venerdì 19 febbraio 2010

Il richiamo di Pan



“Dove c'è panico, lì c'è anche Pan..” - dice J.Hillman in un suo famoso saggio, che ripercorre nel suo stile mitologico-archetipico i luoghi concettuali e culturali collegati alla presenza del dio della natura; dal piede caprino e fornito di corna, abitatore delle grotte e delle selve impervie dell'antica Grecia, egli è colui che sotto il sole a picco del mezzodì si attarda a suonare la siringa e sorprende uomini e animali di un sacro terrore che ne sconvolge le membra e ne ottenebra le menti. “Se Pan è il dio della natura 'dentro di noi – continua Hillman – allora egli è il nostro istinto […] La figura di Pan rappresenta la coazione istintuale e nel contempo offre il mezzo mediante il quale la coazione può essere modificata attraverso l'immaginazione [...]Quando l'anima è presa dal panico, Pan si rivela con la saggezza della natura. Essere senza paura, privi di angosce, invulnerabili al panico, significherebbe perdita dell'istinto, perdita di connessione con Pan..”. Se dunque in questa lettura archetipica il dio-capro rappresenta l'ambivalenza dell'istinto e il suo potenziale destabilizzante per la mente umana, esso esprime anche quella saggezza del corpo che è in connessione col divino e che ne esprime le imperscrutabili geometrie.

Lasciando le vette dell'Olimpo e tornando ad un più prosaico piano del discorso, prima di vedere da vicino cos'è e come si manifesta un attacco di panico, potremmo intanto innanzitutto chiederci se esso sia un fenomeno di natura essenzialmente psicologica oppure neuro-biologica, se alla sua origine cioè vi siano motivazioni legate al vissuto intrapsichico e relazionale oppure cause di tipo sostanzialmente chimico, la cui alterazione produce quelle sensazioni corporee così disturbanti. Ma impostare la riflessione su questa domanda sembra allontanarci dal fenomeno in sé e farci perdere di vista la compresenza di entrambi gli aspetti, che potrebbero invece essere considerati concomitanti anziché antagonisti, nel senso che l'uno alimenta e rinforza l'altro, quindi all'interno di un paradigma di tipo olistico (lo 'psiche-soma', anziché il dualistico 'psiche' e 'soma'), in cui il sintomo fisico è simultanea traduzione ed espressione di un vissuto psichico, in questo caso primitivo e mai giunto ad una forma di elaborazione mentale superiore-cosciente, quindi in sostanza non altrimenti rappresentabile dalla mente se non attraverso il codice somatico.
Ovviamente poi, non bisognerebbe ridurre il complesso quadro clinico in esame, che si rivela peraltro in differenti forme di sofferenza psicologica e psichiatrica, ad una categoria psicopatologica 'pura' e isolata, come a volte si tende a fare quando la 'tentazione' medico-classificatoria prende il sopravvento su una riflessione più consapevole delle innumerevoli dinamiche psicologiche sottese alla formazione di un qualsiasi sintomo. E' il caso della 'etichettatura' diagnostico-clinica spesso banalizzante offertaci da noti 'manuali' di stampo psichiatrico in auge negli ultimi anni, laddove occorrerebbe invece cercare di individuare dei tratti peculiari che possano offrire una sufficientemente corretta lettura in termini esperienziali-fenomenici e psicodinamici, all'interno cioè di un'ottica che predilige l'osservazione di movimenti interni e relazionali sullo sfondo di una concezione sistemica-conflittuale della mente, considerata questa come il risultato di forze e pulsioni antagoniste che si stemperano e trovano un equilibrio intorno ad un oggetto primario di riferimento, le immagini interiorizzate della madre prima e della coppia genitoriale poi...



