso chiesto perchè Jerome D. Salinger avesse intitolato il suo romanzo più noto, pubblicato nel 1951, “The Catcher in the Rye” (che tradotto suona come:“Il prenditore nella segale”), tanto che alcune traduzioni straniere furono costrette ad inventarsi titoli sostitutivi dal sapore hollywoodiano, come mostra l'allora celebrativo titolo della prima edizione italiana (“Il giovane Holden”), rimasto poi immutato nei decenni successivi.
Sembrerebbe – ma è soltanto una ipotesi – che l'improbabile immagine del catcher (dall'inglese to catch=prendere, afferrare; quindi letteralmente il prenditore, o il ricevitore, che negli States è anche il nome del giocatore di baseball che riceve il lancio dietro al battitore) in un campo di segale si possa riferire ad un verso di una ballad su testo di Robert Burns che il protagonista, il sedicenne Holden Caulfield, riprende in un passaggio del romanzo: la sorellina Phoebe gli chiede cosa voglia fare da grande e lui risponde “che vuole salvare i bambini, afferrandoli prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale..”.
Mi piace pensare, facendo fantasie più piacevoli sul futuro del giovane Holden – futuro ovviamente soltanto virtual-letterario – che egli possa 'in seguito', 'crescendo', esser diventato un medico-pediatra, o piuttosto uno psichiatra infantile, uno psicoterapeuta o uno psicoanalista (verso il finale del racconto si accenna infatti ad un'esperienza analitica che il protagonista sembra voler in futuro sostenere), riuscendo a fare delle sue difficoltà interiori e dei disagi adolescenziali in cui nel romanzo si deve districare un non troppo duro pane per i suoi denti, al fine ultimo di poter aiutare quei bambini ai cui piedi si apre minaccioso il burrone. E penseremmo che un tale esito – come sappiamo – non sia spesso che la naturale conseguenza di un certo vissuto, fatto in prima persona, che costituisce quel terreno adatto su cui si andrà a radicare una certa risoluzione, una scelta esistenziale, una decisione tale che tutte le altre successive non possano che essere secondarie e derivate da questa.
Una simile dimensione non può che definirsi 'etica' in senso terapeutico, nel momento in cui la visione del rapporto tra individui passa attraverso il desiderio dell'uno di aiutare l'altro (e in controluce, ovviamente, di aiutare sé stessi). Etica e rispetto per l'altro sembrano poter essere termini sinonimi, al punto che non si parlerebbe di atteggiamento etico in assenza di un indubbio vantaggio che una certa nostra azione apporterebbe al prossimo, all'interno di un quadro contestuale di significato socialmente e culturalmente definito.
Se le cose stanno così sub specie terapeutica, e quindi in un'ottica – come per es. quella medica innanzitutto – che fa della cura e della guarigione i propri obbiettivi ultimi, non potremmo dire altrettanto per quanto attiene le questioni dell'inconscio, dove l'accezione del termine 'etico' sembra piuttosto doversi declinare in una visione dell'individuo che oltrepassa il confine spazio-temporale della sua ipseità e fare i conti con la sua 'alterità' costitutiva, con quella dimensione che sta tra il me e il non-me (o, potremmo dire, il 'non ancora-me', o il 'mai-me') che si sottrae, per definizione, dal dominio della coscienza. Potremmo infatti dire che, essendo di fronte ad un sistema psichico formato da un duplice (o piuttosto molteplice) piano dimensionale caratterizzato da strutture e processi differenti, ciò che è etico per l'uno possa non necessariamente esserlo anche per l'altro. E viceversa.
C'è infatti – dilagante ormai nei nostri orizzonti culturali planetari e globalizzati di riferimento – tutta una 'retorica del benessere', orbitante soprattutto intorno alla dimensione delle cure mediche e della salute psicofisica (da un po' estesa anche a quella degli 'amici' cani & gatti), che sembra negare in modo radicale – o fuorcludere in senso proprio – qualsiasi elemento di contaminazione con la sfera della sofferenza, della marginalità, della precarietà e della quotidiana fatica del vivere, del caos e della morte in quanto dimensioni 'altre' ma pur sempre fondanti dello psichico. Al punto che questi aspetti sono divenuti materia oscena di quel 'reale' che dall'esterno assedia la nostra vita e perfino la nostra 'civiltà' e viene declinata nei soli discorsi della criminalità, della devianza e della sintomatologia. L'etica della cura diviene allora l'etica del benessere tout court, laddove il 'sintomo', all'interno della odierna cultura medicalistica dei sintomi (vedi alla voce: DSM..), diviene l'elemento sacrificale che, opportunamente debellato ed espunto, deve restituirci un corpo inossidabile ed una psiche riverginata e mondata dalle brutture dell'esistenza, ma soprattutto forte, volitiva, magari con quel pizzico di sensuale spregiudicatezza e di fascinosa arroganza che oggi vediamo associati ai prodotti degli spots pubblicitari. Il tutto su uno sfondo di bagliori epicurei e di narcisismi estremi che coprono il puro vuoto. Se non fosse invece che il sintomo se ne frega delle tendenze e delle convenienze e continua a produrre infaticabile i suoi danni e disagi, se non drammi e tragedie. Anzi, esso si pone in aperta contrapposizione con ciò che connotiamo in termini di piacere personale, oltrepassandolo e aprendo il soggetto al campo sterminato del godimento (quel famoso 'Al di là..' di freudiana memoria), che non ha più la bussola del piacevole-spiacevole ma soltanto l'intensità dell'esperienza che fa di vita e morte un tutt'uno inestricabile.
