lunedì 10 maggio 2010

L'Io e il Sé. L'ineffabile necessità della trascendenza




“Se io non sono me stesso, chi lo sarà per me? E, se non ora, quando?”
(Massima ebraica della raccolta Pirke' Avoth, nel Talmud)


Fin dalla sua nascita 'ufficiale' dalle esperienze cliniche di S.Freud sulle pazienti isteriche (ma prima di lui avevano preparato il terreno altri luminari della neurologia dediti all'ipnotismo, come i francesi J.M.Charcot e P.Janet) che troverà espressione nel lavoro del 1895 degli 'Studi sull'isteria', la psicoterapia 'moderna' ha avuto come obiettivo manifesto il raggiungimento di una condizione di maggiore 'benessere psichico', o se vogliamo il ristabilimento di una certa armonia interiore, attraverso un lavoro di chiarificazione, interpretazione, scavo interiore attuato per mezzo della parola autentica, di una visione del proprio percorso esistenziale che potesse essere condivisa e resa più comprensibile dalla presenza sullo sfondo di 'un altro' (il terapeuta), testimone e al contempo garante di un mondo di significati e di senso. Su un piano meno esplicito e più 'tecnico', l'obiettivo del 'benessere' potrebbe tradursi con il raggiungimento di una maggiore integrazione nella propria personalità di aspetti di sé un tempo rimossi, negati, scissi, proiettati, comunque sottratti – attraverso il ricorso al sintomo ed alla patologizzazione – alla possibilità di un più consapevole confronto con il nostro Io cosciente, che in tal modo risulterebbe invece arricchito ed ampliato da elementi vitali ed energie profonde.
Freud, con suggestiva metafora spazio-topologica, scriveva come col procedere della psicoterapia l'Io cosciente dovesse strappare progressivamente e annettersi i selvatici e sterminati territori dell'Es (“..Wo Es war, soll Ich werden.”), apportandovi – questo era il senso delle sue parole – cultura e civiltà. Chiaramente, la metafora freudiana va inserita in quel particolare contesto storico e culturale di inizio secolo scorso (o meglio a cavallo tra '800 e '900, in cui Freud viveva), in cui un certo spirito di conquista intellettuale, di 'colonialismo' ad oltranza – potremmo dire – di certi aspetti egoici collegati alla volontà ed alla razionallità, trovavano una loro diretta corrispondenza nei grandi progressi scientifici della medicina, della biologia, della fisica. E la psicologia sembrava allora potersi inserire tra queste più blasonate discipline, ricorrendo a concetti e paradigmi già utilizzati dal positivismo scientifico di fine 'Ottocento.
Le cose non andarono proprio così e la psicologia fu costretta per alcuni versi a rivedere quei desiderati orizzonti 'di gloria' (sub specie scientifica!) recuperando la soggettività dell'individuo, la sua 'interiorità' e 'unicità' (o se usassimo la terminologia della psicologia archetipica potremmo dire senza remore: 'la sua anima'), ponendoli al centro delle sue interrogazioni e ricerche al pari dei suoi comportamenti 'oggettivamente' quantificabili e misurabili. E tutto questo grazie comunque a quella peculiare concezione di fondo della psicoanalisi secondo cui la storia personale e le vicissitudini dei primi e primissimi rapporti tra sè, gli altri e il mondo conferiscono ad ogni individuo una impronta costante, inesauribile, inalienabile...
L'esigenza di individuare il ruolo di una dimensione ulteriore e sovrarazionale, quindi distinta e inglobante lo stesso Io soggettivo, è stata in particolare recepita da C.G.Jung, contemporaneo di Freud, ed espressa con la sua teoria psicologica essenzialmente fondata sulla concezione del “Sè”(mentre, a quanto è dato sapere, fu in campo filosofico che tale termine fece la sua prima comparsa, ad opera dell' inglese John Locke che sul finire del '600 indicò con 'the self' quel modo peculiare in cui la realtà personale appare al soggetto nell’autoriflessione).
Oggi tale visione 'allargata' del nostro apparato psichico, costituito cioè da una dimensione egoica inclusa in quella del Sè, appare ormai implicita e universalemente riconosciuta dai diversi e molteplici orientamenti teorici in psicologia, psichiatria, filosofia e sociologia.