(Il brano è tratto da un recente articolo dal titolo: Attacchi di panico: una lettura psicoanalitica in cinque atti, di prossima pubblicazione nella sezione 'Scritti' del sitoweb: www.fernandomaddalena.it)



lunedì 11 gennaio 2010

Qui ed ora

“Siamo ogni solitario istante”
J.L.Borges


Viviamo nel presente, e solo in esso. Questa banale ma indubitabile verità (una delle poche, forse, rimasteci dallo sconvolgimento epistemologico dell'era tecnologico-scientifica che stiamo vivendo) fa da contraltare alle nostre più che dubitabili certezze, frutto di decenni di sotterranee identificazioni, interiorizzazioni, come anche di scelte e costruzioni più o meno deliberate di aspetti di sé.
Quante volte abbiamo letto queste tre parolette scritte in fila (magari nella loro traduzione latina - 'hic et nunc' - quasi per accentuare un che di sacrale, di consolidato dalla tradizione dei prischi padri) come una specie di recitativo, un mantra la cui efficacia risiede nello sfondo concettuale che è in grado di allestire dinanzi agli occhi della mente, una sorta di caduta verticale nella consapevolezza di sé, del momento, degli altri e di ciò che ci sta intorno.
Qualsiasi studente di psicologia saprà, p.es., che il 'qui-ed-ora' è quel motivetto concettuale divenuto 'a la page' in una certa fase di espansione dello sviluppo della cultura psicologica, quel ritornello da applicare ai momenti topici della presa di coscienza, della sincronizzazione interna rispetto ai propri sentimenti ed emozioni, laddove peraltro qualche studente di filosofia potrebbe agevolmente collegarvi l'heideggeriano 'esser-ci' della presenza, che si apre al mondo ed alle sue innumerevoli possibilità esistentive.
D'altronde, anche il 'carpe diem' oraziano sembra esserne una piacevole parafrasi
e viene così in mente, spaziando nelle associazioni, 'L'attimo fuggente' di P.Weir, il bel film di qualche (ormai) decennio fa, il cui tema conduttore altro non è che questo benedetto e misterioso 'presente' che ci vive attimo per attimo, questo altrimenti 'non luogo' e 'non tempo' su cui le nostre coordinate esistentive sembrano annullarsi per un momento, giusto il tempo di sentirsi (se accade, ovviamente) esistere, essere vivi, poiché aperti al possibile nuovo, al diverso, all'inusitato.
Nel 'qui ed ora', dunque, come recita la prassi dello 'psicoanalitichese', si avvererebbe il momento dell'incontro con noi stessi, con la nostra realtà più autentica e quindi con le nostre inevitabili contraddizioni, nel momento puntuale e unico del proprio riconoscimento, in quanto mente-corpo, al di là delle nostre ulteriori personificazioni che spingono dal passato, gran calderone del vissuto che sentiamo come la nostra personalità piena di sfaccettature e dalle mille diverse rappresentazioni che abbiamo e creiamo continuamente di e su noi stessi. Così come il raggiungimento di quell'agognato 'insight' (altro termine 'a la page' dell'immaginario collettivo psicoanalitico e non solo, ovviamente..) che ha mietuto nei passati decenni schiere di vittime di volenterosi pazienti assorbiti dall'unica preoccupazione di ricevere finalmente “l'illuminazione” del Verbo Analitico...
Quella dunque che sembra essere una formula ormai consolidata, anzi 'classica' diremmo, della teoria psicoanalitica e in generale psicoterapeutica, si scontra tuttavia nella realtà quotidiana con la prassi del vivere del paziente, la cui preoccupazione fondamentale è quella – fin troppo umana in verità – di evitare al più presto la sofferenza e di guarire in un sol colpo dai propri sintomi (magari per essere subito dopo vittima di altri, ma questo è un altro discorso..). E si finisce col dimenticare che il 'qui ed ora' introduce invece un vero e proprio cambiamento di paradigma nell'esperienza vitale del soggetto, poiché cambia l'ottica da cui si osservano i fenomeni del vivere e dell'essere, nonché del percepire.
Nel 'qui' infatti non c'è altra dimensione sensibile che l'intersoggettività della relazione in presa diretta con l'altro, mentre si sta facendo sotto i nostri occhi nell'incontro dei due soggetti analitici e di cui la dinamica di co-transfert è l'espressione più diretta; mentre nell''ora' non c'è che il riferimento a quella sospensione del tempo derivante dalla focalizzazione sull'istante vissuto, su quell''attimo fuggente' appunto, che condensa nel suo infinito presente tutta la gamma di possibilità che la mente dei due interlocutori può concepire e porre in atto in senso fenomenico.
Nel Qui ed ora il discorso analitico si rende vivo e realmente foriero di trasformazione e cambiamento, poiché si trascende per un attimo (sempre 'fuggente', appunto..) il 'Lì e allora' (o anche 'mai'', in alcuni casi) della mente, quale vecchio paradigma votato alla santificazione laica del passato, imprigionato nell'abitudine delle nostre coazioni a ripetere ciò che fummo e che saremo in eterno, se un qualche accadimento improvviso non ci portasse di tanto in tanto sotto gli occhi il fatto, indubitabile, che viviamo nel presente, e solo in esso.