La grande scoperta di Freud, invece di quella attribuitagli dalla storia recente di un inconscio che forse già gli uomini delle caverne conoscevano in qualche modo, è stata probabilmente proprio quella di indicare, attraverso gli strappi, le omissioni e le incongruenze del testo 'ufficiale', il campo infinito del desiderio sotteso ad un tale godimento impossibile, desiderio che ci rende propriamente ciò che siamo e che attesta la nostra singolarità nel mondo. In un tal senso il sintomo non è, più e solo, un incidente di percorso, un ostacolo da rimuovere sul cammino di gloria dell'Io cosciente, ma godimento intimo con cui il soggetto cerca di recuperare la perdita prodotta dall’iscrizione nel simbolico e al contempo cifra della singolarità del soggetto, che attraverso esso può aprirsi all'altro nello spazio comune della parola.
C'è sempre, dunque, una implicazione etica del soggetto nel suo stesso sintomo, cioè una posizione che il soggetto assume rispetto a quella che potrebbe essere definita come la sua 'più intima estraneità'. Ecco allora che, accanto ed oltre ad un'etica della cura (o della prevenzione) ed in contrapposizione netta ad un'etica del 'benessere', potremmo parlare di un'etica dell'inconscio, ovverossia della misura del desiderio di saperne o della volonta di saperne rispetto ad una tale estraneità-alterità. Ed una tale etica è di fatto pertinenza, diremmo esclusiva (e mai escludente), della psicoanalisi, dai primi esordi freudiani fino al momento sempre rinnovato in cui l'analista assume 'per contratto' con un nuovo paziente la sua posizione di 'soggetto supposto sapere' nei confronti della sua domanda di cura, guarigione e conoscenza di sé. La configurazione iniziale della 'danza' - un pas a deux, ovviamente - è nota: l'uno e l'altro, in misura diversa, accettano il fatto che vi sia una dimensione inconscia cui porre attenzione, mentre al contempo l'analista sostiene e favorisce l'evidenza della realtà di questa presso il paziente. In parallelo, l'azione analitica converge sull'emergenza del desiderio inconscio e sulle molteplici figure metonimiche dell'oggetto materno (la Cosa, l'heideggeriana das Ding..) da sempre perduto e desiderato.
Quest’elemento, questa Cosa, è il primo referente esterno del soggetto, ma al contempo anche il suo più intimo, per quanto estraneo a sé e sconosciuto nella sua reale entità. Intorno ad esso, Altro assoluto e indimenticabile che si tratta di ritrovare e che non può mai esserlo, si struttureranno il desiderio e la domanda d'amore e di riconoscimento al fondo della dimensione inconscia, mentre la distanza da esso è altresì la pre-condizione stessa della parola, quindi della nascita del soggetto propriamente detto. L'edipo, che in seguito sancirà 'per legge' paterna l'intoccabilità della madre da parte del figlio, ribadisce e 'ufficializza', concretizzandola sul piano della sessualità, l'interdizione originaria inserendola nelle forme e nelle dinamiche del famigliare e quindi del sociale.
E' dunque a partire da una tale mancanza, da questo buco originario dell'essere intorno al quale si tesse la tela di una vita, che dovremmo situare il discorso di un'etica dell'inconscio. Essa comincia nel momento in cui il soggetto scopre che l’oggetto del suo desiderio è irraggiungibile anzi introvabile, per sempre perduto ed anzi tenuto da lui stesso a debita distanza, secondo la legge paterna. Ricondurre il desiderio ad una tale matrice può consentire al soggetto di accedere alla propria legge ed al proprio 'destino', ricollocando le tessere di un mosaico al loro posto.
Ma non è sufficiente che vi sia, nel paziente come nel terapeuta, la volontà e la perizia di aiutare e di 'guarire', se un tale movimento non è supportato da un autentico desiderio di sapere su sé stessi in merito alla propria umana fragilità. Un certo 'amore per la verità' si impone ed è solo questo che, alla lunga di un trattamento analitico, riesce ad avere la meglio – se debitamente condiviso dai due attori sulla scena – sui transfert & controtransfert, sulle cadute, le pause, i tempi morti e le riprese. Una passione per la verità, quello della psicoanalisi, che però fa segnare uno scarto decisivo rispetto al discorso della scienza; se in questo il linguaggio dei significanti è incardinato in un ordine prestabilito sotto il dominio della corrispondenza 'esatta' e dimostrabile tra natura ed evento, in quello sono gli stessi significanti che hanno una intrinseca mobilità che li rende fluttuanti, incerti e precari, tal quale è il sottostante desiderio che li anima e alimenta. Alla scoperta scientifica si contrappone così lo svelamento, tuttalpiù illuminante ma fugace, dell'insight psichico che assume un carattere di unicità irripetibile e di sempre e solo relativa certezza.
Ecco perchè quell'immagine del prenditore nella segale rimanda ad una azione ed una posizione etiche che si aprono ad una dimensione ulteriore, in cui cura, benessere e prevenzione non possono che essere manovre sempre insufficienti in una visione dell'uomo caratterizzata da rapporto mai definito e definitivo tra coscienza ed inconscio.
Ed è proprio in questo desiderio di sapere – di saperne su sé stesso cioè sul proprio desiderio – che l’analista sostiene l’analizzante, che lo sorregge nel momento in cui gli si apre sotto i piedi il baratro, quel buco senza fondo che ci appartiene. Poichè solo in questo luogo, dove vita e morte si toccano, dove si avvertono la fondamentale solitudine e lo smarrimento dell'uomo di fronte alla sua intima fragilità, dove egli incontra finalmente sé stesso, può esserci una redenzione.
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