In particolare, a partire dagli ultimi anni '50 il termine è stato così sistematicamente utilizzato da autori e clinici in ambito psicologico per indicare una modalità esistenziale e temporale ampliata in cui il vertice di osservazione non è più quello dell'Io individuale, con le sue 'umane' parzialità e limitazioni, ma quello relativo ad una prospettiva longitudinale e sintetica, in cui obiettivi minori e contingenti cedono il passo a progettualità e strategie 'a lunga scadenza' e in stretto contatto con più profonde motivazioni 'spirituali' e scelte esistenziali (la psicologia archetipica di derivazione junghiana, ad es., ha proposto delle metafore suggestive per definire questa condizione di 'inclusione' del nostro Io in una dimensione superiore e oltrepersonale; quando si parla di 'chiamata del daimon', di 'vocazione', di 'destino', in realtà si fa qui riferimento a tale dimensione esistenziale ed alla sua dilatata caratterizzazione spazio-temporale rispetto al più limitato angolo visuale della coscienza individuale).
Ogni approfondito percorso psicoterapeutico (come ogni autentico processo di conoscenza che conduca ad una evoluzione e alla crescita della personalità, fin dai tempi in cui sul portale del tempio di Delfi campeggiava il monito pindarico del “divieni ciò che sei”) si fa portavoce di quella esigenza naturale della nostra mente, di quel bisogno psichico che mira ad una condizione di maggiore trasparenza e consapevolezza interna, così come alla realizzazione delle intime potenzialità dell'individuo e di gratificazione delle sue peculiarità pulsionali e di quelle creative e 'spirituali'. Ciò sposta il discorso in una ottica sostanzialmente diversa rispetto ad una concezione fin troppo moderna e disinvolta del 'benessere mentale' in quanto assenza (sempre relativa, ovviamente) di conflitti psichici e di problematiche di rapporto che si vogliono magari semplicemente ed onnipotentemente risolti 'per delega', affidando temporaneamente al terapeuta la totale gestione di quel 'motore inceppato' che scorgiamo nel disfunzionamento della nostra mente: è in sostanza il modello medicalistico e meccanicistico (oggi, come ieri, in realtà molto in voga!) centrato sulla cura esternalizzata del corpo, in cui la mente è considerata anch'essa un 'pezzo', una ruota di un ingranaggio che 'dovrebbe' girare in sincronia con tutte le altre, e invece ci crea ostacoli e si ribella ostinata alla 'ragione'...Ciò che non riusciamo a vedere in questi casi è quanto la nostra ottica risenta di un siffatto modello meccanicistico e quanto si sia affidata ad una pseudo-razionalità anch'essa permeata di abitudini mentali e precetti morali, che spesso invece non sono altro che conformismo, senso comune, de-responsabilizzazione e rifiuto di una reale crescita interiore.
Centrare il discorso sul Sé, al contrario, sposta la visuale psichica in una dimensione 'altra' rispetto a quella vissuta nel quotidiano. E' una forma 'laica', se vogliamo, di trascendenza, ma soprattutto è riconoscere il ruolo fondante e anticipatore dell'Inconscio nella costruzione della personalità e prefigurare la possibilità di una sintesi armonica tra Io e non-Io, in un rapporto tra individuo, mondo interno e mondo esterno in cui emergono come centrali i riferimenti alla natura 'spirituale' dell'uomo ed in cui anche la dimensione fideistica (nella sua accezione più vasta) assume una primaria importanza.
Possiamo in conclusione pensare che tale bisogno di autenticità e di integrazione nella propria personalità cosciente di aspetti ancora indefiniti del Sé, risieda nella struttura stessa della mente umana e che tale processo si possa 'attivare' in qualsiasi momento della nostra vita, come per altri versi durante una fase di profondi cambiamenti interiori, di perdite e lutti significativi, attraverso la percezione di una condizione esistenziale di disorientamento e di intima sofferenza o in seguito ad una acutizzazione di sintomi, costellando una dimensione che prima ancora di essere esternalizzata ed oggettivata in un dato percorso psicoterapeutico è 'auto-terapeutica', cioè interna e già psicologicamente dinamicizzata.
In tale condizione emotiva interiore, la richiesta fatta allo 'psicologo' diviene la modalità di dare corpo e concretezza ad un orientamento della psiche che è già in qualche misura all'opera, rispondendo a sollecitazioni endogene evolutive e di crescita individuale, nell'ottica della realizzazione del proprio 'Sé' in quanto struttura più ampia e comprensiva del nostro 'limitato' Io cosciente.