mercoledì 23 dicembre 2009

Per un Buon Natale



Come ogni anno, nelle nostre opulente società mediatiche e consumistiche,
il Natale arriva inesorabile e brucia in un attimo se stesso in quel tripudio di forme conviviali centrate sulla materia-cibo ('il cenone della vigilia'), prassi commerciali reciproche centrate su oggetti concreti ('i regali'), parole e frasi stereotipate e ipertrofiche ('gli auguri'). Esso impone i suoi ritmi allegri, i suoi scintillii, le sue superfici levigate e riflettenti un modello di benessere che ci avvolge protettivo e rassicurante, ma che ci isola anche da quelle valenze intrapsichiche originariamente connesse all'avvento del Natale, che prima di essere cristiano era pagano e romano(1), e prima ancora greco, e ancora prima medio-orientale, e..e ...
Ma cosa c'è 'dietro' o 'sotto' il Natale consumistico e rutilante dei nostri tempi veloci, qual'è la 'sostanza' del Natale, o almeno qual'era, prima che venisse risucchiata dalle attuali pratiche esclusivamente mercificatorie ? La perdita del senso profondo della festa non può non avere conseguenze sul benessere psicologico individuale e collettivo. Nella nostra era 'postmoderna' infatti riscontriamo una crescente perdita di quei rituali simbolici, usi e tradizioni connessi al sacro, che nelle generazioni precedenti, per secoli, hanno rappresentato quel fondale iconografico e immaginativo su cui prendeva forma, nel silenzio della preparazione all'avvento e nella attesa della nascita del bambino divino, un processo catartico di rigenerazione della psiche collettiva, dove ogni individuo attraverso un movimento speculare, al contempo introspettivo e compartecipativo, attingeva a profonde correnti archetipiche armonizzate con i ritmi naturali e cosmici.
Il Natale è una festa antica quanto il mondo, basata su una precisa costellazione di archetipi. La sua celebrazione cade nel periodo del solstizio d'inverno, che è il periodo più buio dell'anno e in cui quindi si prefigura, in ordine ai ritmi di morte e rinascita della vita secondo una processualità naturale, l'avvento della nuova luce(2).
Come i mitologemi che narrano la rigenerazione della natura attraverso la morte e la resurrezione degli eroi mitici (Attis, Osiris, etc.., come anche la figura del Puer Eternus), la Natività esprime simbolicamente l'archetipo del rinnovamento, cioè la nascita dell'Uomo Nuovo e in generale di nuove forme di adattamento vitale all'interno del susseguirsi di fasi esistenziali e cicli evolutivi. Il bambino divino che nasce (per i cristiani sarà il Gesù nella grotta di Betlemme) esprime appunto tale dinamica, che è simbolicamente al contempo interna-psichica ed esterna-naturale-cosmica, oltre ad incarnare l'unione degli opposti, il maschile e il femminile, finalmente uniti in una immagine superiore dell'essere e quindi espressione di una coscienza integrata.
Perdere questo sfondo simbolico, questo orizzonte generale di senso,
significherebbe per l'uomo moderno smarrire quelle coordinate profonde che lo hanno fatto vivere fino ad oggi in sintonia con il suo mondo naturale, fatto di terra, acqua e cielo.Il grande e unico vero dono che dovremmo desiderare per il nostro Natale 'post-moderno' e di non smarrire questi scenari interni e di far sì che il Bambino divino continui a nascere dentro di noi.


