Psicoterapeuta di orientamento psicoanalitico. Iscritto Ordine Psicologi Regione Abruzzo. Riceve in Piazza Alessandrini 22 - Pescara cell. 339 3685845 sitoweb:www.fernandomaddalena.it
martedì 25 agosto 2009
Siamo un dialogo
La psicoanalisi è mutevole. Non solo intrinsecamente, nella propria essenza di apparato teorico e culturale, soggetto a continui sviluppi, arricchimenti, ravvedimenti, abiure, da quando Freud ebbe l'idea di far stendere qualcuno su un lettino per ascoltarne parole e silenzi. Ma anche nella prassi che ne segue, nel quotidiano operare del terapeuta che traduce nel rapporto col paziente tale mutevolezza 'ontologica' e che incarna le sempre più numerose 'correnti teoriche' (e metodologiche) di cui la psicoanalisi è oggi espressione.
E' questa particolarità anzi che ne fa un qualcosa di vivo, un discorso sempre aperto e in continua espansione, un universo infinito dove il Tempo rappresenta tuttavia l'elemento centrale del processo, con le sue infinite ripetizioni e variazioni su tema.
Per definizione, la psicoanalisi è un processo trasformativo che trae la propria ragione d'essere, la propria linfa vitale, nonché la sua giustificazione concettuale, dal cambiamento, o meglio dal Cambiamento; desiderato, cercato, atteso, forse solo sperato, comunque mitizzato ed inteso quale causa e meta dello sviluppo psicologico individuale e collettivo. Ma se il Cambiamento è il propulsore del 'meccanismo' analitico, esso viene invece perseguito-inseguito dagli 'attori' analitici (T e P) mediante lo strumento del Dialogo.
La parola dialogo deriva dal greco ed è composta da due elementi: dia e logos. Logos sta per 'parola', 'significato', ed in extenso per 'ragione'. Dia invece significa in mezzo a, o metà a metà. Quindi 'dia-logos' vuol dire che il senso, il significato, emergono dal rapporto, dalla relazione di senso che si stabilisce tra gli attori-agenti, e non appannaggio dell'uno o dell'altro.
Il senso allora è un 'logos condiviso' (e/o condivisibile, ma qui il discorso si farebbe più complesso1..) ed è espressione di una alterità. Il significato, o i significati, di cui siamo in perenne ricerca, emergono dunque dal rapporto, nello scambio della dimensione intersoggettiva. E solo in esso, verrebbe da aggiungere, pena la riduzione dell'orizzonte dialogico condiviso ad una solipsistica affabulazione dell'Io se-dicente, ad una autarchica affermazione del soggetto (il 'supposto sapere' lacaniano, ad esempio, declinabile nella posizione non solo del terapeuta ma anche, in alternanza, in quella del paziente, che restringe così la propria esistenza consegnandola alla nevrosi).
Gli attori della scena analitica costruiscono-decostruiscono-ricostruiscono giorno dopo giorno lungo il tragitto terapeutico il senso del mondo (privato e condiviso), a partire da quegli elementi soggettivi di entrambi che possono essere accostati in una visione d'insieme. Il Cambiamento è allora insito nella possibilità di far convivere tali differenti elementi di base affinchè producano nuove prospettive e nuovi scenari per la mente.
La 'ontologica' mutevolezza della psicoanalisi ci ricorda sempre, e questo è forse il suo più prezioso contributo, che 'siamo un dialogo'.
F.Maddalena
1 Nel senso di 'aperto potenzialmente' alla condivisione, ma non 'necessariamente'..
lunedì 15 giugno 2009
Anime digitali

Come dicono da molti anni ormai i sociologi, ma come ci avevano già mostrato la letteratura e il cinema, in libri ed immagini divenuti di culto (bastino due sole citazioni in proposito, una per parte: 1984 di Orwell e Metropolis di Lang),
siamo di fronte ad una accelerazione della già profonda trasformazione delle nostre società, che sotto la spinta del progresso tecnologico e dell'organizzazione del lavoro in modalità seriale e iperspecializzata ha travolto ormai la concezione tradizionale dell'individuo centrata su un assetto identitario costante e ben definito nelle sue caratteristiche costitutive.
La globalizzazione, se vogliamo, non è che l'aspetto economicamente centrato della odierna massificazione delle coscienze e l'esportazione su scala planetaria della condizione umana post-moderna, fatta di individui che in ogni parte del mondo fanno le stesse cose, vivono la stessa vita, patiscono gli stessi desideri irrealizzabili e sognano le stesse immagini (magari il fondale degli spot della Coca Cola!).
Qualcuno potrebbe addirittura obiettare che l'ideale 'comunista', o almeno una sua ibrida versione, abbia finalmente trovato la sua dimensione terrena, se non fosse che di 'comune' nelle nostre società moderne non c'è che il disperante sentimento di isolamento, di essere soli in mezzo alla folla, di non aver più accesso alla dimensione simbolica dello scambio umano e di quella alterità che genera senso e significato all'esistenza individuale.
Come tutto questo si rifletta nell'ambito psicologico individuale e intersoggettivo è ben visibile nelle nostre attuali esistenze, nelle modalità di interazione sociale, nella condizione alienante del 'buon consumatore', che si lascia prendere per mano dalle compulsioni al possesso e dai 'consigli per gli acquisti' fin quasi dalla culla (e così via regolarmente, fino alla tomba).
Lo stesso 'ambiente' in cui viviamo le nostre esistenze odierne, le 'città' di un tempo, sono oggi qualcosa di più simile ad agglomerati urbani in continua, incontrollabile espansione, che si connettono tra loro come accelerate proliferazioni dendritiche osservate al microscopio e che hanno nei centri commerciali (come un po' in tutti i famosi 'non luoghi' di Marc Augè: aereoporti, stazioni, metropolitana, etc..) le nuove cattedrali, nuovi punti di aggregazione in cui le differenze individuali si annullano e emerge il codice unico della specie.
Quindi il web, nuovo grande mediatore e collettore dell'immaginario moderno, che per certi versi supporta e alimenta questa condizione di alienazione dell'uomo moderno ipertecnologico con le sue 'repliche' virtuali (il modello di Second Life, ma anche la possibilità di dinamiche interpersonali fortemente sbilanciate in termini di ambiguità e illusorietà che si determinano su cosiddetti 'social networks').
Anche la psicologia e la psicoterapia quindi hanno di fronte il compito urgente di inquadrare l'esatta portata di tali scenari esistenziali in rapida trasformazione, per proporre idee nuove alle persone, poterne decifrare i nuovi e angosciati silenzi e rispondere alle mutate forme in cui si esprime oggi la sofferenza mentale.