giovedì 11 marzo 2010

Edipo non abita più qui ?



Che le fondamenta della costruzione psicoanalitica siano state poste dalla osservazione e dallo studio clinico delle isteriche di fine '800 sembra un dato oggi riconosciuto. Che il perno su cui ruota tutta l'edificio freudiano sia l'Oedipuscomplex, il complesso di Edipo, e quindi la focalizzazione dell'intero processo sulle conseguenti dinamiche transferali tra paziente e terapeuta, questo sembra meno evidente man mano che la psicoanalisi ha allargato da un secolo a questa parte il suo orizzonte applicativo ed esplicativo a psicopatologie e categorie diagnostiche più gravi connotate da disturbi 'strutturali' della personalità e profondamente radicati nella primissima relazione (anche intrauterina) con l'oggetto materno.
Sappiamo tutti oggi, nell'era informatica che colma e livella le conoscenze, cos’è il complesso di Edipo che Freud, sulla base delle sue osservazioni cliniche, individuò quale naturale tendenza del bambino a sviluppare dei sentimenti libidici e di possesso verso la madre e di rivalità verso il padre, riprendendo ed adattando un racconto mitico della antica Grecia narrato da Eschilo prima, da Euripide e Sofocle poi (le due versioni oggi conosciute sono appunto quelle sofoclee, l'Edipo Re e l'Edipo a Colono). Ma solitamente la nostra erudizione si ferma a queste scarne notizie e manca di approfondire quegli aspetti del mito che risultano invece centrali per comprenderne l'importanza che ebbe agli occhi di Freud, sì da farsi strumento stesso della metafora analitica nel suo complesso e di rappresentare l'esempio letterario perfetto dell'intreccio di passioni e sentimenti che risiedono fantasmaticamente nel triangolo madre-padre-bambino, nucleo originario e indiscusso della teoresi freudiana.
Ma andiamo con ordine e facciamoci riacciuffare dal mito, preceduto magari dall'etimo; 'Edipo' sta in greco letteralmente per 'piede gonfio', il che ci orienta per una congettura apparentemente poco lusinghiera del calibro del personaggio, una pars pro toto che potrebbe fuorviarci in bislacche considerazioni secondarie se non ci si chiedesse a cosa sia dovuto questo particolare nomignolo. Ed è infatti presto svelato nella tragedia sofoclea che esso deriva da un brutale accadimento che ha inciso fin nella carne l'Edipo-bambino: il suo essere stato abbandonato appena nato dal proprio padre, il re Laio, che in tal modo volle punire la moglie Giocasta per averlo ingannato e aver voluto avere da lui un figlio nonostante il divieto degli Dei (una profezia lo metteva in guardia dall'avere un figlio, poiché altrimenti sarebbe stato ucciso da lui). Quindi Laio fora i talloni del bimbetto con un chiodo (da qui il 'piede gonfio') e lo affida ad un pastore affinchè lo esponga, appeso, sul monte Citerone finché morte sopraggiunga. Ma il pastore mosso a pietà lo salva da morte certa e sarà così che il piccolo Edipo giungerà alla corte di un altro re, Polibo, che lo adotta e ne segue la crescita come un figlio. Ed egli cresce infatti nella convinzione di esserne il figlio fin quando una nuova profezia dell'oracolo delfico gli rivela che un giorno non lontano ucciderà il padre e possiederà carnalmente la madre. Edipo sconvolto fugge dalla corte di Polibo per evitare il realizzarsi del sinistro presagio, ovviamente credendo di salvare così i suoi genitori adottivi e sé stesso dalla catastrofe imminente, ma lungo la strada per Tebe si scontra con uno sconosciuto che non vuole cedergli il passo e che lo investe col suo carro (ancora ferendolo al piede!). Ne nasce una colluttazione in cui Edipo uccide lo sconosciuto arrogante, che si rivelerà però essere nient'altri che suo padre Laio. Il destino oracolare procede inesorabile, ma Edipo non lo sa e prosegue nella costruzione della sua sciagura; dopo essersi sottoposto alla prova della Sfinge tebana, superandone con acume la famosa domanda, prenderà infatti il trono di Laio e si congiungerà carnalmente con la regina Giocasta ritenendola sua sposa. L'omicidio è compiuto, e anche l'incesto. Quando in seguito il veggente cieco Tiresia gli rivela la verità egli sconvolto lo accusa di tramare contro il trono, lo definisce pazzo. Ma al di là della trama incalzante, perfetta nei suoi meccanismi narrativi e nei molteplici riferimenti di cui qui non possiamo che rilevarne una assai esigua traccia, ciò che si evidenzia nel racconto è soprattutto il modo in cui la verità si sottrae sistematicamente all'indagine serrata dello stesso Edipo, che fin dall'inizio della tragedia è alle prese con la necessità di smascherare l'assassino del re Laio di fronte alla corte e ai sudditi, chiaramente non supponendo che non si tratti altro che di sé stesso. E così, in un movimento oscillante tra passato e presente, il quadro tragico lentamente ma inesorabilmente si ricompone tassello dopo tassello e infine si chiude quando egli, non potendo più nascondere a sé stesso l'evidenza dei fatti, decide di accecarsi, rendendo così attraverso quel gesto concreto manifesta e irreversibile la sua colpa di 'cecità interiore', il non aver saputo vedere la realtà delle cose...
Appare forse più chiaro ora il motivo per cui Freud sia stato tanto affascinato dal mito edipico da farne la metafora principale del processo analitico, la narrazione prediletta che meglio potesse esprimere quella tendenza al 'conosci te stesso' insita nel 'messaggio' psicoanalitico. Il metodo analitico si è identificato fin dall'inizio con una modalità apollinea di lettura della realtà (i riferimenti ad Apollo ed ai suoi oracoli sono centrali nella tragedia edipica) e di ricerca della verità. Il divenire consapevoli, l'insight, la progressiva scoperta di sé e del proprio passato alla luce delle relazioni intrafamigliari, sono stati elementi fondanti della prassi analitica e ne hanno costituito per oltre un secolo il peculiare sfondo di riferimento interpretativo.
Ma lo scenario edipico (o anche la 'finzione' o 'invenzione' edipiche), sembra già da tempo risentire del peso degli anni che cambiano la realtà stessa della psicoanalisi, in un movimento in cui questa metafora sembra essere stata progressivamente spinta ai margini non solo della teoria (si pensi p.es. all' anti-Edipo di Deleuze e Guattari degli ultimi anni 'Settanta), ma anche della prassi terapeutica, fin al punto di trovare oggi spesso a fatica una sua collocazione netta e definita al suo interno. La trasformazione delle modalità di espressione del disagio psichico in forme sempre più attinenti a disturbi precoci di sviluppo e a patologie più gravi che non le cosiddette 'nevrosi' (ma esiste forse ancora il paziente 'nevrotico'?) hanno reso la metafora edipica più come un ipotetico punto di arrivo che non punto di partenza per l'indagine delle problematiche strutturali in senso psicopatologico. Scavalcando a ritroso il triangolo edipico e le sue relative angosce di colpa si è dunque aperta la smisurata estensione del 'pre-edipico' quale dimensione di ricerca e di intervento, con il conseguente inevitabile restringimento della centralità della esperienza edipica messa sempre più tra parentesi: una condizione 'virtuale', punto ideale di approdo dopo l'eventuale superamento di arcaiche angosce di annichilimento, re-inghiottimento, frammentazione, perdita di identità...
Così come, nel mito, l'accecarsi finale di Edipo suggerisce un allontanamento dalla netta, rasserenante e superiore visione apollinea del vero, della ricerca delle cause prime secondo logiche stringenti, della chiarezza interpretativa che risale alla enucleazione dei rapporti del triangolo incestuoso/amoroso madre-padre-figlio. Non è casuale forse che il 'sequel' - per usare un termine alla moda - sofocleo dell'Edipo Re sia quell'Edipo a Colono, che ritrae un Edipo cieco ed ormai vecchio e stanco, che accompagnato dalla figlia Antigone vaga esule per terre straniere fino ad approdare alle porte di Atene, a Colono appunto, dove trova ospitalità e potrà infine riabilitare se stesso riconoscendo che il ruolo primario di quanto è accaduto è quello degli Dei che hanno tramato il suo destino tragico. Ma questa è un'altra storia.