F.Maddalena



(1)Nella Roma pagana il 25 Dicembre si celebrava il Sol Invictus, cioè l'essenza divina e 'invincibile' del sole-luce che sconfiggeva il buio dell'inverno.
(2)La centralità e l'importanza di tale costellazione di contenuti archetipici (che possiamo definire quali aggregati psichici e biologici insieme)è pertanto evidente, avendo a che fare con un simbolismo originario centrato sulla possibilità di rigenerazione e armonizzazione di psiche e corpo della nostra specie Sapiens.

lunedì 9 novembre 2009

Sul Vuoto



“Natura aborret a vacuo”...Si dice fu Aristotele a proferirla a proposito della sua concezione della materia, considerata un 'tutto pieno', una rassicurante continuità di massa solida che sfidava e si contrapponeva all'assenza del visibile.
Ma già gli 'atomisti' Leucippo e Democrito, di lui contemporanei, proponevano invece una visione della materia diversa, fatta di vuoti su cui risaltavano i pieni (gli atomi, appunto). L'Occidente però seguì Aristotele e il 'vuoto' dovette aspettare il Settecento e poi la fisica quantistica per essere riscoperto. E ora i 'buchi neri' della moderna astrofisica ne celebrano il ruolo fondamentale per la comprensione delle dinamiche spazio-temporali.
'Horror vacui', la paura del vuoto. Vuoto di forme, di sensazioni, di senso, condizione che la mente si affanna solitamente a rigettare in modo istintivo per un sacro terrore di perdersi in un mondo senza più apparenti riferimenti visibili. I vuoti che sottendono le esperienze psichiche sono solitamente percepiti in termini negativi, di assenza di qualcosa, di una mancanza. A partire dai nostri 'vuoti quotidiani', quei tempi 'morti' che ci affrettiamo a riempire con cose-merci, comportamenti, rituali, abitudini e tanta tv (un classico: il televisore sempre acceso dei film americani, anche di notte, con lo schermo latteo o a righe che frigge; ultimo baluardo per scongiurare una qualsiasi forma di consapevolezza introspettiva..).
Quindi, procedendo in senso 'discendente', il vuoto 'depressivo'; che è, per antonomasia, una condizione dell'essere in cui la potenzialità vitale è menomata, in cui una perdita di affetto si traduce in perdita di senso. La mente vacilla sul limitare dell'abisso: 'vuoto a perdere'.
Di pieno e vuoto ci parlano poi le vicissitudini dell'incontro-scontro tra mente e corpo, delle illimitate varietà di somatizzazioni-conversioni isteriformi- trascrizioni corporee (forme di arcaiche memorie su 'supporto organico'..?), che definiscono equilibri mai troppo armoniosi, sempre precari, 'eccedenti' e sbilanciati di qua o di là.
E così le esistenze svuotate delle anoressiche e i 'tutto-pieno' delle bulimiche; di come vuoto e pieno siano esperienze 'a priori' dello stare al mondo, di quanto siano fondamentali quei momenti perduti in cui madre-padre-figlio funzionano ed esistono scambiandosi pezzi di sè in un mutuo ancestrale banchetto.
Ma anche i vuoti spaventosi della/e memoria/e nelle patologie neurologiche, che espongono all'intrusione di un presente straniero e minacciano le identità costruite e consolidate nel tempo vissuto spazzandone via i ricordi.

Di fronte a tale designazione 'in negativo' del vuoto si contrappongono invece tutte le grandi correnti religiose, mistiche e meditative, dallo sciamanesimo al cristianesimo al buddhismo, che cercano nel vuoto la condizione della catarsi, del superamento di sè, della trascendenza. La psicoanalisi dal canto suo concede credito alla Parola, alla parola autentica che viene dal profondo e che si fa largo tra le pieghe del contingente mondano, ma anch'essa presuppone un vuoto dove poterla far risuonare.
Un 'risuonare vuoto', si dice di un corpo cavo percosso dall'esterno. Ma proprio in quel silenzio 'cosmico', proprio di quel singolare e misterioso microcosmo che noi siamo, permane la possibilità di udire infine le voci di dentro, quelle che le nostre vite moderne, agitate e spesso convulse, si affannano a scongiurare, ad allontanare e infine dimenticare, considerandole inutili residui, scorie di un tempo passato.
Anche il compito del 'paziente', e prima di lui quello del terapeuta, che glielo trasmette implicitamente, diventa quello di 'fare il vuoto' dentro di sé, di strutturare e consentire alla propria 'vacuità' di emergere in primo piano, facendo così tacere per il tempo della seduta il rumore di fondo del quotidiano.
Per poter ascoltare in modo nuovo se stessi (e gli altri) è necessario il silenzio del vuoto, che permetterà infine di ascoltare anche i propri silenzi.