La stessa idea di un 'Io' coeso, solido, quasi rassicurante nelle sue narrazioni nevroticizzate o cristallizzate nelle psicosi, come ce l'avevano trasmessa Freud e la psicoanalisi fin quasi alla soglia del secolo scorso (il XX, si intende), ha oggi lasciato il posto alla 'liquidità' - secondo il termine coniato da Z.Baumann - delle identità soggettive, alle versioni discontinue di una psiche moderna frammentata in sotto-identità parziali che perdono il senso del loro esserci e della loro potenziale narrazione in termini di vissuto condiviso e riconosciuto, come in modo drammatico si osserva nelle nuove forme di disagio delle fasce più giovani della popolazione.
Questa sembra la sfida oggi più importante per le attuali scienze dell'uomo: riuscire a tracciare un quadro coerente delle profonde trasformazioni psichiche e socio-culturali in atto nelle società moderne e delle conseguenti ripercussioni in termini di manifestazione del disagio psichico e interpersonale, del malessere di quella che oggi potremmo definire un'anima 'digitale'.
F.Maddalena
mercoledì 8 aprile 2009
Se la terra trema
Trema oggi la terra, dove la vita dell'uomo nasce, cresce e si costruisce giorno dopo giorno, dispiegandosi ed arricchendosi come Individuo e Persona, nel tempo degli uomini.
Non occorre scomodare la filosofia antica e moderna per rinvenire in Spazio e Tempo le coordinate dell'esistenza umana: l'uomo è il prodotto della congiunzione di tali elementi basali, la sua mente è fatta e funziona solo in virtù di tali coordinate, che gli consentono di definire un sé e un Altro, un dentro e un fuori, un qui e un altrove, un adesso, un già, un non ancora...
Congiunzione tra Terra Madre e Tempo Padre, dunque, che nella esperienza drammatica del sisma risultano stravolti; il tempo è come sospeso, lo spazio è abolito nella sua dimensione stabile, affidabile, definita...
La terra non è più una superficie sicura, un piedistallo su cui la figura umana si es-pone in plastica posa ma qualcosa di violentemente cangiante, che avvolge nei suoi spasimi le forme e le mastica e le distrugge sbriciolandole. Le certezze umane, che ci si costruisce giorno dopo giorno, crollano come gli edifici gravati dal tempo o resi più deboli dall'ignavia degli uomini.
L'esperienza psicologica di un terremoto, come quello che sta devastando in questi giorni la terra abruzzese, sembra ricondurre a ritroso la mente dell'uomo a quel 'limen' invalicabile della sua stessa costituzione, all'esperienza originaria della fondazione di sé che rappresenta il momento della sua nascita psicologica in quanto individuo separato, che avviene dopo quella fisica del parto, che sancisce l'avvenuta separazione dal corpo della madre.
L'esperienza della separatezza, intesa quale condizione e processo e non come semplice atto, deriva da tale avvenuta intima 'catastrofe' che segue la consapevolezza di essere uno e distinto dall'Altro-da-sè, dall'essere espulsi dalla confusione-fusione del corpo-mente della madre-mondo esterno..
Avvicinarci a tale pensiero impossibile, o meglio alla sua percezione indistinta, e poterlo tollerare nella sua immane intensità affettiva, grazie alla presenza rassicurante della coppia madre-padre, spazio-tempo, è tuttavia qualcosa di semplicemente vitale che permetterà alla mente, come mitico Atlante, di sostenere tutto il peso del mondo, e al bambino di diventare ragazzo e poi adulto.
Laddove ciò sia reso difficile o anzi impossibile, ce lo ricorda la catastrofe immanente e pur sempre ancora incombente che caratterizza la condizione della mente psicotica, dove la coppia genitoriale è perennemente separata e aggredita e distrutta, dove spazio e tempo sono solo fondali di cartone strappato che non nascondono il buio e il vuoto retrostanti.
E il sisma sembra ricordarci tutto questo; 'voce di Dio' che parla per ricordarci la nostra finitezza terrena, che ci pone impietosamente dinanzi la dimensione ontologica più vera - e per questo anche più rimossa - dell'uomo, la sua fondamentale fragilità.
F.Maddalena
sabato 28 febbraio 2009
Alice delle meraviglie

Capitolo I
Nella tana del coniglio
Alice cominciava a non poterne più di stare sulla panca accanto alla sorella, senza far niente; una volta o due aveva provato a sbirciare il libro che la sorella leggeva, ma non c'erano figure né dialoghi, “ e a che serve un libro – aveva pensato Alice – senza figure e senza dialoghi?”
Ragion per cui stava cercando di decidere fra sé (meglio che poteva, perchè il caldo della giornata la faceva sentire torpida e istupidita) se il piacere di confezionare una collana di margherite sarebbe valso la pena di alzarsi e cogliere i fiori, quand'ecco che d'un tratto le passò accanto di corsa un coniglio bianco dagli occhi rosa.In questo non c'era niente di tanto notevole, né ad Alice parve dopotutto così straordinario sentire il Coniglio dire tra sé:”Povero me! Povero me! Sto facendo tardi!” (ripensandoci in seguito, le venne in mente che avrebbe dovuto meravigliarsi, ma lì per lì la cosa le sembrò assolutamente naturale); ma quando il Coniglio estrasse veramente un orologio dal taschino del panciotto, lo guardò ed affrettò il passo, Alice saltò in piedi, perchè le balenò nella mente di non avere mai visto prima di allora un coniglio fornito di panciotto e di taschino, per non parlare di orologi; e bruciando di curiosità lo inseguì di corsa per il campo, facendo appena in tempo a vederlo sparire in una gran buca sotto la siepe. Un attimo dopo Alice si era infilata dietro a lui, senza minimamente riflettere a come avrebbe poi fatto per uscire.
Per un po' la tana si prolungava come una galleria, ma a un certo punto sprofondava all'improvviso, tanto che Alice non ebbe neanche un momento per pensare e fermarsi; e si trovò a precipitare giù per quello che pareva un pozzo assai profondo...
Così inizia il libro di 'Alice nel paese delle meraviglie', opera celeberrima scritta nel 1864 da Lewis Carroll, al secolo Charles-Lutwidge Dodgson, professore di Matematica all'Università di Oxford e per certi versi eccellente esempio della duplicità ipocrita e benpensante dell'epoca vittoriana.