venerdì 19 febbraio 2010

Il richiamo di Pan



“Dove c'è panico, lì c'è anche Pan..” - dice J.Hillman in un suo famoso saggio, che ripercorre nel suo stile mitologico-archetipico i luoghi concettuali e culturali collegati alla presenza del dio della natura; dal piede caprino e fornito di corna, abitatore delle grotte e delle selve impervie dell'antica Grecia, egli è colui che sotto il sole a picco del mezzodì si attarda a suonare la siringa e sorprende uomini e animali di un sacro terrore che ne sconvolge le membra e ne ottenebra le menti. “Se Pan è il dio della natura 'dentro di noi – continua Hillman – allora egli è il nostro istinto […] La figura di Pan rappresenta la coazione istintuale e nel contempo offre il mezzo mediante il quale la coazione può essere modificata attraverso l'immaginazione [...]Quando l'anima è presa dal panico, Pan si rivela con la saggezza della natura. Essere senza paura, privi di angosce, invulnerabili al panico, significherebbe perdita dell'istinto, perdita di connessione con Pan..”. Se dunque in questa lettura archetipica il dio-capro rappresenta l'ambivalenza dell'istinto e il suo potenziale destabilizzante per la mente umana, esso esprime anche quella saggezza del corpo che è in connessione col divino e che ne esprime le imperscrutabili geometrie.