F.Maddalena

lunedì 12 ottobre 2009

Achab, o della morte del Sé


Si parlava nel precedente articolo della difficoltà di superamento di profonde ferite, chiusure e asperità connesse ad un certo tipo di carattere, che a volte non permettono all'individuo di aprirsi al cambiamento, alla novità, alla possibilità dunque di una evoluzione psichica e spesso anche 'spirituale' della propria personalità. Un esempio letterario fra tutti, in cui tale chiusura si mostra nella sua forma estrema e si fa essenza stessa della persona, sua cifra esistenziale, unica 'ragione di vita' (e quindi 'di morte', ovviamente, come sapremo anche noi alla fine del romanzo di cui stiamo parlando).
Il personaggio in questione è quello di Achab, che Hermann Melville staglia nella solitudine accecante di una luce oscura, sulla scena di quell'affresco narrativo magistrale che è Moby Dick (o 'la balena bianca', nella tradizione letteraria, pubblicato nel 1851). A bordo del Pequod, che solca i sette mari a caccia di balene, Achab è il cinico e severo capitano che fa da contraltare all'altro personaggio principale del racconto, Ismael, un giovane mozzo al primo imbarco, che con le sue parole ci narra le dolorose vicende accadute alla nave e al suo equipaggio nell'ultimo, tragico incontro-scontro con la ineffabile balena bianca.
Achab ha giurato vendetta alla enorme e 'malvagia' balena, dall'inconfondibile manto latteo, che in un precedente episodio di caccia gli ha causato la perdita di una gamba, ma più ancora gli ha procurato una inguaribile ferita dell'anima, alla cui riparazione egli ha da allora consacrato la propria esistenza, secondo una primordiale legge del taglione. L'equipaggio è costretto dunque a seguire questa folle caccia del suo capitano, nel desiderio-timore di trovarsi finalmente di fronte la mostruosa creatura marina, che ha già distrutto innumerevoli lance e baleniere. Con lo scorrere delle pagine, mentre Achab è sempre più vicino al suo obiettivo, Ismael descrive la vita a bordo, la sua amicizia con l'indiano Queequeg, usi e costumi della vita marinara dell'epoca, ma in un crescendo di tensione per il finale che già si preannuncia tragico.
Negli ultimi capitoli Moby Dick viene infine avvistata; comincia l'inseguimento concitato con le lance che trasportano i marinai e Achab, alla loro testa, che li sprona fino allo stremo armato di arpione, assetato di sangue e di vendetta, che vede finalmente vicina. Raggiunta la preda, l'arpione viene scoccato e penetra nelle bianche carni della balena, che si contorce, salta, sbatte la coda e schianta le povere lance intorno a sé e minaccia finanche il veliero in una delle sue volute disperate, in un inferno di spruzzi d'acqua colorati di sangue. Ma Achab è rimasto impigliato nelle corde e la balena esausta ma invitta si inabissa portando con sé, come un macabro trofeo per l'abisso marino, il corpo del capitano, come crocifisso sul bianco dorso dell'animale, imprigionatovi per l'eternità dalle stesse corde del suo arpione...
Si potrebbe agevolmente scomporre l'universo simbolico creato da Melville in questo romanzo: il mare quale regno sconosciuto che alimenta le nostre paure, i 'mostri' che sfuggono all'intelligenza umana; la nave e l'equipaggio quali espressioni del 'consorzio umano' e di un microcosmo sociale (come anche, se vogliamo, di una 'gruppalità interna' alla psiche, di un insieme di personaggi-aspetti che costituiscono l'intero Sé della persona); la balena bianca quale simbolo di una realtà trascendente, del 'Male' e delle indecifrabili profondità del mondo; quindi il capitano Achab che con ostinata, spietata determinazione cerca di imprimere la sua volontà sulla natura, perseguendo l'obiettivo della sua vita, senza desiderare altro che il momento in cui la sua vendetta sarà realizzata e 'il Male' finalmente annientato.
Ma l'intuizione di Melville è profonda ed è resa con la maestria che solo un artista può avere, quando ci fa sapere che l'unico sopravvissuto al disastro è Ismael, il giovane mozzo (salvo perchè aggrappatosi alla bara dell'amico Queequeg, precedentemente morto, galleggiante sulle acque..), non a caso 'il più giovane' membro dell'intero equipaggio, che potrà così tornare alla vita, trasformato e cresciuto, e raccontare al mondo dell'immane ed eterno scontro tra Bene e Male.