Dal pensiero conservatore fino al fanatismo in questioni attinenti la morale, la religione, la politica, egli si rivela anche un 'geniale artista' della parola (chissà se egli stesso si rese pienamente conto di poter incarnare per i posteri una tale definizione..), che nell'opera d'arte trascende il suo quantum individuale, limitato e prevedibile, per accedere alle sublimi sfere dell'Ispirazione.
Poiché Alice è la sua musa ed egli attinge suo tramite a dimensioni ctonie e superne di insospettabile profondità psicologica, dove si intrecciano tematiche esistenziali individuali e relazionali espresse da una simbologia che molto ha offerto all'indagine psicoanalitica, più e meno recente.
Come tutti sanno, la storia narra di una bimba che seguendo un coniglio bianco finisce nella sua tana, in una buca del terreno, da dove inizia la sua avventura in una specie di sotterraneo 'mondo parallelo' abitato da persone caricaturali e bizzarre ed animali parlanti, e il suo procedere di incontro in incontro la conduce 'Attraverso lo specchio' (titolo della seconda parte del libro, che evoca l'attraversamento di una soglia e che rimanda ad una tematica di rapporto con la propria immagine e con il Sé), in una dimensione dove solo apparentemente le cose sono come nel mondo 'reale' e dove tempo e spazio si alterano e si deformano costruendo attorno ad Alice una atmosfera oniroide e a tratti inquietante per l'effetto di estraneamento che ne risulta.
I temi della caduta-scivolamento, del 'perdersi' in una dimensione sotterranea, sono chiaramente evocativi di un topos letterario che in altri contesti riceverebbe la poco rassicurante definizione di 'discesa agli inferi', da intendersi nel senso di un progressivo contatto, di una immersione o 'bagno catartico' (e l'elemento acqua ha nell'opera una particolare potenza evocativa) con la dimensione inconscia del Sé. E la storia, che era cominciata come una leggiadra favoletta di bimbe annoiate e conigli bianchi, si tinge di colori forti e cupi, di lotte per il potere e di pericoli mortali, sempre restando però nella cornice ambigua e distanziante di una amena passeggiata nella fantasia...
F.Maddalena
mercoledì 7 gennaio 2009
Parole
La psicoanalisi si dice fondata sulla parola.
Singolare paradosso, poiché essa in realtà si confronta con il territorio silenzioso, sconosciuto e smisurato della Psiche, popolata di affetti e di immagini (“Hic sunt leones..”), ivi operando con essi quella necessaria commistione che rende possibile l'incontro di presente e passato. Potere del Logos, che immergendosi nelle acque oscure del caos primigenio, ne risorge trasformato, redento e redentore.
'Talking cure' la definì in modo naif ma efficace una delle prime pazienti di Freud, la giovane Anna O. degli 'Scritti sull'isteria'(1895), e non si potrebbe pensare a definizione più calzante ed intuitiva.
E in fondo cosa fece Freud di tanto originale ed innovativo se non costruire uno scenario ad hoc entro cui le parole, certe parole, potessero essere realmente pronunciate, ascoltate, osservate, scavate, infine custodite o finalmente dimenticate..?
Al di là delle teorie e delle ipotesi (fatte sempre di parole, ma sgrossate in forma di concetti levigati, più o meno scintillanti, transeunti, deperibili..) di cui la psicoanalisi si ciba, il metodo picoanalitico, cioè la parola detta, costituisce il fulcro della cura, la sua sacralità ineffabile.
La parola della psicoanalisi è una parola piena, pesante di affetto, di emozione, di storia, corpuscolo opaco che effonde intorno a sé un campo denso di significato, onda energetica che emana dal vissuto del pronunciante ed
investe e permea l'atmosfera della seduta.
Essa rifugge sempre il mondano 'pour parler' e rifrange gli sfavillii del contingente, imponendosi con la forza di una necessità, con l'autorità di una legge, con la persuasione di un'inevitabile scoperta.
E' la parola che disvela, ma anche quella che nasconde, che avvicina oppure allontana da ciò che contiene al suo interno, parola-anima che connette – compito sovrumano - desiderio e ragione, corpo e spirito.
E' la parola autentica, Verbo mistico che si fa carne nella tensione impossibile del ricordo e che riconduce all'esperienza ineffabile dell'Uno dove forma e sostanza si annullano. Ma è anche la parola assente, la parola mancante, il mai detto, mai saputo, o mai confessato. Vuoto creatore sorgente di tutte le forme (“Nomina nuda tenemus..”).
Parola che è diretta ad un altro, e ad un 'Altro',
presenza che il terapeuta evoca e impersona ogni volta per il tempo della seduta e quindi congeda restituendola all'Aldilà della memoria.
Parola-scambio che attesta la democratica reciprocità del dire adulto.
Parola-dono che segnala una avvenuta e intima designazione (“Tu, mio interlocutore, sarai l'unico depositario dei miei pensieri e delle mie parole..”).
Parola-schermo, dove invece l'intimità si ritrae (“Parole soltanto parole parole tra noi..”).
Parola finale che prepara al commiato, laddove il dicibile è stato pronunciato, e“..Tutto il resto è silenzio.”
F.Maddalena
Singolare paradosso, poiché essa in realtà si confronta con il territorio silenzioso, sconosciuto e smisurato della Psiche, popolata di affetti e di immagini (“Hic sunt leones..”), ivi operando con essi quella necessaria commistione che rende possibile l'incontro di presente e passato. Potere del Logos, che immergendosi nelle acque oscure del caos primigenio, ne risorge trasformato, redento e redentore.
'Talking cure' la definì in modo naif ma efficace una delle prime pazienti di Freud, la giovane Anna O. degli 'Scritti sull'isteria'(1895), e non si potrebbe pensare a definizione più calzante ed intuitiva.
E in fondo cosa fece Freud di tanto originale ed innovativo se non costruire uno scenario ad hoc entro cui le parole, certe parole, potessero essere realmente pronunciate, ascoltate, osservate, scavate, infine custodite o finalmente dimenticate..?
Al di là delle teorie e delle ipotesi (fatte sempre di parole, ma sgrossate in forma di concetti levigati, più o meno scintillanti, transeunti, deperibili..) di cui la psicoanalisi si ciba, il metodo picoanalitico, cioè la parola detta, costituisce il fulcro della cura, la sua sacralità ineffabile.
La parola della psicoanalisi è una parola piena, pesante di affetto, di emozione, di storia, corpuscolo opaco che effonde intorno a sé un campo denso di significato, onda energetica che emana dal vissuto del pronunciante ed
investe e permea l'atmosfera della seduta.