Lasciando le vette dell'Olimpo e tornando ad un più prosaico piano del discorso, prima di vedere da vicino cos'è e come si manifesta un attacco di panico, potremmo intanto innanzitutto chiederci se esso sia un fenomeno di natura essenzialmente psicologica oppure neuro-biologica, se alla sua origine cioè vi siano motivazioni legate al vissuto intrapsichico e relazionale oppure cause di tipo sostanzialmente chimico, la cui alterazione produce quelle sensazioni corporee così disturbanti. Ma impostare la riflessione su questa domanda sembra allontanarci dal fenomeno in sé e farci perdere di vista la compresenza di entrambi gli aspetti, che potrebbero invece essere considerati concomitanti anziché antagonisti, nel senso che l'uno alimenta e rinforza l'altro, quindi all'interno di un paradigma di tipo olistico (lo 'psiche-soma', anziché il dualistico 'psiche' e 'soma'), in cui il sintomo fisico è simultanea traduzione ed espressione di un vissuto psichico, in questo caso primitivo e mai giunto ad una forma di elaborazione mentale superiore-cosciente, quindi in sostanza non altrimenti rappresentabile dalla mente se non attraverso il codice somatico.
Ovviamente poi, non bisognerebbe ridurre il complesso quadro clinico in esame, che si rivela peraltro in differenti forme di sofferenza psicologica e psichiatrica, ad una categoria psicopatologica 'pura' e isolata, come a volte si tende a fare quando la 'tentazione' medico-classificatoria prende il sopravvento su una riflessione più consapevole delle innumerevoli dinamiche psicologiche sottese alla formazione di un qualsiasi sintomo. E' il caso della 'etichettatura' diagnostico-clinica spesso banalizzante offertaci da noti 'manuali' di stampo psichiatrico in auge negli ultimi anni, laddove occorrerebbe invece cercare di individuare dei tratti peculiari che possano offrire una sufficientemente corretta lettura in termini esperienziali-fenomenici e psicodinamici, all'interno cioè di un'ottica che predilige l'osservazione di movimenti interni e relazionali sullo sfondo di una concezione sistemica-conflittuale della mente, considerata questa come il risultato di forze e pulsioni antagoniste che si stemperano e trovano un equilibrio intorno ad un oggetto primario di riferimento, le immagini interiorizzate della madre prima e della coppia genitoriale poi...



(Il brano è tratto da un recente articolo dal titolo: Attacchi di panico: una lettura psicoanalitica in cinque atti, di prossima pubblicazione nella sezione 'Scritti' del sitoweb: www.fernandomaddalena.it)



lunedì 11 gennaio 2010

Qui ed ora

“Siamo ogni solitario istante”
J.L.Borges


Viviamo nel presente, e solo in esso. Questa banale ma indubitabile verità (una delle poche, forse, rimasteci dallo sconvolgimento epistemologico dell'era tecnologico-scientifica che stiamo vivendo) fa da contraltare alle nostre più che dubitabili certezze, frutto di decenni di sotterranee identificazioni, interiorizzazioni, come anche di scelte e costruzioni più o meno deliberate di aspetti di sé.
Quante volte abbiamo letto queste tre parolette scritte in fila (magari nella loro traduzione latina - 'hic et nunc' - quasi per accentuare un che di sacrale, di consolidato dalla tradizione dei prischi padri) come una specie di recitativo, un mantra la cui efficacia risiede nello sfondo concettuale che è in grado di allestire dinanzi agli occhi della mente, una sorta di caduta verticale nella consapevolezza di sé, del momento, degli altri e di ciò che ci sta intorno.
Qualsiasi studente di psicologia saprà, p.es., che il 'qui-ed-ora' è quel motivetto concettuale divenuto 'a la page' in una certa fase di espansione dello sviluppo della cultura psicologica, quel ritornello da applicare ai momenti topici della presa di coscienza, della sincronizzazione interna rispetto ai propri sentimenti ed emozioni, laddove peraltro qualche studente di filosofia potrebbe agevolmente collegarvi l'heideggeriano 'esser-ci' della presenza, che si apre al mondo ed alle sue innumerevoli possibilità esistentive.
D'altronde, anche il 'carpe diem' oraziano sembra esserne una piacevole parafrasi
e viene così in mente, spaziando nelle associazioni, 'L'attimo fuggente' di P.Weir, il bel film di qualche (ormai) decennio fa, il cui tema conduttore altro non è che questo benedetto e misterioso 'presente' che ci vive attimo per attimo, questo altrimenti 'non luogo' e 'non tempo' su cui le nostre coordinate esistentive sembrano annullarsi per un momento, giusto il tempo di sentirsi (se accade, ovviamente) esistere, essere vivi, poiché aperti al possibile nuovo, al diverso, all'inusitato.
Nel 'qui ed ora', dunque, come recita la prassi dello 'psicoanalitichese', si avvererebbe il momento dell'incontro con noi stessi, con la nostra realtà più autentica e quindi con le nostre inevitabili contraddizioni, nel momento puntuale e unico del proprio riconoscimento, in quanto mente-corpo, al di là delle nostre ulteriori personificazioni che spingono dal passato, gran calderone del vissuto che sentiamo come la nostra personalità piena di sfaccettature e dalle mille diverse rappresentazioni che abbiamo e creiamo continuamente di e su noi stessi. Così come il raggiungimento di quell'agognato 'insight' (altro termine 'a la page' dell'immaginario collettivo psicoanalitico e non solo, ovviamente..) che ha mietuto nei passati decenni schiere di vittime di volenterosi pazienti assorbiti dall'unica preoccupazione di ricevere finalmente “l'illuminazione” del Verbo Analitico...
Quella dunque che sembra essere una formula ormai consolidata, anzi 'classica' diremmo, della teoria psicoanalitica e in generale psicoterapeutica, si scontra tuttavia nella realtà quotidiana con la prassi del vivere del paziente, la cui preoccupazione fondamentale è quella – fin troppo umana in verità – di evitare al più presto la sofferenza e di guarire in un sol colpo dai propri sintomi (magari per essere subito dopo vittima di altri, ma questo è un altro discorso..). E si finisce col dimenticare che il 'qui ed ora' introduce invece un vero e proprio cambiamento di paradigma nell'esperienza vitale del soggetto, poiché cambia l'ottica da cui si osservano i fenomeni del vivere e dell'essere, nonché del percepire.
Nel 'qui' infatti non c'è altra dimensione sensibile che l'intersoggettività della relazione in presa diretta con l'altro, mentre si sta facendo sotto i nostri occhi nell'incontro dei due soggetti analitici e di cui la dinamica di co-transfert è l'espressione più diretta; mentre nell''ora' non c'è che il riferimento a quella sospensione del tempo derivante dalla focalizzazione sull'istante vissuto, su quell''attimo fuggente' appunto, che condensa nel suo infinito presente tutta la gamma di possibilità che la mente dei due interlocutori può concepire e porre in atto in senso fenomenico.
Nel Qui ed ora il discorso analitico si rende vivo e realmente foriero di trasformazione e cambiamento, poiché si trascende per un attimo (sempre 'fuggente', appunto..) il 'Lì e allora' (o anche 'mai'', in alcuni casi) della mente, quale vecchio paradigma votato alla santificazione laica del passato, imprigionato nell'abitudine delle nostre coazioni a ripetere ciò che fummo e che saremo in eterno, se un qualche accadimento improvviso non ci portasse di tanto in tanto sotto gli occhi il fatto, indubitabile, che viviamo nel presente, e solo in esso.