mercoledì 23 settembre 2009

Ethos anthropoi daimon


Solitamente queste parole attribuite ad Eraclito sono tradotte con 'il carattere di un uomo è il suo destino' (se traduciamo il termine 'daimon' appunto come 'carattere', piuttosto che 'genio personale' o 'démone' nel senso della psicologia archetipica) a significare che è il carattere di una persona a determinarne più di ogni altra cosa il suo futuro e la qualità della sua esistenza, al di là degli eventi più o meno favorevoli che gli possono accadere, delle infinite pieghe del caso e dell'influsso costante dell'ambiente fisico e psichico in cui è immersa. La teologia cattolica identifica nel carattere quel segno indelebile impresso nell'anima ad opera del battesimo e di altri sacramenti e per esteso il complesso delle qualità spirituali di un individuo. La psicologia vi scorge l'insieme delle disposizioni psichiche e dei modi tipici di un individuo di reagire e comportarsi; 'caratteriali' è il termine, oggi un po' desueto in verità, usato in psicopatologia per indicare quei soggetti che rispondono in genere a qualsiasi input in un modo eccessivamente rigido, tale da sconfinare spesso in un agito comportamentale reattivo.
Possiamo quindi paragonare il carattere allo 'stile' di una persona, al modo abituale in cui risponde alle sollecitazioni interne ed esterne, a quella 'coerenza' personale che la contraddistingue nel suo modo di agire e di pensare. Il concetto di carattere si riferisce pertanto alle strutture profonde della personalità, quelle che sono solitamente più resistenti al cambiamento.
L'idea eraclitea – giusta la corrente interpretazione di quella famosa frase – è quindi che le nostre vite siano in ultima analisi determinate da 'come siamo fatti intimamente', che la nostra realizzazione individuale dipenda da questa nostra originaria strutturazione della personalità – come un nocciolo duro al fondo delle 'sovrastrutture' sociali e culturali che assorbiamo nel tempo – e dalle dinamiche che si sprigionano intorno a questo nucleo caldo che reagisce alle variazioni del mondo circostante.
Nella storia della psicoanalisi, particolarmente vicino a tali tematiche fu Wilhelm Reich che, insoddisfatto dei metodi canonici che allora si usavano per analizzare le resistenze, agli inizi degli anni ‘30 elaborò una nuova procedura che chiamò "analisi del carattere" e che segnò di fatto un notevole arricchimento per la teoria psicoanalitica. In psicoterapia è oggi sempre più riconosciuto come il carattere di una persona sia un elemento centrale nella considerazione delle sue effettive capacità trasformative e per l'espressione delle sue potenzialità di crescita e di evoluzione psichica.
E a considerare certi percorsi psicoterapeutici di pazienti coi quali condividiamo, in qualità di 'compagni di viaggio', un più o meno lungo tratto di strada, viene in effetti da riconoscere quanto sia vera l'affermazione eraclitea. Certe particolari difficoltà, certi 'blocchi' granitici su cui si impegnano strenue difese contro un qualsiasi cambiamento e si moltiplicano le resistenze interiori al processo terapeutico, sono inquadrabili appunto in una 'economia caratteriale' deficitaria o altamente conflittuale, che può arrivare a pregiudicare l'esito di una terapia per l'impossibilità di modificare una intima rigidità, intesa in senso ampio, psicofisico, come atteggiamento quasi 'reattivo-posturale' nei confronti del mondo esterno e in senso psicologico quale visione cristallizzata del proprio essere e del proprio futuro. Una sorta di incapacità di immaginare possibili diversi scenari in cui declinare la propria vicenda esistenziale.
Se dunque il carattere ci fornisce quell'impronta indelebile che ci distingue da qualsiasi altro, consentendoci di esprimerci in sintonia con noi stessi rassicurati dalla autopercezione di una identità indissolubile, esso può divenire anche un troppo rigido assetto mentale, un' eccessiva affermazione di alcuni singoli 'tratti' all'interno di un insieme sfaccettato e multiforme, che ci impedisce di fatto di crescere al passo con le esperienze che quotidianamente viviamo e di aprirci al cambiamento e al nuovo in noi e fuori di noi.