Essa rifugge sempre il mondano 'pour parler' e rifrange gli sfavillii del contingente, imponendosi con la forza di una necessità, con l'autorità di una legge, con la persuasione di un'inevitabile scoperta.
E' la parola che disvela, ma anche quella che nasconde, che avvicina oppure allontana da ciò che contiene al suo interno, parola-anima che connette – compito sovrumano - desiderio e ragione, corpo e spirito.
E' la parola autentica, Verbo mistico che si fa carne nella tensione impossibile del ricordo e che riconduce all'esperienza ineffabile dell'Uno dove forma e sostanza si annullano. Ma è anche la parola assente, la parola mancante, il mai detto, mai saputo, o mai confessato. Vuoto creatore sorgente di tutte le forme (“Nomina nuda tenemus..”).
Parola che è diretta ad un altro, e ad un 'Altro',
presenza che il terapeuta evoca e impersona ogni volta per il tempo della seduta e quindi congeda restituendola all'Aldilà della memoria.
Parola-scambio che attesta la democratica reciprocità del dire adulto.
Parola-dono che segnala una avvenuta e intima designazione (“Tu, mio interlocutore, sarai l'unico depositario dei miei pensieri e delle mie parole..”).
Parola-schermo, dove invece l'intimità si ritrae (“Parole soltanto parole parole tra noi..”).
Parola finale che prepara al commiato, laddove il dicibile è stato pronunciato, e“..Tutto il resto è silenzio.”
F.Maddalena
mercoledì 12 novembre 2008
Melius Abundare ...?
Ospitiamo in questo spazio il contributo dell'amico e collega A. Carusi, che in questa ironica e spassosa provocazione ci presenta un personaggio 'scomodo', solitamente occultato tra i recessi della stanza di analisi...
Melius Abundare...
ovverosia :
“Far lavorare 'il deficiente': una riflessione”
di Antonello Carusi
C’e un “deficiente” nel terapeuta (1). E’ in azione costantemente. Rappresenta o no una minaccia alle capacità di comprensione e di relazione necessarie per lo svolgimento del lavoro psicologico? Si manifesta attraverso i vuoti di attenzione e di memoria, con la distrazione, l’assenza di empatia e la noia suscitata dalla presenza e dalle comunicazioni del paziente. Che fare del 'deficiente'? E’ pensabile il poterlo neutralizzare per ridurre al minimo eventuali effetti nocivi del suo operato? Se sì, attraverso quali strategie, tecniche o contromisure? E inoltre: qual’è il peso, l’incidenza del suo operato sulla riuscita del lavoro clinico? Questi interrogativi animano la presente riflessione, e ad essa offrono lo spunto per avviare un’indagine il cui obbiettivo sia di portare in luce, se possibile, il “senso” dell’azione di disturbo esercitata dal deficiente - qualora essa ne abbia uno.
Freud raccomandava ai terapeuti l’assunzione di uno stato mentale che definiva concisamente col termine di attenzione fluttuante. A ben vedere, l’attenzione fluttuante è affine alla condizione che caratterizza il deficiente nel terapeuta. Forse Freud ha concepito l’attenzione fluttuante quale strumento elettivo per l’accesso all’inconscio nel tentativo di dare una collocazione, un posto, una legittimazione al 'deficiente'. Effettivamente, quando un essere umano si dispone nella condizione di prestare attenzione e ascolto allo scopo di recare aiuto al suo interlocutore attraverso la comprensione delle sue comunicazioni verbali, il deficiente è fuori gioco, estromesso, forse represso; in un certo senso “rimosso”.
Ma che tipo di comprensione scaturisce da tale tipo di attenzione? 'Il deficiente' non è interessato a comprendere? Anzi… il contrario. 'Il deficiente' non si lascia incantare dalle parole; è come un animale. Sembra piuttosto vivere di una percezione atmosferica, umorale, non intellettiva. Vorrei che questo scritto fosse un’espressione quanto più possibile diretta del 'deficiente' che è in me, che sue fossero le parole. Dunque, parola 'al deficiente'.
La psicoterapia è un lavoro dalle infinite sfaccettature. E’ un lavoro…Già, direi proprio di sì.'Il deficiente'torna spesso sui suoi passi, ama rimirarsi in ogni sua manifestazione, sembra che cerchi uno specchio che ne rifletta il volto, i lineamenti. Pertanto la sua scrittura – come ogni altra sua forma di espressione - è lenta, rimuginante, reiterante, autoriflessiva, e -apparentemente - priva di scopo e frammentaria.) Se 'il deficiente' è veramente considerato tale è difficile che venga allo scoperto. Come la “Natura” di Eraclito, di esso si potrebbe dire che “ama nascondersi”. Forse per questo è il mestiere dello psicoterapeuta che meglio di ogni altro gli si addice. Per attivarsi ha bisogno di un interlocutore, un “altro da sé “, un’eco deficiente che risuoni nella stanza di terapia, soprattutto quando paziente e terapeuta non sono più presenti sulla scena.
Credo che sia il deficiente il vero artefice della tecnica psicoterapeutica di ispirazione analitica. La “libera associazione”, l’ “attenzione fluttuante”, la passione per la scomposizione e l’analisi dei sogni, l’ “interpretazione”, sono farina del suo sacco. Tutto questo ci riporta all’origine, ai primordi dell’esperienza psicoanalitica e umana. Sembra che il deficiente sia perennemente impegnato nel compito di coniugare “piacere” e “dovere”; con le parole di Freud: “amore” e “lavoro”. Ma, soprattutto, non ama correzioni. I problemi legati all’insofferenza della disciplina, l’ipersensibiltà al giudizio, lo spirito di ribellione alle regole, riflettono l’attitudine del deficiente a sottrarsi ad ogni forma di controllo esterno. Non si attiene ai canovacci del senso comune, ma segue altre piste, altre traiettorie. Forse altre regole.
E’ difficile collocare da qualche parte, in un sistema definito di pensiero, l’attività creativa.Per definizione “creativo” è ciò che forza i limiti del conosciuto, del già noto… Agli albori il nuovo appare sempre come un aspetto eversivo o inadeguato, forse carente o abnorme o, appunto, deficitario. Alle spalle occhieggia l’idea di “norma”: lettera morta, in senso fenomenologico. Chi vuole essere “intelligente”, o meglio considerato tale dagli altri, aborre il “deficiente”, che ai suoi occhi rappresenta una vera minaccia. Così le cose vanno al rovescio di quel che sembrano all’apparenza. Che sia in ciò la radice di quel capovolgimento di senso che la psicoanalisi applica alle espressioni deficitarie dell’esistenza umana? Forse per questo la “patologia” è il dominio indiscusso del deficiente. “Vita che ama nascondersi”, la si potrebbe definire, parafrasando ancora il vecchio Eraclito. Vita che quando è còlta, definita, oggettivata e legittimata, appartiene ormai al museo delle reminiscenze, al dominio del ricordo.