mercoledì 23 dicembre 2009

Per un Buon Natale



Come ogni anno, nelle nostre opulente società mediatiche e consumistiche,
il Natale arriva inesorabile e brucia in un attimo se stesso in quel tripudio di forme conviviali centrate sulla materia-cibo ('il cenone della vigilia'), prassi commerciali reciproche centrate su oggetti concreti ('i regali'), parole e frasi stereotipate e ipertrofiche ('gli auguri'). Esso impone i suoi ritmi allegri, i suoi scintillii, le sue superfici levigate e riflettenti un modello di benessere che ci avvolge protettivo e rassicurante, ma che ci isola anche da quelle valenze intrapsichiche originariamente connesse all'avvento del Natale, che prima di essere cristiano era pagano e romano(1), e prima ancora greco, e ancora prima medio-orientale, e..e ...
Ma cosa c'è 'dietro' o 'sotto' il Natale consumistico e rutilante dei nostri tempi veloci, qual'è la 'sostanza' del Natale, o almeno qual'era, prima che venisse risucchiata dalle attuali pratiche esclusivamente mercificatorie ? La perdita del senso profondo della festa non può non avere conseguenze sul benessere psicologico individuale e collettivo. Nella nostra era 'postmoderna' infatti riscontriamo una crescente perdita di quei rituali simbolici, usi e tradizioni connessi al sacro, che nelle generazioni precedenti, per secoli, hanno rappresentato quel fondale iconografico e immaginativo su cui prendeva forma, nel silenzio della preparazione all'avvento e nella attesa della nascita del bambino divino, un processo catartico di rigenerazione della psiche collettiva, dove ogni individuo attraverso un movimento speculare, al contempo introspettivo e compartecipativo, attingeva a profonde correnti archetipiche armonizzate con i ritmi naturali e cosmici.
Il Natale è una festa antica quanto il mondo, basata su una precisa costellazione di archetipi. La sua celebrazione cade nel periodo del solstizio d'inverno, che è il periodo più buio dell'anno e in cui quindi si prefigura, in ordine ai ritmi di morte e rinascita della vita secondo una processualità naturale, l'avvento della nuova luce(2).
Come i mitologemi che narrano la rigenerazione della natura attraverso la morte e la resurrezione degli eroi mitici (Attis, Osiris, etc.., come anche la figura del Puer Eternus), la Natività esprime simbolicamente l'archetipo del rinnovamento, cioè la nascita dell'Uomo Nuovo e in generale di nuove forme di adattamento vitale all'interno del susseguirsi di fasi esistenziali e cicli evolutivi. Il bambino divino che nasce (per i cristiani sarà il Gesù nella grotta di Betlemme) esprime appunto tale dinamica, che è simbolicamente al contempo interna-psichica ed esterna-naturale-cosmica, oltre ad incarnare l'unione degli opposti, il maschile e il femminile, finalmente uniti in una immagine superiore dell'essere e quindi espressione di una coscienza integrata.
Perdere questo sfondo simbolico, questo orizzonte generale di senso,
significherebbe per l'uomo moderno smarrire quelle coordinate profonde che lo hanno fatto vivere fino ad oggi in sintonia con il suo mondo naturale, fatto di terra, acqua e cielo.Il grande e unico vero dono che dovremmo desiderare per il nostro Natale 'post-moderno' e di non smarrire questi scenari interni e di far sì che il Bambino divino continui a nascere dentro di noi.