F.Maddalena

martedì 25 agosto 2009

Siamo un dialogo



La psicoanalisi è mutevole. Non solo intrinsecamente, nella propria essenza di apparato teorico e culturale, soggetto a continui sviluppi, arricchimenti, ravvedimenti, abiure, da quando Freud ebbe l'idea di far stendere qualcuno su un lettino per ascoltarne parole e silenzi. Ma anche nella prassi che ne segue, nel quotidiano operare del terapeuta che traduce nel rapporto col paziente tale mutevolezza 'ontologica' e che incarna le sempre più numerose 'correnti teoriche' (e metodologiche) di cui la psicoanalisi è oggi espressione.
E' questa particolarità anzi che ne fa un qualcosa di vivo, un discorso sempre aperto e in continua espansione, un universo infinito dove il Tempo rappresenta tuttavia l'elemento centrale del processo, con le sue infinite ripetizioni e variazioni su tema.
Per definizione, la psicoanalisi è un processo trasformativo che trae la propria ragione d'essere, la propria linfa vitale, nonché la sua giustificazione concettuale, dal cambiamento, o meglio dal Cambiamento; desiderato, cercato, atteso, forse solo sperato, comunque mitizzato ed inteso quale causa e meta dello sviluppo psicologico individuale e collettivo. Ma se il Cambiamento è il propulsore del 'meccanismo' analitico, esso viene invece perseguito-inseguito dagli 'attori' analitici (T e P) mediante lo strumento del Dialogo.
La parola dialogo deriva dal greco ed è composta da due elementi: dia e logos. Logos sta per 'parola', 'significato', ed in extenso per 'ragione'. Dia invece significa in mezzo a, o metà a metà. Quindi 'dia-logos' vuol dire che il senso, il significato, emergono dal rapporto, dalla relazione di senso che si stabilisce tra gli attori-agenti, e non appannaggio dell'uno o dell'altro.
Il senso allora è un 'logos condiviso' (e/o condivisibile, ma qui il discorso si farebbe più complesso1..) ed è espressione di una alterità. Il significato, o i significati, di cui siamo in perenne ricerca, emergono dunque dal rapporto, nello scambio della dimensione intersoggettiva. E solo in esso, verrebbe da aggiungere, pena la riduzione dell'orizzonte dialogico condiviso ad una solipsistica affabulazione dell'Io se-dicente, ad una autarchica affermazione del soggetto (il 'supposto sapere' lacaniano, ad esempio, declinabile nella posizione non solo del terapeuta ma anche, in alternanza, in quella del paziente, che restringe così la propria esistenza consegnandola alla nevrosi).
Gli attori della scena analitica costruiscono-decostruiscono-ricostruiscono giorno dopo giorno lungo il tragitto terapeutico il senso del mondo (privato e condiviso), a partire da quegli elementi soggettivi di entrambi che possono essere accostati in una visione d'insieme. Il Cambiamento è allora insito nella possibilità di far convivere tali differenti elementi di base affinchè producano nuove prospettive e nuovi scenari per la mente.
La 'ontologica' mutevolezza della psicoanalisi ci ricorda sempre, e questo è forse il suo più prezioso contributo, che 'siamo un dialogo'.

F.Maddalena


1 Nel senso di 'aperto potenzialmente' alla condivisione, ma non 'necessariamente'..