Non si va dallo psicoterapeuta se non si è impegnati in un’aspra lotta col deficiente. Ci tiene in basso, ci ostacola, ostruisce la comprensione, generà nausea di sé, disistima, o al contrario – un senso di autoesaltazione che ai colpi di mannaia del biasimo altrui reagisce con la rabbia, la depressione, il disprezzo o l’indifferenza. Ciò che è semplice ed elementare attira irresistibilmente, e questo spiega lo strapotere del deficiente. Quella “patologia della forza” che ne definisce il carattere diventa un bastione, e fa di esso una cittadella medioevale inespugnabile che non si lascia sottomettere all’avanzata del progresso metropolitano dell’io, in ogni sua forma di espressione. La “regressione”, sembra essere l’obbiettivo del deficiente. Tuttavia l’intelligente potrà accoglierla solo dopo averla specificata nei termini di un “servizio” che il deficiente dovrebbe rendere all’io, colla buona pace di tutti e un sorriso di benevola condiscendenza stampato sulla faccia del terapeuta.
Coll’avanzare degli anni - e del cancro alla mascella – Freud s’è fatto più cupo e pessimista, forse perché doveva progressivamente rendersi conto dell’impossibilità del compito che l’intelligente,col quale amava identificarsi, s’era posto. “Bonificare”, “prosciugare”, “normalizzare”… il deficiente. La sua “pulsione di morte”, vista da quest’angolatura, sembra essere la messa a morte del deficiente stesso, rivelatosi intrattabile. La rabbia assassina del buon padre che non sopporta più il figlio handicappato, la vergogna della famiglia…
E la chiave pass-partout che generazioni di psicoanalisti si ritroveranno tra le mani quando il clima dentro la stanza di terapia si fa troppo rovente, e l’intelligente non riesce più a dare un senso all’esperienza che sia conforme alla sua visione delle cose.
'Il deficiente' non si lascia incantare. E’ recalcitrante all’ipnosi, non sviluppa “transfert”… E’ desolatamente e irrimediabilmente isolato. E’ la risposta coerente alle manovre seduttive dell’intelligente ragionevole e disciplinato, l’ ”adulto”, contrapposto al “bambino perverso polimorfo”, altro storico epiteto psicoanalitico del 'deficiente'. Se le cose stanno così è un dato obiettivo che l’anima del processo psicoterapeutico sia 'il deficiente' stesso. Un dato destinato pertanto a restare occulto, ovvero “inconscio”, allo sguardo indagatore dell’ intelligente.
Qui concludo questa breve riflessione, non ignorando tuttavia che
“…manca ancora una adeguata concettualizzazione 'del deficiente'…”
1Si voglia benignamente prendere in considerazione la derivazione latina del termine 'deficiens' quale part. passato di 'deficere' ('mancare').
Melius Abundare...
ovverosia :
“Far lavorare 'il deficiente': una riflessione”
di Antonello Carusi
C’e un “deficiente” nel terapeuta (1). E’ in azione costantemente. Rappresenta o no una minaccia alle capacità di comprensione e di relazione necessarie per lo svolgimento del lavoro psicologico? Si manifesta attraverso i vuoti di attenzione e di memoria, con la distrazione, l’assenza di empatia e la noia suscitata dalla presenza e dalle comunicazioni del paziente. Che fare del 'deficiente'? E’ pensabile il poterlo neutralizzare per ridurre al minimo eventuali effetti nocivi del suo operato? Se sì, attraverso quali strategie, tecniche o contromisure? E inoltre: qual’è il peso, l’incidenza del suo operato sulla riuscita del lavoro clinico? Questi interrogativi animano la presente riflessione, e ad essa offrono lo spunto per avviare un’indagine il cui obbiettivo sia di portare in luce, se possibile, il “senso” dell’azione di disturbo esercitata dal deficiente - qualora essa ne abbia uno.
Freud raccomandava ai terapeuti l’assunzione di uno stato mentale che definiva concisamente col termine di attenzione fluttuante. A ben vedere, l’attenzione fluttuante è affine alla condizione che caratterizza il deficiente nel terapeuta. Forse Freud ha concepito l’attenzione fluttuante quale strumento elettivo per l’accesso all’inconscio nel tentativo di dare una collocazione, un posto, una legittimazione al 'deficiente'. Effettivamente, quando un essere umano si dispone nella condizione di prestare attenzione e ascolto allo scopo di recare aiuto al suo interlocutore attraverso la comprensione delle sue comunicazioni verbali, il deficiente è fuori gioco, estromesso, forse represso; in un certo senso “rimosso”.
Ma che tipo di comprensione scaturisce da tale tipo di attenzione? 'Il deficiente' non è interessato a comprendere? Anzi… il contrario. 'Il deficiente' non si lascia incantare dalle parole; è come un animale. Sembra piuttosto vivere di una percezione atmosferica, umorale, non intellettiva. Vorrei che questo scritto fosse un’espressione quanto più possibile diretta del 'deficiente' che è in me, che sue fossero le parole. Dunque, parola 'al deficiente'.
La psicoterapia è un lavoro dalle infinite sfaccettature. E’ un lavoro…Già, direi proprio di sì.'Il deficiente'torna spesso sui suoi passi, ama rimirarsi in ogni sua manifestazione, sembra che cerchi uno specchio che ne rifletta il volto, i lineamenti. Pertanto la sua scrittura – come ogni altra sua forma di espressione - è lenta, rimuginante, reiterante, autoriflessiva, e -apparentemente - priva di scopo e frammentaria.) Se 'il deficiente' è veramente considerato tale è difficile che venga allo scoperto. Come la “Natura” di Eraclito, di esso si potrebbe dire che “ama nascondersi”. Forse per questo è il mestiere dello psicoterapeuta che meglio di ogni altro gli si addice. Per attivarsi ha bisogno di un interlocutore, un “altro da sé “, un’eco deficiente che risuoni nella stanza di terapia, soprattutto quando paziente e terapeuta non sono più presenti sulla scena.