F.Maddalena



(1)Nella Roma pagana il 25 Dicembre si celebrava il Sol Invictus, cioè l'essenza divina e 'invincibile' del sole-luce che sconfiggeva il buio dell'inverno.
(2)La centralità e l'importanza di tale costellazione di contenuti archetipici (che possiamo definire quali aggregati psichici e biologici insieme)è pertanto evidente, avendo a che fare con un simbolismo originario centrato sulla possibilità di rigenerazione e armonizzazione di psiche e corpo della nostra specie Sapiens.

lunedì 9 novembre 2009

Sul Vuoto



“Natura aborret a vacuo”...Si dice fu Aristotele a proferirla a proposito della sua concezione della materia, considerata un 'tutto pieno', una rassicurante continuità di massa solida che sfidava e si contrapponeva all'assenza del visibile.
Ma già gli 'atomisti' Leucippo e Democrito, di lui contemporanei, proponevano invece una visione della materia diversa, fatta di vuoti su cui risaltavano i pieni (gli atomi, appunto). L'Occidente però seguì Aristotele e il 'vuoto' dovette aspettare il Settecento e poi la fisica quantistica per essere riscoperto. E ora i 'buchi neri' della moderna astrofisica ne celebrano il ruolo fondamentale per la comprensione delle dinamiche spazio-temporali.
'Horror vacui', la paura del vuoto. Vuoto di forme, di sensazioni, di senso, condizione che la mente si affanna solitamente a rigettare in modo istintivo per un sacro terrore di perdersi in un mondo senza più apparenti riferimenti visibili. I vuoti che sottendono le esperienze psichiche sono solitamente percepiti in termini negativi, di assenza di qualcosa, di una mancanza. A partire dai nostri 'vuoti quotidiani', quei tempi 'morti' che ci affrettiamo a riempire con cose-merci, comportamenti, rituali, abitudini e tanta tv (un classico: il televisore sempre acceso dei film americani, anche di notte, con lo schermo latteo o a righe che frigge; ultimo baluardo per scongiurare una qualsiasi forma di consapevolezza introspettiva..).
Quindi, procedendo in senso 'discendente', il vuoto 'depressivo'; che è, per antonomasia, una condizione dell'essere in cui la potenzialità vitale è menomata, in cui una perdita di affetto si traduce in perdita di senso. La mente vacilla sul limitare dell'abisso: 'vuoto a perdere'.
Di pieno e vuoto ci parlano poi le vicissitudini dell'incontro-scontro tra mente e corpo, delle illimitate varietà di somatizzazioni-conversioni isteriformi- trascrizioni corporee (forme di arcaiche memorie su 'supporto organico'..?), che definiscono equilibri mai troppo armoniosi, sempre precari, 'eccedenti' e sbilanciati di qua o di là.
E così le esistenze svuotate delle anoressiche e i 'tutto-pieno' delle bulimiche; di come vuoto e pieno siano esperienze 'a priori' dello stare al mondo, di quanto siano fondamentali quei momenti perduti in cui madre-padre-figlio funzionano ed esistono scambiandosi pezzi di sè in un mutuo ancestrale banchetto.
Ma anche i vuoti spaventosi della/e memoria/e nelle patologie neurologiche, che espongono all'intrusione di un presente straniero e minacciano le identità costruite e consolidate nel tempo vissuto spazzandone via i ricordi.

Di fronte a tale designazione 'in negativo' del vuoto si contrappongono invece tutte le grandi correnti religiose, mistiche e meditative, dallo sciamanesimo al cristianesimo al buddhismo, che cercano nel vuoto la condizione della catarsi, del superamento di sè, della trascendenza. La psicoanalisi dal canto suo concede credito alla Parola, alla parola autentica che viene dal profondo e che si fa largo tra le pieghe del contingente mondano, ma anch'essa presuppone un vuoto dove poterla far risuonare.
Un 'risuonare vuoto', si dice di un corpo cavo percosso dall'esterno. Ma proprio in quel silenzio 'cosmico', proprio di quel singolare e misterioso microcosmo che noi siamo, permane la possibilità di udire infine le voci di dentro, quelle che le nostre vite moderne, agitate e spesso convulse, si affannano a scongiurare, ad allontanare e infine dimenticare, considerandole inutili residui, scorie di un tempo passato.
Anche il compito del 'paziente', e prima di lui quello del terapeuta, che glielo trasmette implicitamente, diventa quello di 'fare il vuoto' dentro di sé, di strutturare e consentire alla propria 'vacuità' di emergere in primo piano, facendo così tacere per il tempo della seduta il rumore di fondo del quotidiano.
Per poter ascoltare in modo nuovo se stessi (e gli altri) è necessario il silenzio del vuoto, che permetterà infine di ascoltare anche i propri silenzi.