Credo che sia il deficiente il vero artefice della tecnica psicoterapeutica di ispirazione analitica. La “libera associazione”, l’ “attenzione fluttuante”, la passione per la scomposizione e l’analisi dei sogni, l’ “interpretazione”, sono farina del suo sacco. Tutto questo ci riporta all’origine, ai primordi dell’esperienza psicoanalitica e umana. Sembra che il deficiente sia perennemente impegnato nel compito di coniugare “piacere” e “dovere”; con le parole di Freud: “amore” e “lavoro”. Ma, soprattutto, non ama correzioni. I problemi legati all’insofferenza della disciplina, l’ipersensibiltà al giudizio, lo spirito di ribellione alle regole, riflettono l’attitudine del deficiente a sottrarsi ad ogni forma di controllo esterno. Non si attiene ai canovacci del senso comune, ma segue altre piste, altre traiettorie. Forse altre regole.
E’ difficile collocare da qualche parte, in un sistema definito di pensiero, l’attività creativa.Per definizione “creativo” è ciò che forza i limiti del conosciuto, del già noto… Agli albori il nuovo appare sempre come un aspetto eversivo o inadeguato, forse carente o abnorme o, appunto, deficitario. Alle spalle occhieggia l’idea di “norma”: lettera morta, in senso fenomenologico. Chi vuole essere “intelligente”, o meglio considerato tale dagli altri, aborre il “deficiente”, che ai suoi occhi rappresenta una vera minaccia. Così le cose vanno al rovescio di quel che sembrano all’apparenza. Che sia in ciò la radice di quel capovolgimento di senso che la psicoanalisi applica alle espressioni deficitarie dell’esistenza umana? Forse per questo la “patologia” è il dominio indiscusso del deficiente. “Vita che ama nascondersi”, la si potrebbe definire, parafrasando ancora il vecchio Eraclito. Vita che quando è còlta, definita, oggettivata e legittimata, appartiene ormai al museo delle reminiscenze, al dominio del ricordo.
Non si va dallo psicoterapeuta se non si è impegnati in un’aspra lotta col deficiente. Ci tiene in basso, ci ostacola, ostruisce la comprensione, generà nausea di sé, disistima, o al contrario – un senso di autoesaltazione che ai colpi di mannaia del biasimo altrui reagisce con la rabbia, la depressione, il disprezzo o l’indifferenza. Ciò che è semplice ed elementare attira irresistibilmente, e questo spiega lo strapotere del deficiente. Quella “patologia della forza” che ne definisce il carattere diventa un bastione, e fa di esso una cittadella medioevale inespugnabile che non si lascia sottomettere all’avanzata del progresso metropolitano dell’io, in ogni sua forma di espressione. La “regressione”, sembra essere l’obbiettivo del deficiente. Tuttavia l’intelligente potrà accoglierla solo dopo averla specificata nei termini di un “servizio” che il deficiente dovrebbe rendere all’io, colla buona pace di tutti e un sorriso di benevola condiscendenza stampato sulla faccia del terapeuta.
Coll’avanzare degli anni - e del cancro alla mascella – Freud s’è fatto più cupo e pessimista, forse perché doveva progressivamente rendersi conto dell’impossibilità del compito che l’intelligente,col quale amava identificarsi, s’era posto. “Bonificare”, “prosciugare”, “normalizzare”… il deficiente. La sua “pulsione di morte”, vista da quest’angolatura, sembra essere la messa a morte del deficiente stesso, rivelatosi intrattabile. La rabbia assassina del buon padre che non sopporta più il figlio handicappato, la vergogna della famiglia…
E la chiave pass-partout che generazioni di psicoanalisti si ritroveranno tra le mani quando il clima dentro la stanza di terapia si fa troppo rovente, e l’intelligente non riesce più a dare un senso all’esperienza che sia conforme alla sua visione delle cose.
'Il deficiente' non si lascia incantare. E’ recalcitrante all’ipnosi, non sviluppa “transfert”… E’ desolatamente e irrimediabilmente isolato. E’ la risposta coerente alle manovre seduttive dell’intelligente ragionevole e disciplinato, l’ ”adulto”, contrapposto al “bambino perverso polimorfo”, altro storico epiteto psicoanalitico del 'deficiente'. Se le cose stanno così è un dato obiettivo che l’anima del processo psicoterapeutico sia 'il deficiente' stesso. Un dato destinato pertanto a restare occulto, ovvero “inconscio”, allo sguardo indagatore dell’ intelligente.
Qui concludo questa breve riflessione, non ignorando tuttavia che
“…manca ancora una adeguata concettualizzazione 'del deficiente'…”
1Si voglia benignamente prendere in considerazione la derivazione latina del termine 'deficiens' quale part. passato di 'deficere' ('mancare').
martedì 21 ottobre 2008
Il potere dell'immaginazione (2a parte)
(continua)
Si va così palesando un sempre più evidente rapporto funzionale tra l’immaginazione ‘attiva’ e le esperienze di significato archetipico: la prima può introdurci nella profondità delle seconde. Jung concepiva infatti gli archetipi come fattori costanti, autonomi, come strutture di significato ‘dominanti’ della psiche, paragonabili alle categorie a priori di Kant e appartenenti alla dimensione inconscia della mente (laddove Husserl invece identifica il suo ‘regno eidetico dell’a-priori’, avente una natura ‘trascendentale’, con un settore dell’ego cosciente). Anche rispetto al carattere di ‘realtà’ di tale dimensione archetipica, la posizione di Jung riecheggia quella kantiana in cui si ribadisce che la conoscenza è possibile soltanto attraverso ‘apparenze’ (o, appunto, per mezzo di ‘rappresentazioni immaginative’), ma con la sottolineatura di una ‘efficacia’ causale che si manifesta e trae il suo carattere di realtà (almeno in termini fenomenologici, cioè attinenti la sfera psicologica soggettiva) da ciò che esercita un’influenza sulla psiche. “Gli archetipi hanno fondamento in egual misura nella psiche - vale a dire nell’immaginazione, poiché ‘immagine è psiche’ - e nel mondo materiale.” [1]
Gli archetipi, dunque, forniscono significato all’essere, ma tale significato è inseparabile dalle immagini nelle quali è incorporato, per cui esso è sempre espresso non concettualmente attraverso la parola, che de-finisce e limita, ma metaforicamente e grazie al simbolo, per sua natura ‘insaturo’,cioè aperto a molteplici interpretazioni e ad ulteriori trasformazioni.di significato. L’immaginazione attiva è dunque una specie di spontanea amplificazione degli archetipi. Un mezzo per liberare le loro prolifiche potenzialità è immaginare attivamente e rendere psichicamente reali i modelli archetipici attuali, capaci di effetti sulla vita psichica dell’immaginante: “Vi sono certe condizioni inconsce collettive (leggi: archetipi) che agiscono come regolatori e stimolatori dell’attività creativa (cioè immaginativa)[2]; è infatti sufficiente osservare come sogni e fantasie perdano il loro iniziale carattere frammentario quando vengono assunti sotto differenti dominanti archetipiche.