F.Maddalena

lunedì 12 ottobre 2009

Achab, o della morte del Sé


Si parlava nel precedente articolo della difficoltà di superamento di profonde ferite, chiusure e asperità connesse ad un certo tipo di carattere, che a volte non permettono all'individuo di aprirsi al cambiamento, alla novità, alla possibilità dunque di una evoluzione psichica e spesso anche 'spirituale' della propria personalità. Un esempio letterario fra tutti, in cui tale chiusura si mostra nella sua forma estrema e si fa essenza stessa della persona, sua cifra esistenziale, unica 'ragione di vita' (e quindi 'di morte', ovviamente, come sapremo anche noi alla fine del romanzo di cui stiamo parlando).
Il personaggio in questione è quello di Achab, che Hermann Melville staglia nella solitudine accecante di una luce oscura, sulla scena di quell'affresco narrativo magistrale che è Moby Dick (o 'la balena bianca', nella tradizione letteraria, pubblicato nel 1851). A bordo del Pequod, che solca i sette mari a caccia di balene, Achab è il cinico e severo capitano che fa da contraltare all'altro personaggio principale del racconto, Ismael, un giovane mozzo al primo imbarco, che con le sue parole ci narra le dolorose vicende accadute alla nave e al suo equipaggio nell'ultimo, tragico incontro-scontro con la ineffabile balena bianca.
Achab ha giurato vendetta alla enorme e 'malvagia' balena, dall'inconfondibile manto latteo, che in un precedente episodio di caccia gli ha causato la perdita di una gamba, ma più ancora gli ha procurato una inguaribile ferita dell'anima, alla cui riparazione egli ha da allora consacrato la propria esistenza, secondo una primordiale legge del taglione. L'equipaggio è costretto dunque a seguire questa folle caccia del suo capitano, nel desiderio-timore di trovarsi finalmente di fronte la mostruosa creatura marina, che ha già distrutto innumerevoli lance e baleniere. Con lo scorrere delle pagine, mentre Achab è sempre più vicino al suo obiettivo, Ismael descrive la vita a bordo, la sua amicizia con l'indiano Queequeg, usi e costumi della vita marinara dell'epoca, ma in un crescendo di tensione per il finale che già si preannuncia tragico.
Negli ultimi capitoli Moby Dick viene infine avvistata; comincia l'inseguimento concitato con le lance che trasportano i marinai e Achab, alla loro testa, che li sprona fino allo stremo armato di arpione, assetato di sangue e di vendetta, che vede finalmente vicina. Raggiunta la preda, l'arpione viene scoccato e penetra nelle bianche carni della balena, che si contorce, salta, sbatte la coda e schianta le povere lance intorno a sé e minaccia finanche il veliero in una delle sue volute disperate, in un inferno di spruzzi d'acqua colorati di sangue. Ma Achab è rimasto impigliato nelle corde e la balena esausta ma invitta si inabissa portando con sé, come un macabro trofeo per l'abisso marino, il corpo del capitano, come crocifisso sul bianco dorso dell'animale, imprigionatovi per l'eternità dalle stesse corde del suo arpione...
Si potrebbe agevolmente scomporre l'universo simbolico creato da Melville in questo romanzo: il mare quale regno sconosciuto che alimenta le nostre paure, i 'mostri' che sfuggono all'intelligenza umana; la nave e l'equipaggio quali espressioni del 'consorzio umano' e di un microcosmo sociale (come anche, se vogliamo, di una 'gruppalità interna' alla psiche, di un insieme di personaggi-aspetti che costituiscono l'intero Sé della persona); la balena bianca quale simbolo di una realtà trascendente, del 'Male' e delle indecifrabili profondità del mondo; quindi il capitano Achab che con ostinata, spietata determinazione cerca di imprimere la sua volontà sulla natura, perseguendo l'obiettivo della sua vita, senza desiderare altro che il momento in cui la sua vendetta sarà realizzata e 'il Male' finalmente annientato.
Ma l'intuizione di Melville è profonda ed è resa con la maestria che solo un artista può avere, quando ci fa sapere che l'unico sopravvissuto al disastro è Ismael, il giovane mozzo (salvo perchè aggrappatosi alla bara dell'amico Queequeg, precedentemente morto, galleggiante sulle acque..), non a caso 'il più giovane' membro dell'intero equipaggio, che potrà così tornare alla vita, trasformato e cresciuto, e raccontare al mondo dell'immane ed eterno scontro tra Bene e Male.