Le profondità archetipali della mente sollecitano quindi l’emergenza di strutture di significato ‘trascendente’ che si manifestano attraverso l’esperienza simbolico-immaginativa. Il simbolo, che assolve una funzione sintetica fondamentale tra conscio e inconscio, è quell’elemento-immagine che rappresenta il ‘ponte’ che consente di contattare il sovrasensibile e in termini energetici converte e orienta le caotiche energie psichiche primarie in una esperienza di significato per la psiche individuale.
Ciò è evidente nell’ambito dell’esperienze religiose, spirituali, nell’attività mitopoietica, in quelle cioè che per eccellenza rappresentano le attività distintive della mente umana che risente della prossimità del ‘divino’, come anche in quelle manifestazioni dello spirito che definiamo in termini di esperienze ‘rituali’.
Il racconto mitologico, i mitologemi, rappresentano l’elemento originario che salda cosmo e psiche in una visione cripto-poetica-immaginativa della realtà vissuta dall’uomo, che diventa così co-autore del suo destino insieme agli Dei: “La molteplicità degli dei corrisponde alla molteplicità degli uomini e innumerevoli dei attendono di diventare uomini. Innumerevoli dei sono stati uomini. L’uomo partecipa della natura degli dei.”[3] Possiamo dedurne che in definitiva sia proprio attraverso l’immaginazione ‘ispirata’ dalla dimensione archetipica che diventi possibile quella condizione particolare di ‘vibrazione’ o ‘frequenza’ psichica che consente l’accesso alle divinità, sia in forma di mitologemi - che sotto la scorza narrativa appaiono sempre vivi e fecondi nella loro valenza sapienzale e maieutica - come più intensamente nelle esperienze religiose, estatiche, mistiche, magiche, le più varie e in tutte le latitudini del mondo:“Gli archetipi corrisponderebbero a forme immaginali divine usate quali categorie concettuali aristoteliche o kantiane. Invece di leggi logiche o scientifiche, le figure mitiche offrirebbero le strutture a priori presenti nelle caverne e negli antri della infinita immaginazione.”[4]
Riguardo al ‘rito’, poi, la creazione immaginale, esperita e diluita attraverso una prassi rituaria, consente di strutturare un luogo interiore, un ‘recinto sacro’ (temenos), in cui intense dinamiche psico-energetiche possono essere vissute in maniera non destabilizzante per l’equilibrio mentale soggettivo, poiché:“In quanto operazione avvolta in una rete simbolica, il rito introduce nel processo individuativo una specifica attivazione energetica mediata dal simbolo.”[5]
Il rito rappresenta dunque quella funzione contenitiva che protegge la sfera cosciente dall’irruzione dei contenuti inconsci. La strutturazione del rito - con la sua ripetizione, la regolarità, la codificazione, il ‘metodo’ - è quindi funzionale a stabilizzare la mente di fronte all’ignoto conferendo al pensiero quegli argini, quei limiti necessari affinché ci si possa accostare alla dimensione ignota, sovrasensibile, divina che acquista così per il soggetto la dimensione interiore del ‘sacro’. Anche qui però l’equilibrio tra creatività e coazione - tra vita e morte dello spirito - è sempre fragile e il rito rischia di degradarsi a ‘rituale’, a vuota e ossessiva celebrazione di atti meccanici che hanno perso l’aggancio con le dimensioni profonde di creatività e di rinnovamento energetico della mente. Allora è la stasi, la sterilità, la vuota forma priva di linfa vitale.[6]
Mantenere in vita questa ‘funzione immaginativa’ della mente, quindi, e saperla opportunamente utilizzare attraverso modalità che ne consentano una fruizione in termini di crescita individuale e spirituale, rappresenta allora un vero ‘potere’ nel senso di cui si diceva prima, quello cioè di predisporre la mente ad ‘attrarre’ il divino. Distinguendo tra immaginazione cosciente, o volontaria, e forme ‘attive’ e infine ‘archetipiche’ in cui la presa del reale ‘mondano’ diviene progressivamente meno vincolante, si giunge così a quelle regioni intermedie che Henry Corbin definisce in termini di ‘mundus imaginalis’, luogo di accadimenti teofanici che alimentato dalla corrente profonda dell’inconscio produce il rinnovamento spirituale e giunge ad esperienze vivide di una genuina visionarietà quasi profetica. Corbin parla di questa immaginazione visionaria definendola ‘magica’ - riprendendo lo scenario culturale e operativo della tradizione alchimistica - nel senso in cui essa permette una ‘trasformazione della materia (il mondo oggettuale) in corpi sottili’, cioè in un processo di ‘spiritualizzazione’ delle cose attraverso il potere immaginativo della mente, espressione quest’ultimo della funzione ‘mercuriale’ di mediazione e sintesi tra sensibile ed intelligibile.
F.Maddalena
[1] C.G.Jung,Opere vol.VIII, Ed. Boringhieri.
[2] C.G.Jung,Opere, vol.XIII, Ed Boringhieri.
[3] C.G.Jung, Ricordi,sogni,riflessioni’, Ed.Magi 1991.
[4]J.Hillman,‘Re-visione della psicologia’, Adelphi 1975.
[5] D.Kertzer, Riti e simboli del potere, Laterza 1989
[6] Si ricordi il tema fondamentale del ‘Re malato’ nel ciclo letterario del Graal.
Si va così palesando un sempre più evidente rapporto funzionale tra l’immaginazione ‘attiva’ e le esperienze di significato archetipico: la prima può introdurci nella profondità delle seconde. Jung concepiva infatti gli archetipi come fattori costanti, autonomi, come strutture di significato ‘dominanti’ della psiche, paragonabili alle categorie a priori di Kant e appartenenti alla dimensione inconscia della mente (laddove Husserl invece identifica il suo ‘regno eidetico dell’a-priori’, avente una natura ‘trascendentale’, con un settore dell’ego cosciente). Anche rispetto al carattere di ‘realtà’ di tale dimensione archetipica, la posizione di Jung riecheggia quella kantiana in cui si ribadisce che la conoscenza è possibile soltanto attraverso ‘apparenze’ (o, appunto, per mezzo di ‘rappresentazioni immaginative’), ma con la sottolineatura di una ‘efficacia’ causale che si manifesta e trae il suo carattere di realtà (almeno in termini fenomenologici, cioè attinenti la sfera psicologica soggettiva) da ciò che esercita un’influenza sulla psiche. “Gli archetipi hanno fondamento in egual misura nella psiche - vale a dire nell’immaginazione, poiché ‘immagine è psiche’ - e nel mondo materiale.” [1]
Gli archetipi, dunque, forniscono significato all’essere, ma tale significato è inseparabile dalle immagini nelle quali è incorporato, per cui esso è sempre espresso non concettualmente attraverso la parola, che de-finisce e limita, ma metaforicamente e grazie al simbolo, per sua natura ‘insaturo’,cioè aperto a molteplici interpretazioni e ad ulteriori trasformazioni.di significato. L’immaginazione attiva è dunque una specie di spontanea amplificazione degli archetipi. Un mezzo per liberare le loro prolifiche potenzialità è immaginare attivamente e rendere psichicamente reali i modelli archetipici attuali, capaci di effetti sulla vita psichica dell’immaginante: “Vi sono certe condizioni inconsce collettive (leggi: archetipi) che agiscono come regolatori e stimolatori dell’attività creativa (cioè immaginativa)[2]; è infatti sufficiente osservare come sogni e fantasie perdano il loro iniziale carattere frammentario quando vengono assunti sotto differenti dominanti archetipiche.
Le profondità archetipali della mente sollecitano quindi l’emergenza di strutture di significato ‘trascendente’ che si manifestano attraverso l’esperienza simbolico-immaginativa. Il simbolo, che assolve una funzione sintetica fondamentale tra conscio e inconscio, è quell’elemento-immagine che rappresenta il ‘ponte’ che consente di contattare il sovrasensibile e in termini energetici converte e orienta le caotiche energie psichiche primarie in una esperienza di significato per la psiche individuale.
Ciò è evidente nell’ambito dell’esperienze religiose, spirituali, nell’attività mitopoietica, in quelle cioè che per eccellenza rappresentano le attività distintive della mente umana che risente della prossimità del ‘divino’, come anche in quelle manifestazioni dello spirito che definiamo in termini di esperienze ‘rituali’.
Il racconto mitologico, i mitologemi, rappresentano l’elemento originario che salda cosmo e psiche in una visione cripto-poetica-immaginativa della realtà vissuta dall’uomo, che diventa così co-autore del suo destino insieme agli Dei: “La molteplicità degli dei corrisponde alla molteplicità degli uomini e innumerevoli dei attendono di diventare uomini. Innumerevoli dei sono stati uomini. L’uomo partecipa della natura degli dei.”[3] Possiamo dedurne che in definitiva sia proprio attraverso l’immaginazione ‘ispirata’ dalla dimensione archetipica che diventi possibile quella condizione particolare di ‘vibrazione’ o ‘frequenza’ psichica che consente l’accesso alle divinità, sia in forma di mitologemi - che sotto la scorza narrativa appaiono sempre vivi e fecondi nella loro valenza sapienzale e maieutica - come più intensamente nelle esperienze religiose, estatiche, mistiche, magiche, le più varie e in tutte le latitudini del mondo:“Gli archetipi corrisponderebbero a forme immaginali divine usate quali categorie concettuali aristoteliche o kantiane. Invece di leggi logiche o scientifiche, le figure mitiche offrirebbero le strutture a priori presenti nelle caverne e negli antri della infinita immaginazione.”[4]
Riguardo al ‘rito’, poi, la creazione immaginale, esperita e diluita attraverso una prassi rituaria, consente di strutturare un luogo interiore, un ‘recinto sacro’ (temenos), in cui intense dinamiche psico-energetiche possono essere vissute in maniera non destabilizzante per l’equilibrio mentale soggettivo, poiché:“In quanto operazione avvolta in una rete simbolica, il rito introduce nel processo individuativo una specifica attivazione energetica mediata dal simbolo.”[5]
Il rito rappresenta dunque quella funzione contenitiva che protegge la sfera cosciente dall’irruzione dei contenuti inconsci. La strutturazione del rito - con la sua ripetizione, la regolarità, la codificazione, il ‘metodo’ - è quindi funzionale a stabilizzare la mente di fronte all’ignoto conferendo al pensiero quegli argini, quei limiti necessari affinché ci si possa accostare alla dimensione ignota, sovrasensibile, divina che acquista così per il soggetto la dimensione interiore del ‘sacro’. Anche qui però l’equilibrio tra creatività e coazione - tra vita e morte dello spirito - è sempre fragile e il rito rischia di degradarsi a ‘rituale’, a vuota e ossessiva celebrazione di atti meccanici che hanno perso l’aggancio con le dimensioni profonde di creatività e di rinnovamento energetico della mente. Allora è la stasi, la sterilità, la vuota forma priva di linfa vitale.[6]
Mantenere in vita questa ‘funzione immaginativa’ della mente, quindi, e saperla opportunamente utilizzare attraverso modalità che ne consentano una fruizione in termini di crescita individuale e spirituale, rappresenta allora un vero ‘potere’ nel senso di cui si diceva prima, quello cioè di predisporre la mente ad ‘attrarre’ il divino. Distinguendo tra immaginazione cosciente, o volontaria, e forme ‘attive’ e infine ‘archetipiche’ in cui la presa del reale ‘mondano’ diviene progressivamente meno vincolante, si giunge così a quelle regioni intermedie che Henry Corbin definisce in termini di ‘mundus imaginalis’, luogo di accadimenti teofanici che alimentato dalla corrente profonda dell’inconscio produce il rinnovamento spirituale e giunge ad esperienze vivide di una genuina visionarietà quasi profetica. Corbin parla di questa immaginazione visionaria definendola ‘magica’ - riprendendo lo scenario culturale e operativo della tradizione alchimistica - nel senso in cui essa permette una ‘trasformazione della materia (il mondo oggettuale) in corpi sottili’, cioè in un processo di ‘spiritualizzazione’ delle cose attraverso il potere immaginativo della mente, espressione quest’ultimo della funzione ‘mercuriale’ di mediazione e sintesi tra sensibile ed intelligibile.
F.Maddalena
[1] C.G.Jung,Opere vol.VIII, Ed. Boringhieri.
[2] C.G.Jung,Opere, vol.XIII, Ed Boringhieri.
[3] C.G.Jung, Ricordi,sogni,riflessioni’, Ed.Magi 1991.
[4]J.Hillman,‘Re-visione della psicologia’, Adelphi 1975.
[5] D.Kertzer, Riti e simboli del potere, Laterza 1989
[6] Si ricordi il tema fondamentale del ‘Re malato’ nel ciclo letterario del Graal.
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